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martedì 26 gennaio 2021

Ieri gli A Day To Remember hanno trasmesso in diretta streaming su YouTube un set acustico - o meglio, tutti (compresa io) avevano capito che sarebbe stato live e invece era registrato. 

La cosa mi è importata? 
Sì e no. 

Ovviamente live sarebbe stato molto più bello, ma anche registrato è stato per me emozionante lo stesso. 
Si è trattato di un set veramente piccolo - sette canzoni e mezza (e dico mezza perché l'ultima l'avevano rilasciata acustica un paio di giorni prima e chiudeva il set facendo da sottofondo ai credits del video). Però in questo set ci sono state alcune delle mie canzoni preferite - in primis I Surrender, I'm Already Gone e If It Means a Lot to You. E davvero, perdonate il gioco di parole, ma If It Means a Lot to You means a lot to me - è una delle mie preferite da sempre. 

In attesa del nuovo album a marzo è stato bellissimo risentire la voce di Jeremy, soprattutto con qualcosa di acustico. E mentre ero cullata da I'm Already Gone, ho riflettuto ancora una volta sul fatto che sebbene io rispetti tutti i gusti musicali, credo avrei seri problemi con qualcuno che non rispetta i miei e non ama la musica che amo io con (quasi) la stessa intensità. 

Ho ripensato agli ultimi anni di liceo, a quando il mio malessere interiore era espresso anche dal mio modo di vestire, di truccarmi, di pettinarmi, di isolarmi dal mondo ascoltando musica che coprisse i rumori esterni e soprattutto quelli provenienti dai miei pensieri. 
 
Nonostante questo ho sempre amato le versioni acustiche delle mie canzoni preferite, ho sempre sperato che venissero realizzate e le ho sempre cercate quando sapevo che esistevano. Le versioni acustiche erano - e sono ancora - per me una coccola, qualcosa che già amavo ma che potevo amare in una sfumatura diversa e più profonda. 

Non ho mai pensato che questo facesse valere meno il mio amore per la versione originale, per tutte quelle canzoni che "picchiavano duro" - che fossero per i riff di chitarra, che fossero per le percussioni di batteria o per le urla screamo. 

Eppure c'era una persona nella mia vita che sminuiva questo mio amore per le versioni acustiche e, sentendo questo, mi sentivo sminuita anche io - come se amare una versione più "soft" di una canzone fosse un punto di demerito. 
Come se mi rendesse "meno" - meno emo, meno dura, meno accettabile, meno interessante, meno degna della musica che amavo. 

E so che è una cosa stupida, lo so bene - non ho mai rinnegato le versioni acustiche e non lo farò di certo ora, ma all'epoca mi turbava. 

E anzi, mai come ieri sera quando ho sentito Jeremy cantare I'm Already Gone, mi sono resa conto di quanto siano una parte imprescindibile di me stessa.

venerdì 17 luglio 2020

Colpisci sempre a tradimento, vero? 

Non pensavo sarebbe successo, sono in ritardo di anni e comunque non capivo il motivo di tutto quel rumore a proposito, ma niente - è bastata una canzone e sono entrata anche io nel tunnel di Hamilton

È bastata UNA canzone. 

E guarda caso mi ha fatto pensare a te. 

Non puoi capire quanto odi il fatto che io sia convinta di essere passata sopra tutto, di essermi lasciata tutto alle spalle, che niente che ti riguardi possa ancora scalfirmi e poi basta UNA STROFA e boom, ci risiamo. 

Ma certo non ti dirò di quale canzone di Hamilton si tratta. 

sabato 4 aprile 2020

La musica sembra proprio essere l'unica cosa a volte capace di tenermi sana - lucida. 

Gli All Time Low sono una band che in genere mi è sempre piaciuta, ma non sono mai diventata una vera fan - non ho mai ascoltato ossessivamente i loro album fino a saperli cantare persino nel sonno come sono stata capace di fare con quelli di altre band. 
Canzoni loro sì ne ho ascoltate alcune ossessivamente a seconda del periodo e della rilevanza di quella canzone per me nella mia vita, ma interi album quelli mai. 

Non mi considero una vera fan per questi motivi, ma comunque li ascolto dal... boh? 2006? 2007?
Insomma, da Dear Maria, Count Me In.  

Ma sin da quando hanno fatto uscire il primo singolo del nuovo album Some Kind of Disaster, ho subito capito dal verso "I shut my eyes at seventeen" che quest'anno qualcosa sarebbe stato diverso. 
E singolo dopo singolo dopo singolo, me ne sono convinta sempre di più. 

Ieri è uscito l'album Wake Up, Sunshine e lo amo tutto - completamente, nella sua interezza. 
Non mi è mai capitato di amare interamente un album degli All Time Low, è la prima volta.  

E l'album in generale ha tutte quelle vibes di quegli album che quando ero adolescente mi hanno fatta innamorare delle loro rispettive band - un amore che poi mi sono trascinata dietro negli anni e che si è cementato.

Lo amo tutto, dalla prima traccia all'ultima ma ho comunque le mie preferite: Melancholy Kaleidoscope (che è uno dei singoli usciti), Favorite Place (che è una  delle canzoni più romantiche che io abbia mai sentito) e Safe (che ha tutta un'atmosfera alla Drown dei Carolina Liar per il modo in cui alcuni versi me la ricordano e che nel 2011 per me è stata vitale). 

E so perché lo amo in questo modo: perché in qualche modo tutte le tracce parlano alle versioni più importanti di me stessa che sono esistite - la quindicenne che si sentiva invincibile, la diciassettenne a pezzi, la ventenne e qualcosa ancora nella fase intermedia tra adolescenza e maturità e ossessione e voglia di dimenticare NAC, la trentenne di adesso. 

Nelle quindici tracce di Wake Up, Sunshine ci sono io nella mia interezza. 
E forse io non mi amerò nella mia interezza come amo questo album, ma credo sia già qualcosa - e si sa che quando riconosco me stessa in qualcosa o lo abbraccio completamente e lo amo oppure lo rifiuto.  

E Wake Up, Sunshine è ufficialmente diventato il mio album preferito degli All Time Low.

giovedì 5 dicembre 2019

Avrei voluto scrivere nelle ore immediatamente successive al sogno, ma poi un po' mi sono detta di aspettare e un po' mi sono dimenticata. 
Forse è stato meglio così perché questo mi ha dato una lucidità che magari prima non avrei avuto. 

Non era uno dei miei sogni ricorrenti, ma gli assomigliava sotto molti aspetti.  

Ricordo che eravamo sedute sul bordo di un marciapiede. 
Ricordo che parlavamo. 
Ricordo che era come se gli anni in cui ci siamo ignorate non fossero mai esistiti. 
Ricordo che provavo un sollievo indescrivibile per questa cosa. 

Ricordo che eri seduta accanto a me eppure sentivo lo stesso terribilmente la tua mancanza.  

Mi sono svegliata in uno stato di confusione - come succede sempre quando ti sogno. 
E per un po' mi sono convinta che fosse reale, ho pensato ai giorni in cui ci sedevamo sui gradini della scuola elementare oppure sulla panchina in piazza contro il muro dell'anfiteatro a chiacchierare e a vedere chi passava - ci ho pensato tutta la mattina. 
Chissà, magari in un universo parallelo stavamo davvero vivendo quel momento.  

E poi, quasi neanche a farlo apposta, mentre andavo al lavoro quel giorno nella mia playlist in macchina è stato il turno di The Sound of You and Me degli Yellowcard - e fa sempre male. 

I will not forget the sound of you and me
When we were friends

Mia madre è praticamente riuscita a sradicarmi dalla testa ogni pensiero riguardo alla mia convinzione che le coincidenze non esistono, ma quando succedono queste cose non posso fare a meno di chiedermi se invece le coincidenze esistono davvero e se esistono, allora devono avere un motivo.  


La musica è sempre quella tiene in piedi una parte della mia vita. 

L'ultima traccia della playlist che ho in macchina - prima che cominci di nuovo dall'inizio - è una versione acustica di Thunder dei Boys Like Girls, registrata prima ancora che diventassero famosi. 
E lo so che ormai l'ho detto tante volte, ma ancora una volta - cantandola - mi sono resa conto di quanto sia tornata ad essere solo mia. Di quanto ora sia spoglia di qualsiasi connotazione relativa a NAC. 

Ed è una sensazione bellissima.


E visto che in macchina è ancora il turno dell'album When You're Through Thinking, Say Yes, ieri ho capito qualcosa che prima proprio mi sfuggiva. 

Dico sempre che quell'album mi ha cambiato la vita, che mi ha fatto amare gli Yellowcard come prima non li avevo mai amati, che li ha fatti diventare la mia band preferita e che da quel momento in poi i loro album sembravano andare di pari passo con la mia vita. 

Quello che non avevo capito è che la musica che amiamo - quella che davvero resta con noi lungo il corso della nostra vita - ci offre nuove prospettive che cambiano con la nostra età e con le nostre esperienze. 

With You Around e Hang You Up erano tracce che associavo a NAC. 
Poi ieri le ho sentite e stavolta con un orecchio nuovo - con occhi nuovi e prospettive nuove. 

With You Around è una bellissima canzone d'amore che ora dedico a me stessa perché la seconda strofa mi descrive ancora alla perfezione nonostante siano passati otto anni. 

Hang You Up ha cambiato anche lei destinatario - prima mi faceva pensare a NAC e invece ieri mi ha fatto pensare a te. 

It's hard to see you, we are older now
And when I find you, you just turn around

Ho sentito questo verso e ho subito avuto un flash dell'ultima volta che ho ti ho vista un paio di mesi fa, di come io abbia provato a salutarti e di come tu ti sia girata dall'altra parte. 

Di come abbia fatto male anche se non lo volevo ammettere.


E ho pensato alle tre volte che ho letto Il Grande Gatsby di Fitzgerald e di come ognuna di quelle tre volte mi abbia permesso di cogliere sfumature nuove della stessa storia perché io nel frattempo ero cresciuta. 

E allora ho pensato che magari è la stessa cosa con la musica e con le canzoni che amiamo, quelle che ci definiscono e quelle che restano con noi nel corso degli anni perché non sono cotte passeggere. 
Quelle canzoni che sono amore vero, quelle che anche dopo quasi un decennio sono in grado di darti qualcosa di nuovo - un nuovo ricordo, un nuovo sorriso, una nuova lacrima, un nuovo rimpianto, un nuovo significato.

venerdì 18 ottobre 2019

Ci sono canzoni che mi fanno venire la pelle d'oca - come quelle in cui Ryan Key, quando esistevano ancora gli Yellowcard, cantava di suo nonno. 

Ci sono canzoni che mi fanno sentire come se potessi spaccare il mondo - come Right Back At It Again degli A Day To Remember.  

Ci sono canzoni che mi annodano lo stomaco - come I Lied e Go dei Boys Like Girls. 

Ci sono canzoni che con la semplice melodia e tre strofe sono capaci di ridurmi in lacrime. 
Non sono molte, è difficile che io scoppi a piangere per una canzone - Head Above Water di Avril Lavigne ha una strofa che proprio non riesco a cantare perché mi si mozza il respiro e la voce mi esce strozzata a causa delle lacrime. 


E ieri sera ho scoperto Los Angeles di Peter Bradley Adams - di cui conoscevo già qualcosa. E non so cos'abbia questa canzone in particolare - è triste, malinconica, nostalgica, si presta a tante situazioni e interpretazioni, suona come un addio. 

Come la fine di una stagione, come la fine di una vita. 

Sa di vento tra i capelli mentre guidi al tramonto e le stelle iniziano a comparire nel cielo. 

Suona come il desiderio feroce di qualcosa che non hai mai avuto, suona come la mancanza devastante di qualcosa che però non hai mai stretto tra le mani.  

E quando la sento, sento anche questo aggrovigliarsi di emozioni nello stomaco e la lacrime sono già lì che mi scorrono lungo le guance senza che neanche me ne renda conto. 

On air: Peter Bradley Adams - Los Angeles

sabato 21 settembre 2019

Non ho mai sentito di appartenere ad un posto preciso - sono nata in una città, abito in una frazione distante dal lido turistico più vicino a me appena dieci minuti di macchina e appartenente ad un comune che non ho mai sentito mio perché non ho quell'accento e non conosco quel dialetto specifico. 

A separare casa mia dal confine con il comune del paese vicino ci sono a malapena 500 metri - quello è il comune del paese dove ho frequentato asilo, elementari e medie. Dove giravo in piazza con la mia ex-migliore amica quando ero adolescente, dove c'è il cimitero in cui sono sepolti mio nonno e mio zio - quel fratello di mia madre che io non ho mai conosciuto perché è morto sei mesi prima che io nascessi. 

Il liceo l'ho frequentato in un altro paese ancora. 

La fiera di paese del mio comune di residenza non l'ho mai frequentata, andavo a quella del paese in cui ho frequentato tutti i gradi scolastici inferiori fino a quando io e E siamo state amiche e, da quando le mie amicizie si sono cementate con l'età adulta - perché forse i genitori hanno ragione quando dicono che gli amici di una vita non sono quelli che hai alle medie, ma quelli che ti fai e ti scegli crescendo - ogni anno mi presento a quella del paese in cui ho frequentato il liceo. 

Ha sempre un sapore dolceamaro: cade il secondo weekend di settembre - mese che negli anni ho imparato ad amare - e anche oggi a 30 anni mi fa tornare inevitabilmente adolescente perché la fiera coincide quasi sempre con l'inizio dell'anno scolastico. 

Quella fiera in particolare per me ha sempre il sapore della coda dell'estate e dell'inizio della stagione fredda - ha il sapore di qualcosa che finisce e di cui in qualche modo sentirò la nostalgia anche se non sopporto il caldo e le folle di turisti che discendono come cavallette nei territori che frequento, anche se poi io e le mie amiche finiamo inevitabilmente per lamentarci che poi non resta più nulla di aperto e che non c'è più nulla da fare fino alla primavera successiva quando comincerà una nuova stagione turistica. 

Una parte di me ha sempre bramato la città e l'anonimato che può offrire, ma allo stesso tempo non sopporterei di allontanarmi dal mare. 
E ogni anno mi ritrovo alla fiera - fiera di paesi che mi sono sempre andati troppo stretti e con troppi occhi addosso. Ogni anno mi ritrovo alla fiera e mi guardo intorno vedendo facce conosciute, magari facce appartenenti ad una vita o due fa e mi sento sia adulta che ragazzina. Poi arriva quel momento, quel momento in cui tutti siamo riuniti in piazza per la tombola e in quei minuti mi guardo intorno e sono felice di essere lì - forse sono gli unici minuti in cui mi sembra di appartenere a qualcosa o qualcuno. 
In realtà ci sono tante facce sconosciute e a farmi restare con i piedi per terra ci sono le mie amiche accanto a me, però in quei momenti penso ogni anno che in fondo nemmeno la vita di paese è poi tanto male alla fine. 

Poi la tombola viene vinta da qualcuno e la piazza si svuota della gente che torna a farsi i suoi giri e la sua vita e l'incantesimo si spezza - e allora io torno a sentirmi un po' alla deriva senza un posto preciso a cui io possa dire di tenere. 

Tre paesi, tre frammenti di identità e nessuno di essi più determinante di un altro.


Ci sono volte in cui mi guardo allo specchio e non mi riconosco - forse perché so cos'ho passato, forse perché quegli anni hanno lasciato cicatrici che ai miei occhi sono così evidenti che mi chiedo come nessuno possa vederle. O forse le vedono, ma fanno finta di niente per quieto vivere. 
Forse perché conosco il male che mi è stato fatto e so il male che mi sono fatta da sola, consciamente o inconsciamente, che a volte continuo a farmi perché non riesco a smettere e perché evito di rispondermi alla domanda assillante che ogni tanto mi pongo quando sembra palese che ci sia qualcosa che non vada in me. 

A me sembra di essere irrimediabilmente diversa, ma forse agli occhi degli altri non è così. Anzi, so che non è così - anche se io spesso mi sento come Dorian Gray e il suo quadro nascosto in soffitta.  
E una parte di me ne è conscia perché è ovvio che io riesca a riconoscere ancora i miei compagni di classe delle elementari e delle medie - insomma, otto anni insieme non sono pochi anche se da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. 

Però proprio perché io non riesco più a conciliare la persona che ero allora con la persona che poi sono diventata e con quella che sono oggi - per non parlare poi di tutte le maschere che ho provato ad indossare nel corso degli anni - rimango sempre sconvolta quando qualcuno mi dice che non sono affatto cambiata. 

Mercoledì stavo camminando per il paese perché avevo una commissione da fare e da lontano mi è sembrato di riconoscere uno dei miei ex-compagni di classe e mi sono stupita del fatto che sia stato lui il primo a salutarmi - forse voleva anche fermarsi a fare due chiacchiere, ma io ero di fretta. 

Eppure ho continuato a pensarci e a chiedermi come ha fatto a riconoscermi - mi sono detta che avevo gli occhiali da sole indosso, che ho i capelli lunghi come non li ho mai avuti in vita mia e che nessuno di quelli che mi conosceva all'epoca mi ha mai vista con dei capelli che non fossero lisci (prima che gli ormoni dell'adolescenza facessero spuntare le onde ereditate da mia madre) e con una lunghezza diversa da quella che mi sfiorava a malapena le spalle.

E lì ho capito che quelle cicatrici, quei cambiamenti così radicali e quella sconosciuta che spesso mi osserva di rimando dallo specchio sono cose dentro di me e che solo io vedo e che forse per loro sono ancora quella quattordicenne con cui si sono diplomati alle medie e che solo alcuni di loro hanno forse intravisto nei cinque anni successivi nei corridoi del polo scolastico superiore. 

Non so se ho mai raccontato questa storia, ma prima di NAC c'era stato quest'altro ragazzo per cui ho avuto una cotta. 
Mi hanno sempre detto che si vede quando mi piace qualcuno - evidentemente do uno spettacolo imbarazzante di me stessa quando succede. Se con tutti gli altri però era stata una continua presa in giro quando lo si veniva a sapere - e specialmente con NAC era stato un inferno - con il ragazzo che ho salutato l'altro giorno era stata tutta un'altra storia e, come sono grata a quella mia ex-compagna di classe che in quarta liceo ha fatto un gesto di gentilezza nei miei confronti che per lei era piccolo ma che per me in quel momento ha significato il mondo, sono grata anche a lui per non aver reso la situazione un circo. 

Sono grata perché dubito si trovino spesso ragazzi che cercano un momento di privacy per non umiliarti pubblicamente quando ti dicono di aver capito che hai una cotta per loro - sussurrandotelo all'orecchio addirittura perché nessuno senta - e che ascoltino davvero quando li preghi di non dire niente a nessuno. 
E lui l'ha fatto, non ha detto niente a nessuno - né quella sera né in quelle a venire. O se l'ha fatto, a me non è mai arrivata voce che avesse spifferato tutto. 
O magari semplicemente era lui il primo che non voleva essere messo in imbarazzo se si fosse saputo che avevo una cotta per lui.

È passata veramente una vita da allora, ma quella è ancora la prima cosa che mi viene in mente nelle rare occasioni in cui lo vedo o qualcuno lo nomina e ancora penso che sia stata una delle gentilezze più grandi che qualcuno abbia mai avuto nei miei confronti. 


Ieri gli Our Last Night hanno rilasciato un nuovo singolo e ne sono follemente innamorata perché, come ogni mia band preferita che si rispetti, il testo è qualcosa che mi ha presa a calci nello stomaco. 

Followed my own footsteps
Time and time again
I thought I'd never see the end
Staring at myself in the mirror
Waiting for me to change
Hoping to break a habit of repeating history

I was fighting the same battles over and over again
I was lost in the middle of the crowd
Stuck on the beaten path
Going nowhere fast [...]

I made the same mistakes
Over and over again
I thought I'd never see the end
I rode the waves in a shipwreck
Sinking into the sea
Hoping to break a habit of repeating history

On air: Our Last Night - The Beaten Path 

lunedì 29 aprile 2019

Con gli artisti che amo provo sempre cose diverse - in particolare con quelli che mi hanno accompagnata per la maggior parte della mia vita ricordo sì momenti della mia adolescenza e momenti anche dolorosi, ma ricordo pure i momenti da adulta proprio perché sono stati una presenza fissa e costante. 

E poi ci sono quelli che sì, ancora mi piacciono, ma con cui nel corso degli anni ho avuto un rapporto saltuario. 

E quando la scorsa settimana ho sentito il nuovo singolo dei Sum 41 che anticipa l'album in uscita a luglio, la voce di Deryck mi ha riportata immediatamente ai miei 14 anni - alla prima scoperta dell'album Does This Look Infected? e di canzoni come The Hell Song e Still Waiting che mi sono entrate nel sangue e non se ne sono mai andate. 

La voce di Deryck mi riporta anche alla memoria la mia ex-migliore amica perché in un periodo in cui i nostri gusti musicali stavano prendendo direzioni diverse - prima che lo facessimo anche noi - quelle canzoni dei Sum 41 erano alcune delle poche che avevamo in comune.  

E io, che mentalmente non ho mai smesso di avere 17 anni, ho accolto questa canzone con un nodo allo stomaco - con un po' la voglia di ridere e con un po' la voglia di mettermi a piangere per quegli anni che sono passati, ma che allo stesso tempo non sono passati affatto. 

On air: Sum 41 - Out For Blood 

lunedì 21 gennaio 2019

Sono in silenzio da molto tempo - forse perché ho messo sotto silenzio tutto il resto di me stessa. 

Ricordo che quando ero piccola leggevo proprio per il gusto di farlo, mi piaceva l'idea di conoscere altre storie. 
Poi ho smesso per anni e quando ho ripreso negli anni universitari - esattamente come avevo fatto negli anni di liceo, ma con la scrittura - cercavo storie che parlassero di me e che mi aiutassero ad affrontare il dolore, la rabbia e tutto lo schifo degli anni precedenti. Cercavo qualcosa che mi analizzasse, ma che fosse anche più economico di uno psicologo. 

Non ho mai smesso davvero di scrivere, ma poi le cose hanno iniziato ad andare così male che con il tempo ho perso anche quello, preferendo soffocare tutto. 
Perché le parole possono essere molto pericolose e la rabbia che ho dentro potrebbe causare seri danni.  
E così mi sono messa a cercare libri che parlassero di altre storie, di storie che avevano poco a che fare con la mia - storie di persone a cui è andata molto peggio. 
E forse in qualche modo ho fatto un po' evaporare la rabbia.  


Avrei voluto scrivere il mese scorso perché mi era sembrato di averti visto. 
Ero uscita da questo posto e in strada c'era un ragazzo che ti assomigliava così tanto che per un momento mi sei sembrato tu e non nego che la cosa inizialmente mi ha fatto un certo effetto. 
Ma poi ho iniziato a camminare e non mi sono più voltata indietro. 

Avrei voluto scriverlo il giorno dopo, ma in quel modo mi sembrava di dargli troppa importanza - razionalmente so bene che quello che "provavo" per te non aveva nessuna base o ragione di esistere, eppure quando mi sembra di incontrarti ancora sento quel filo che mi "tira" verso quegli anni e quella ragazzina che sono stata. 


Nel corso di questo ultimo anno e mezzo ho riscoperto gli Our Last Night e ora stanno tra le mie band preferite in assoluto. 

Ricordo l'album con cui li ho scoperti - The Ghosts Among Us del 2008. 
Ma ero già in quel periodo in cui il troppo screamo iniziava a darmi fastidio e di quell'album ho sempre conservato solo le prime due canzoni - Symptoms of a Failing System e Timing Is Everything.  
E poi sappiamo tutti che ho iniziato a distaccarmi da certa musica di quegli anni. 

Ma nel corso dell'ultimo anno e mezzo ho recuperato tutto e sì, sono cambiati - fanno sempre canzoni "pesanti", ma Trevor ora canta anche invece di fare solo lo screamer. 

E non esiste molto materiale video di quegli anni in merito ai concerti - gli smartphone di adesso non c'erano e i video ufficiali delle due canzoni che amavo di quell'album non esistono, ma ho visto qualche breve video live e il video ufficiale di Escape ed è stato come fare un tuffo nel passato: Trevor e Matt avevano i capelli lunghissimi come si usava portarli tra i musicisti e le stesse movenze sul palco che ho visto con i miei stessi occhi ai concerti di alcune band emergenti. 
E Trevor era adorabile, all'epoca aveva solo 15 anni e già era uno screamer con una voce incredibile.  

Oggi amo tutte le loro canzoni e le loro cover sono persino più belle delle versioni originali e sono profondamente innamorata delle voci dei fratelli Wentworth, al pari di quelle di Ryan Key e di Martin Johnson.  

On air: Our Last Night - Same Old War (acoustic)

domenica 9 settembre 2018

Gli ultimi due giorni li ho passati ascoltando Boys Like Girls e The Night Game. 

Ho anche abusato di YouTube, andando a ripescare i video ufficiali dei singoli dei Boys Like Girls e delle esibizioni live e acustiche e delle cover - e un'altra canzone che va ad accomunare le due voci della mia vita è la cover di Fix You dei Coldplay. 

Ho rivisto Martin "ragazzino" quasi dieci anni fa - e a tal proposito, tanti auguri, oggi compie 33 anni - e l'ho guardato adesso. 
La voce è cambiata, è più matura ma è pur sempre ed innegabilmente la sua. 
E la cosa migliore di Martin Johnson è che è più bravo dal vivo che su disco. 

E anche se forse i Boys Like Girls non torneranno più in scena, io non smetterò mai di amare quei tre album che per me rappresentano la perfezione - sia per la musica, sia per i testi. 

Che poi, appunto, spulciando YouTube ho trovato una canzone mai rilasciata - una canzone che avrebbe dovuto far parte di Crazy World e che alla fine Martin non ha inserito insieme alle altre. 
E i Boys Like Girls non sono in giro da cinque anni eppure venerdì sera è stato come riprendermi una parte della mia vita che non mi ero accorta mi mancasse - perché le canzoni dei Boys Like Girls le aspettavo come da bambina aspettavo Natale. 
Perché anche se forse sono l'ultima persona al mondo ad essere venuta a conoscenza di questa canzone, i Boys Like Girls me l'hanno "regalata" nel momento più adatto - quello che coglie perfettamente la mia vita. 
Perché loro sono stati tra i pochi ad avere questo potere - il potere di pubblicare album che in qualche modo andavano di pari passo con la mia vita. 
Perché forse nel 2012 non l'avrei capita davvero, ma oggi posso - oggi posso perché la canzone è arrivata esattamente a coprire la mia vita in quanto I Lied è il mio ritratto sputato.

Quello dei The Night Game è un genere diverso dal passato musicale di Martin, ma i testi sono innegabilmente i suoi e come riesce a farmi a pezzi lui e a rimettermi insieme con ogni canzone forse neanche Ryan Key c'è sempre riuscito. 
Ho letto poi la storia che sta dietro ad ogni canzone e Martin non lo si può che amare.

Una volta, alla fine dell'anno scorso, avevo scritto che i Boys Like Girls parlano sia alla ragazzina che sono stata che all'adulta che sono a seconda della canzone che sto ascoltando in quel momento. 
Quello che non ho scritto perché ancora non lo sapevo è che lo stesso vale per la voce di Martin Johnson. 
La sua voce in I Lied, nelle altre canzoni che non sono mai entrate a far parte di un disco, nei tre album dei Boys Like Girls e nelle cover è quella che mi ha fatta innamorare quando avevo 18 anni nel 2007 - è quella che forse amo di più, è quella che ancora mi stringe lo stomaco in una morsa. 
Ma proprio perché oltre alla ragazzina ha sempre saputo parlare anche all'adulta, anche adesso che di acqua ne è passata sotto i ponti e che siamo entrambi cresciuti, la sua voce più matura e "ruvida" e i testi sotto il nome The Night Game vanno a toccare altre parti di me - parti che guardano al passato e che con la sua voce a fare da guida si sentono cullate. 

Entrambe le voci di Martin convivono nella mia testa, nel mio cuore, nella mia anima - proprio come due versioni di me stessa ancora coesistono e a volte fanno a botte. 
Ma la sua voce no, la sua voce rappresenta un prima e un dopo che però in qualche modo si fondono insieme e costituiscono uno dei miei suoni preferiti da undici anni.


Per me è difficile spiegare l'amore viscerale che mi lega a queste band - Yellowcard e Boys Like Girls - e ai loro cantanti/songwriters. 
E sì, anche una volta che queste band non esistono più e seguo i loro cantanti mentre intraprendono altri percorsi musicali. 

Non ho le parole per mettere nero su bianco tutto quello che provo quando leggo un loro testo, quando ascolto una loro melodia, quando sento la loro voce - so solo che la mia vita non sarebbe la stessa e che nessuno forse riuscirebbe a capirlo e a condividerlo con me. 

Se mai ho provato amore nella mia vita, allora è stato per le loro voci e per quello che sono capaci di fare alle mie emozioni.

On air: Boys Like Girls - I Lied (unreleased track)

mercoledì 29 agosto 2018

Nel mio amore per un determinato artista non ho mai preso in considerazione l'aspetto puramente fisico - quasi mai, perlomeno. 
Per me l'unica cosa che importava era la musica - erano la melodia e il testo della canzone e la piacevolezza della voce che cantava la canzone. 

Ho avuto delle cotte, ma quella che posso definire veramente "cotta" è solamente una ed è stata per il cantante di una band romana che ho incontrato un paio di volte. 

Ma amando principalmente band straniere che non sono quasi mai venute in Italia e che comunque non ho mai visto live in concerto, l'aspetto fisico del cantante per me è sempre stato irrilevante. 

Riconosco che Ryan Key è in qualche modo attraente, ma quello che ho sempre amato di Ryan è la sua voce capace di farmi venire la pelle d'oca anche con quaranta gradi all'ombra in agosto.  

E lo stesso vale per Martin Johnson, che oltre ad avere una voce che riconoscerei tra mille è anche un songwriter capace di mettere le mie emozioni nero su bianco da almeno un decennio. 

L'ultimo album dei Boys Like Girls risale al 2012 e sento tantissimo la loro mancanza, ma seppure con un genere diverso Martin ha dato il via ad un'altra band - i The Night Game. 
E anche in questa veste Martin lo si ama, la sua voce è sempre l'altra voce insieme a quella di Ryan Key capace di ridurmi le ginocchia in gelatina.  

Quando avevo scoperto Thunder dei Boys Like Girls più di dieci anni fa pensavo che sarebbe stata per sempre associata a NAC - questo perché Thunder descriveva in maniera impressionante le mie emozioni legate a quell'estate. 
Ma tempo fa avevo scritto che non era più così, che mi ero ripresa il controllo di tutte quelle canzoni dei Boys Like Girls che in qualche modo avevo ceduto a NAC e questo perché non avrei lasciato che contaminasse una delle mie band preferite. 

E ora quando sento "Your voice was the soundtrack of my summer" non è più alla voce di NAC che penso, ma esclusivamente a quella di Martin Johnson.
E questo perché la voce di Martin Johnson - insieme a quella di Ryan Key - è diventata una delle colonne sonore della mia vita. 

E sì, non nego che Martin Johnson sia davvero figo per i miei gusti, ma la sua voce è quello che mi piace di più di lui - e il problema della sua voce è che è una droga: più la sento, più ne voglio. 
Roba che sono capace di mollare tutto per ascoltarmi l'intera discografia.
Roba che potrebbe cantare la lista della spesa oppure l'elenco telefonico e io sarei la persona più felice del mondo. 


E niente, in questi ultimi giorni sono così arrabbiata che mi trattengo a stento dal dire alle persone che mi circondano quello che penso davvero di loro. 

On air: The Night Game feat. Caroline Polachek - Do You Think About Us?

lunedì 13 agosto 2018

Manco da veramente tanto tempo. 
Ma non avevo voglia di scrivere e non avevo manco il tempo perché ci sono state altre cose che hanno avuto la precedenza - e il sopravvento. 

E il fatto di aver scoperto nel giro di due esami a fine giugno - del sangue e un'ecografia - che mi sarei dovuta operare e aver poi visto l'intervento sollecitato a luglio a causa delle mie condizioni, di certo ha cancellato il resto. 

Ma ora sono qui - anche se non ho proprio idea di quanto sarò costante. 

Però avevo pensato di scrivere qualche giorno prima del mio intervento perché mentre andavo al lavoro mi era successa una cosa e avevo sentito il bisogno di scriverla, ma poi non ho fatto nulla - altrimenti avreste visto un post invece del silenzio che regna da giugno. 


Non sono il tipo che normalmente gira per strada con le cuffie nelle orecchie - la mia paranoia non me lo permette, si allarma se non può monitorare ogni cosa che la circonda.  

Ma nel tragitto a piedi dalla macchina al lavoro, quest'anno avevo preso l'abitudine di ascoltare la musica per darmi la carica - e per spronarmi a mettere un piede davanti all'altro al ritorno quando ero troppo stanca e l'unica cosa che avrei voluto fare era collassare sul posto. 

La mia paranoia non l'apprezzava particolarmente, ma l'ho ignorata. 
E sono la prima a sentirmi male perché io sono la mia paranoia e non riesco a scrollarmi di dosso la fastidiosa sensazione di non essere in controllo se cammino per la strada senza l'uso di uno dei miei sensi - sì, anche se si tratta di ascoltare della musica. 

Ma un pomeriggio sono stata contenta di non aver ascoltato la mia paranoia perché, nonostante le cuffie e gli occhiali da sole, mi sono accorta benissimo di essere stata apostrofata per strada mentre camminavo. 
E sono stata più che grata di essere stata priva di uno dei miei sensi in quel momento perché a volte è meglio restare nel'ignoranza piuttosto che ascoltare cose che potrebbero fare male. 


E oggi è oggi e so perfettamente che giorno è e il fatto di essere stata anche in ospedale - lo stesso ospedale in cui sei stato operato tu, di cui ho girato i corridoi infinite volte in quei sei mesi e in cui poi ci hai lasciati - mi ha fatto pensare molto a te. 
Molto più del solito e ha anche acuito la tua mancanza.  

Non ho canzoni da dedicarti oggi - non come ai bei tempi in cui gli Yellowcard sembravano far uscire album in questo periodo che contenevano le canzoni perfette per l'occasione. 

Ma siccome quando ti scrivo per il compleanno o per l'anniversario in qualche modo la musica riesce sempre ad intrecciarsi, in questa prima metà di agosto un'altra delle mie band preferite ha fatto uscire tre singoli dal nuovo album che verrà pubblicato ad ottobre. 

E parlano un po' di me e non di te, ma non sarebbe la prima volta - vero?
So che capiresti, comunque. O almeno credo. 

I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want
I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want

Buon compleanno, nonno. 

On air: You Me At Six - 3AM 

giovedì 7 giugno 2018

Per ogni scelta che facciamo, ce n'è una che non abbiamo fatto.
E così all'infinito. 

L'ultimo libro che ho letto mi ha dato molto da pensare.  
Tante possibilità, tante strade non prese, tante scelte fatte o non fatte. 

Se davvero esistesse più di una realtà oltre a questa che conosciamo?
Se davvero esistessero altre versioni di noi, versioni di noi che hanno scelto diversamente da come abbiamo scelto noi, versioni di noi che hanno detto invece di no oppure no invece di ?

Magari esiste una versione di me che a tredici anni è andata fino in fondo.
Magari esiste una versione di me che quel primo agosto 2006 non se n'è andata.
Magari esiste una versione di me che quel messaggio nel 2012 l'ha davvero mandato.

Magari in un'altra realtà siamo ancora amiche, ma il messaggio a lui non l'ho mai mandato. 
Forse siamo ancora amiche e il messaggio gliel'ho mandato. 
Forse quella sera me ne sono andata e anni dopo ho trovato il coraggio da sola di premere invio. 

Siamo il frutto delle nostre scelte e magari da qualche parte nell'universo c'è una versione di me che ad un certo punto della sua vita ha avuto il coraggio e la forza che io non ho avuto e adesso sta vivendo la vita che io posso solo immaginare, la vita che merita, la vita che si è scelta.

Forse. 


Venerdì prossimo esce il nuovo album dei Mayday Parade - Sunnyland - e io ho già ascoltato i tre singoli usciti e un pezzo del quarto sull'account Instagram della band.

Non parlo spesso di loro - forse perché gli ultimi due album non li avevo amati tanto quanto avevo amato A Lesson in Romantics e Mayday Parade.
Ma con queste tre canzoni (e un quarto) ho già ritrovato il sound che ho sempre amato di loro. 

Piece of Your Heart mi ha un po' ricordato Miserable at Best e adoro i loro titoli lunghissimi per alcune canzoni. Una delle mie preferite è sempre stata If You Wanted A Song Written About You, All You Had To Do Was Ask e quella dal titolo lunghissimo contenuta nel nuovo album si chiama It's Hard to Be Religious When Certain People Are Never Incinerated by Bolts of Lightning - adoro. 
Che poi è una di quelle canzoni dalle atmosfere che mi riportano alle ultime canzoni di Mayday Parade, di quelle che io potrei dedicare a qualcuno ma che in realtà sembrano parlare di me. 

Never Sure è quella delle tre che ho ascoltato meno e poi c'è Stay The Same e posso già affermare che è la mia preferita senza neanche averla ascoltata per intero e senza neanche aver ascoltato le restanti nove tracce?
Questa canzone parla, mi parla ad un livello che poche canzoni sono riuscite a raggiungere - solo quelle degli Yellowcard. 

Ho grandissime aspettative per questo nuovo album dei Mayday Parade, sento che stiamo tornando in sintonia e non vedo l'ora.

On air: Mayday Parade - Piece Of Your Heart

martedì 29 maggio 2018

Pensavo di avere un'armatura. 
O meglio, l'ho sempre pensato e poi ho pensato di aver scelto quella sbagliata. 
Ho pensato che quella che avevo prima - i vestiti neri, i polsini, il trucco pesante, il ciuffo sugli occhi - mi avesse disegnato addosso un bersaglio, invece di nasconderlo. 

E così ho cambiato armatura. 
E credevo di essere invincibile. 
Credevo che i miei capelli ricci e lo smalto mai sbeccato e il rossetto rosso fossero perfetti, fossero la perfetta distrazione da tutto quello che non va in me. 

E mi sono sbagliata un'altra volta. 


Una volta credevo che le mie umiliazioni più grandi venissero causate da coloro che mi prendevano in giro oppure da me stessa quando facevo una pessima figura in qualche ambito. 
Ho scoperto che non è così, che preferisco essere presa in giro di fronte a tutti piuttosto che subire un'altra volta quello che ho vissuto lo scorso weekend. 

Credevo che la mia armatura mi rendesse invicibile, imperturbabile, indifferente - una pagina bianca su cui nessuno riusciva a leggere niente. 
Ho scoperto che non è così. 

Ho scoperto che a quanto pare tutti i miei difetti, tutte le mie debolezze sono chiaramente visibili al mondo e mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi quando la verità è saltata fuori. 

E si sa che la verità è sempre stata un problema per me. 

Ho scoperto che per me l'umiliazione più grande è uno sconosciuto che davanti a tutti - davanti anche alle persone che presumibilmente possono dire di "conoscermi" - mi analizza al microscopio ed evidenzia tutte le mie mancanze. 
Tutto lo schifo, tutte le debolezze che ancora cerco di nascondere sotto capelli ricci, smalto impeccabile e rossetto rosso. 

Venerdì sera mi è sembrato di perdere tutto: la mia dignità, la mia riservatezza, la mia apparente stabilità. 

Mi sono sentita così umiliata che volevo solo nascondermi o andarmene o non guardare più in faccia nessuno. 
Cosa che in parte ho fatto perché se già di mio ho un problema con il contatto visivo, venerdì sera non riuscivo neanche più a guardare in faccia le persone che conosco. 

Quello di venerdì è stato uno dei momenti più umilianti di tutta la mia vita. 
Mi sono sentita spogliata di qualsiasi cosa, di qualsiasi barriera e improvvisamente tutti potevano vedere quanto fossi poco stabile - tutti potevano vedere quello che non va in me. 
E io, che non ho mai neanche voluto le persone più vicine a me a conoscenza della cosa, quasi mi sono messa ad urlare per quella che ho vissuto come una vera e propria violazione della mia persona. 

Ed era tutto lì, che aleggiava tra noi sul tavolo, mentre questo sconosciuto parlava e io sentivo tutti gli occhi addosso - questi occhi che bruciavano e scavavano e facevano male. 

E io volevo farmi ancora più male perché non sopportavo quel dolore e ne volevo un altro, un dolore che fosse invece causato da me - di cui io fossi l'unica responsabile e lontana da testimoni. 


Volevo una vita diversa, una volta. 
Forse una parte di me la vuole ancora. 
Forse c'è ancora quella parte di me che desidera essere notata, quella parte di me era disperata quando negli anni precedenti invece venivo sempre ignorata. 
E invece venerdì ho rimpianto quei momenti in cui in una serata nessuno faceva caso a me, cose non se fossi nemmeno presente.

Una volta volevo le luci dei riflettori, ma quelle luci ora mettono in evidenza soltanto le mie mancanze e desidero solamente il buio e le ombre - quelle ombre in cui credevo di potermi camuffare senza rivelare nulla di me. 

Venerdì mi sono sentita umiliata, mi sono sentita come se non avessi più niente di mio a cui aggrapparmi e ora so che il modo in cui le persone che conosco mi guardano è irrimediabilmente cambiato - che ora quando mi guardano, vedono solo le cose messe in evidenza da quello sconosciuto e non lo sopporto. 



When You're Through Thinkin, Say Yes è stato l'album che ha sancito il mio amore per gli Yellowcard - probabilmente perché è stato il primo che ho davvero ascoltato e che davvero mi ha parlato. 

E l'ho risentito e For You, and Your Denial mi ha fatta tremare perché mi sono riconosciuta in due strofe - due strofe cattive che mostrano un pessimo ritratto della mia persona. 

You've got sadness twisted up with jealousy
You show your fists to make them look like loyalty
And I have seen what holding on can take away
If it's the past you love, then that's where you can stay
[...]
Desperation kills
When it's on your sleeve, you wear it well
Underneath it all
You'll always have this war inside yourself

Ogni tanto mi chiedo perché non sono andata fino in fondo quando avevo tredici anni.

On air: Yellowcard - Ready and Willing (New Found Glory cover)

venerdì 18 maggio 2018

Questo di oggi sarà un post brevissimo, ma non perché di cose non ne siano successe - in realtà sì, ma sono tutte sfighe, quindi lascerei anche perdere - ma perché la notizia che conta è soltanto una. 

Oggi è uscito il primo singolo di Ryan Key tratto dal suo EP solista e sto ascoltando in loop Vultures e la amo. 
La sua voce è veramente un balsamo per la mia anima, è tipo una droga.

Non vedo l'ora di avere l'EP autografato tra le mie mani. 

On air: William Ryan Key - Vultures

sabato 7 aprile 2018

Avevo pensato diverse volte di scrivere qualcosa il mese scorso - avevo in mente almeno due post, ma poi le circostanze e il tempo mi hanno tenuta lontana dalla tastiera e in un'occasione non avevo carta e penna con me. 

Così è rimasto tutta nella mia testa - alcuni pensieri se ne sono andati, altri sono rimasti ma hanno cambiato forma. 

C'era qualcosa sul fatto che lascio conoscere agli altri solo la mia parte superficiale perché mi terrorizza il pensiero di portare alla luce tutto il resto. 
Non riesco proprio ad immaginarmi mentre parlo a qualcuno dei miei attacchi d'ansia, del mio rapporto non esattamente sano con l'alcol che oscilla tra il non bere nulla per mesi fino all'esagerare tutto in una volta per riuscire finalmente a dormire, del fatto che anche se ora riesco a frenarmi se prima mi distraggo in qualche modo comunque il pensiero di tagliarmi con la lametta è sempre presente nella mia mente quando non riesco a gestire una situazione o quello che provo, del fatto che non mi sono mai pentita così tanto come in questi anni di non essere andata fino in fondo quella volta a tredici anni con la cintura intorno al collo. 

C'era qualcosa sul fatto che il mese scorso ero fuori a cena, ma l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che in realtà ero io ad essere fuori posto - fuori posto in quell'occasione, in quelle conversazioni, tra quelle persone, nella vita. 
C'ero io che guardavo fuori dalla vetrata e mi chiedevo cosa ci facessi lì e perché, c'ero io che volevo tornare nella mia gabbia, c'ero io con uno sconforto dentro di me che mi faceva salire le lacrime agli occhi, c'ero io che pensavo che una volta a casa non sarei riuscita a trattenermi e avrei infranto di nuovo la promessa di non tagliarmi - tanto che poi mi ero procurata pure tutto l'occorrente, ma mi sono costretta a perdermi con qualcosa da fare per dare il tempo alla voglia nel mio stomaco di riassorbirsi. 

E a Pasqua ero in macchina e stavo andando al consueto pranzo dai nonni quando mi è venuta voglia di ascoltare Lights and Sounds degli Yellowcard. 
Sono gli Yellowcard, direte voi, cosa c'è di nuovo? 
Lights and Sounds è l'album che tendo ad ascoltare meno perché legato a quel 2006 infernale, ma ho pensato che era aprile e perché no? In fondo, quell'album lo ascoltai per la prima volta proprio in quell'aprile di dodici anni fa e sotto un certo punto di vista quel mese non faceva ancora parte di quei mesi terribili - certo, se escludiamo che proprio quel giorno avevo visto NAC con mia cugina, ma dettagli. 

Però nella riproduzione della canzone omonima il mio iPod aveva qualche problema, così sono andata indietro di un paio di tracce per vedere se si trattava solo di un glitch momentaneo e nell'ordine alfabetico in cui sono nella playlist prima di Lights and Sounds c'è Lift a Sail del 2014, la cui ultima traccia è la bonus track In Time.

Ho avuto sin da subito un rapporto intenso con In Time, ma l'ho sempre pensata in relazione a coloro che ho perso a causa di una strofa in particolare sul finale.
Eppure domenica scorsa qualcosa è cambiato - l'ho ascoltata e fin da subito l'ho sentita mia come mai prima d'ora. 

Mi è capitato spesso di parlare qui della frattura che sento dentro di me, tra la persona che ero prima e quella che sono adesso - delle crepe che hanno portato alla frattura che ha fatto il suo primo crack quando avevo tredici anni e di quella che è seguita a diciassette anni. 
Ci sono state tante di quelle versioni di me da quella prima frattura - alcune simili, altre opposte.

C'è stata la tredicenne che ha fatto il funerale a se stessa quel 13 novembre 2002.
C'è stata la quattordicenne stupida che non è stata capace di restare accanto a suo nonno. 
C'è stata la quindicenne che si credeva invincibile e padrona del mondo. 
C'è stata la sedicenne che ha sentito tremare la terra sotto i piedi e ci ha riprovato di nuovo dopo tre anni dalla prima volta.
C'è stata la diciassettenne a cui sono crollati il mondo e ogni certezza. 
C'è stata la diciottenne che ha iniziato a tagliarsi. 
C'è stata la diciannovenne così arrabbiata da riuscire involontariamente a mettere un'intera classe contro una singola persona fino a diventare completamente indifferente ad ogni cosa.
C'è stata la ventenne che ha provato a rimettere insieme i pezzi. 

E da lì in poi è qualcosa di così completamente confuso, qualcosa che non assomiglia nemmeno ad un essere umano - specialmente negli ultimi due/tre anni.

Ci sono versioni di me che spiccano sulle altre, in particolar modo la tredicenne e la diciassettenne.

Ho ascoltato In Time degli Yellowcard e ho avuto i brividi perché sembravano davvero due versioni di me faccia a faccia che si parlavano. 

You got secrets in your heart
I got mysteries in mine
I tried to fix you and you tried to fix me
We broke in time
Now it’s storming in your soul
It’s always raining in mine
All the days we would wake up in sunshine
Did fade in time

In time, in time, in time
Fade in time

I see rivers in your eyes
You see oceans in mine
All these poems we’ve written with our lives
Change in time

In time, in time, in time
Change in time

Needed so much time
So much time

I hear goodnight in your voice
You hear goodbye in mine
I will be with you and you will be with me
Somewhere in time

In time, in time, in time
Somewhere in time

Sembra una mescolanza di voci: la diciassettene che parla alla me quasi ventinovenne, la me odierna che parla alla diciassettenne, la tredicenne che parla alla me bambina e le dice addio, ognuna di noi che ha cercato di aggiustare l'altra ma per quanto ci provassimo non ci siamo mai riuscite.

On air: Yellowcard - In Time

sabato 10 marzo 2018

Sembra andare così ormai - al ritmo di un post al mese. 

Non parlo di te da un po' di tempo, ma nei giorni scorsi mi è capitata sotto gli occhi una tua foto - ok, non è che è "capitata", la sono volutamente andata a cercare - e sono rimasta a studiarla per un po'. 
Pensando. 

Ho osservato il tuo viso e non ci ho visto più nulla di tutto ciò che una volta mi faceva battere furiosamente il cuore. 
Ho osservato il tuo viso, ho ascoltato me stessa e regnava il silenzio più assoluto. 

Ho ripensato a quegli anni, ho ripensato alla me stessa di allora, ho ripensato al tuo viso di allora - e quello sì che mi ha accelerato il cuore. 
Io non ero ancora così spezzata, tu incarnavi ancora il mio ideale di perfezione e non mi avevi ridotta in pezzi con quella che io credevo essere crudeltà ma che invece era solo indifferenza - o forse era semplicemente il modo in cui la vita ci insegna che nella maggior parte dei casi la gente non ricambia i nostri sentimenti. 

Come dico sempre che farei, se mi trovassi davanti una certa versione di me stessa la prenderei e le fracasserei la testa contro il muro. 
Un'altra versione di me l'abbraccerei per consolarla perché non avrà nessun altro a parte se stessa. 

Una certa versione di te - la mia preferita - è quella che voglio ricordare, ma anche dimenticare. 
La voglio ricordare perché, se mai mi trovassi davanti quella certa versione di te, risveglierebbe quel mio cuore ormai silenzioso da troppo tempo e lo farebbe battere come solo tu sapevi fare.  
E la devo anche dimenticare perché mi serve per andare avanti, per essere in grado di voltarmi dall'altra parte con assoluta indifferenza nel remotissimo caso che io un giorno ti riveda - perché la vita adesso è un'altra cosa e noi non siamo più quelle versioni di noi stessi, non potremo mai esserlo. 

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You've been here before?

On air: Bastille - Pompeii 

lunedì 19 febbraio 2018

Un mese di assenza - va bene, sarebbe un mese domani, ma non stiamo qui a spaccare il capello in quattro. 
Un mese dal mio ultimo post e sinceramente non ho la più pallida idea di quello che ho fatto in questo lasso di tempo - non ho idea di cosa mi sia passato per la mente. 

Perché siamo alle solite: cerco in tutti i modi di non pensare e le uniche parole e frasi che accetto nella mia mente sono quelle di film, telefilm e libri - a volte anche di canzoni. 
Le altre - le mie - cerco di soffocarle nel sonno. 

Ma ehi, non sempre ci riesco. 


Venerdì mi sono vista con una mia amica nel tardo pomeriggio e poi siamo rimaste a cena fuori e di solito cerco di mangiarmi le parole che minacciano di sfuggire al mio controllo, ma forse complice la musica nel posto in cui eravamo che era esattamente quella che amo - e ricordo Closer dei The Chainsmokers con Halsey, un paio dei Linkin Park tra cui One More Light, Counting Stars dei OneRepublic e Somebody Told Me dei The Killers, We Don't Talk Anymore nella sua versione originale anche se io preferisco quella degli Our Last Night e Andie Case - e che mi faceva sentire un po' come se fossi in camera mia davanti ad una pagina bianca del blog pronta a sputare tutto il veleno della mia anima con la musica sotto ad aiutarmi nel tirare fuori le parole, ho un po' parlato degli attacchi d'ansia che mi vengono quando devo uscire di casa. 
L'ho buttata in ridere, ho trasformato un po' il discorso perché in fondo non riesco a non mentire o comunque a non omettere perché per me è una sofferenza fisica ammettere le debolezze e volevo evitare gli sguardi di compassione che già vedevo affiorare sul viso della mia amica. 
E ho sorvolato su tutto il resto mandandolo giù. 

Non mi ero mai resa conto prima di questo weekend appena passato di come, oltre alle varie maschere che ho sempre indossato, io avessi iniziato ad indossare anche un'armatura. 
E ho capito perché i libri di Courtney Summers e le sue protagoniste vanno sempre a colpire parti di me che non sempre riesco a vedere chiaramente: Parker Fadley con la sua idea di perfezione, Regina Afton per il bullismo, Eddie Reeves per la sua ossessione, Romy Grey per la sua armatura fatta di smalto e rossetto rosso.

Le somiglianze con Parker e Regina le avevo viste subito, ma con Romy avevo sentito la connessione senza capire davvero perché - almeno fino a questo weekend.

Una sorta di armatura in fondo l'ho sempre avuta: aveva il volto della maschera dell'indifferenza che doveva farmi scivolare addosso tutte le prese in giro e quando ero nei miei anni d'inferno era fatta di ombretto nero, vestiti neri, ciuffo che mi copriva gli occhi, musica screamo nelle orecchie e polsini per coprire i tagli della lametta. 
Era un'armatura, ma in realtà ero più vulnerabile che mai perché mostravo a tutti tutte le mie fragilità e il mio disagio. 
Quindi forse non era un'armatura: io lo credevo, ero convinta che dicesse a tutti che ero una tosta e quindi di andare a fanculo, ma forse mi ero dipinta da sola addosso un bersaglio ancora più grande di quanto già non fossi. 

Romy si dà con cura smalto e rossetto continuamente e quelli sono la sua armatura, quelli sono il suo modo di dire che può essere ancora una persona normale.
E io faccio la stessa cosa: devo sempre avere le unghie smaltate, devo sempre avere qualche anello alle dita, i miei capelli devono essere perfettamente voluminosi e mossi, le mie labbra devono essere sempre rosse. 

Il rossetto rosso era qualcosa che destinavo alle uscite del sabato sera e per il giorno tendevo a preferire tonalità più neutre o comunque sul rosa - mai troppo chiare perché ho la carnagione chiara e al massimo di giorno mi spingevo su un ciliegia. Il rosso scarlatto invece era un colore che usavo solo il sabato sera. 

Da un paio d'anni invece non riesco ad uscire di casa - non importa l'ora - se non ho il rossetto rosso. Magari sto un po' più leggera e non lo "carico" come sono solita fare alla sera, ma anche di giorno adesso uso il rossetto rosso. 

Mi sale l'ansia ad uscire di casa, ma quando so di avere lo smalto sulle unghie e il rossetto rosso e ho messo un paio di anelli e i miei capelli hanno l'aspetto che ho sempre sognato, allora uscire diventa un po' più facile. 
Il rossetto rosso, lo smalto, gli anelli e le onde mosse dei miei capelli sono la mia armatura - un'armatura che nasconde quello che c'è al di sotto e che non mette in mostra tutto quello che non va come faceva quella che indossavo a diciotto anni. 


Mi sono sentita dire ancora una volta che non sono affatto cambiata dagli anni del liceo, che ho ancora lo stesso aspetto e se da una parte significa che dimostro meno anni di quelli che ho, dall'altra mi ha fatta rabbrividire. 

E ho capito anche un'altra cosa, una cosa che si ricollega in qualche modo al mio ultimo post. 
Come scrivevo che quando parlo del bullismo mi riferisco sempre al liceo ma che tutto era cominciato alle medie, allo stesso modo funziona con i sogni e me ne sono accorta l'altra notte. 
I miei incubi potranno anche cominciare con me che devo prendere l'autobus - fonte dei miei attacchi di panico e teatro di una buona parte del bullismo al liceo - ma quando poi sogno di essere a scuola è sempre con gente con cui ero alle medie. 

Forse questo avrebbe dovuto farmi riflettere, se non fossi stata troppo impegnata a rimpiangere amicizie che ora non esistono più e amicizie oniriche che inspiegabilmente sembravano più solide e concrete della realtà. 

Forse non sono poi così perspicace come sono convinta di essere. 

On air: Jason Koiter - Amanda's Song

domenica 17 dicembre 2017

Quest'anno sono stata presa da una smania natalizia, ma questo è successo nei mesi scorsi. 
Non ricordo se stavo guardando un telefilm oppure leggendo un libro, ma improvvisamente mi era venuta voglia di fare l'albero di Natale - cosa che non facevamo da quindici anni. 

Nel 2003 non l'abbiamo fatto perché con la tradizione di fare l'albero l'8 dicembre era troppo presto e non era proprio il caso visto che mio nonno era morto il 15 novembre. 
L'anno dopo era appunto passato solo un anno e nel caso avrei dovuto farlo da sola quando invece una volta mia madre mi aiutava e la cosa mi deprimeva così tanto che alla fine ho lasciato perdere. 
E alla fine è diventata una tradizione in casa nostra non addobbare niente. 

Quest'anno invece ho sentito la voglia di tornare alle origini, di tornare un po' bambina con i regali sotto l'albero e così ho deciso di cominciare daccapo: un nuovo albero - questo un po' più piccolo di quello solito - e nuove decorazioni in aggiunta a qualcuna di quelle vecchie e meno fragili visto che non sapevo che reazione Alaska avrebbe avuto di fronte alla novità. 
E incredibilmente mia madre mi ha pure aiutata di sua spontanea iniziativa. 

Eppure già mentre organizzavo il materiale sentivo la voglia scemare e sì, l'albero è carino, però non so se sono io che guardo il tutto con il disincanto di un'adulta che non può più provare l'entusiasmo di una bambina che aspetta Babbo Natale oppure se è perché quindici anni sono tanti e non sono più abituata un albero addobbato in casa mia in questo periodo dell'anno. 

Tanto più che manca una settimana a Natale e... meh.


Venerdì sera mi sono vista con una mia amica e siamo andate a bere qualcosa. 
Da quando è finita l'estate mi sarà capitato forse solo una volta di bere alcol, quindi avendo perso un po' l'abitudine il cocktail che avevo preso aveva fatto un po' effetto - nel corso degli anni ci volevano dosi sempre più elevate per raggiungere anche solo il livello minimo in cui puoi dire di essere un po' alticcia. 
E venerdì ero in quella fase fantastica in cui l'alcol scorre nelle vene, ma è nella quantità giusta: quando senti che non sei più esattamente te stessa, ma solo un po' più allegra - quel giusto necessario per ridere e fare qualche battuta che di solito resta trincerata dietro il silenzio. 
Probabilmente è una delle mie sensazioni preferite.

Ed è andata ancora meglio quando ho finito di bere il cocktail della mia amica perché lei non aveva intenzione di finirlo. 
Mi sono sentita ancora un po' più sulle nuvole e per la prima volta ho seriamente considerato l'idea di andare dritta a dormire una volta arrivata a casa - niente computer, niente libro, niente film fino a notte fonda, quasi mattina.
E cavoli, l'ho fatto: ho letto solo un capitolo e poi ho sentito gli occhi chiudersi e ho dormito profondamente. Ho dormito così profondamente che non mi sono svegliata ogni ora e non ho fatto incubi - almeno che io ricordi. 

Ed è sempre stato questo a farmi paura, sin da quando avevo 16 anni e avevo cominciato ad esagerare con l'alcol per riuscire ad affrontare una serata fuori.
È una delle paure che ho sin da adolescente, sin da quando ho iniziato a bere - sin da quando ho capito di avere il minimo controllo sui miei impulsi più malati: la paura di diventare un'adulta che ha bisogno dell'alcol per funzionare. 
Nel mio caso di averne bisogno per dormire. 
Mi sono svegliata ieri mattina con il sapore di alcol in bocca e mi sono chiesta perché, poi ho ricordato - e la sera prima non mi ero nemmeno ubriacata, arrivata a questo punto ci vuole ben altro. Probabilmente ci vorrebbero almeno tre drink - e di quelli che hanno qualsiasi cosa dentro. 
E mi ha presa una morsa allo stomaco perché mi sono vista tra qualche anno con la pessima abitudine di bere prima di andare a letto perché apparentemente è l'unico modo per riuscire a dormire. 


Questo mese - o almeno questa metà - è all'insegna dei Boys Like Girls. 
Non perché hanno rilasciato qualcosa di nuovo - anche se sarebbe ora che lo facessero perché l'ultimo album del 2012 e avanti! Qui c'è gente che freme impaziente e dall'altra parte non riesco a credere che sia passato così tanto perché sembra ieri che sentivo per la prima volta le canzoni di Crazy World
Eppure in questo mese non riesco ad ascoltare altro, non voglio ascoltare altro.

Se gli Yellowcard parlano all'adulta che sono e invece i Simple Plan all'adolescente che sono stata, Boys Like Girls e A Day To Remember parlano ad entrambe le versioni a seconda delle canzoni che ascolto. 

E non vedo l'ora che torni il bel tempo e i Boys Like Girls li ho sempre associati alla primavera a causa di The Great Escape - la loro prima canzone, che ricordo ancora di averla ascoltata nel maggio 2007. 

E sai, una volta ti vedevo in ogni testo di Boys Like Girls e in metà di quelli di Love Drunk e il resto era mio. 
Ma ora mi sto riprendendo possesso di tutte quelle canzoni e tu stai sparendo - certo, non sparirai mai da The Great Escape e da Thunder, ma sai che c'è? 
Questa mattina ho ascoltato Thunder e ho trovato me stessa in quella canzone - ti ho detto di farti in là con il ritornello e in un verso mi sono vista: 

And now I'm itching for the tall grass
And longing for the breeze
I need to step outside
Just to see if I can breathe
I gotta find a way out
Maybe there's a way out

Questa sono io e mi sto riprendendo Thunder perché non esiste che io ti lasci contaminare una delle mie band preferite, non te lo permetterò mai più. 


Ah, e ho finito per sempre di vedere Person of Interest - ho finito la quinta e ultima stagione. 
E ho pianto come una fontana. 
È stata una delle mie serie televisive del cuore, la quarta stagione forse sarà sempre la mia preferita e ricomincerei a guardarla dall'inizio anche subito.

On air: Boys Like Girls - Go