giovedì 12 ottobre 2017

Oggi ho finito un libro che non dimenticherò mai. 

In comune con la sua protagonista non avevo solo il nome, ma anche altre cose - cose ben più spiacevoli di un nome. 

Il passato era diverso, ma ho riconosciuto l'ansia e il risentimento e le aspettative e il posare il proprio sguardo su qualcosa di impossibile proprio perché era impossibile da ottenere. 
Ho riconosciuto il rimpianto, la mancata accettazione e l'incapacità di lasciare andare. 
Ho riconosciuto il silenzio. 
Ho riconosciuto la sua voglia - inconscia o meno - di autodistruggersi e ho riconosciuto quel bisogno di alcol, necessario per perdere conoscenza e riuscire a dormire. 

Io non l'ho mai mischiato al Valium, ma ammetto che quando mi capitava di dover assumere qualche farmaco per qualche malattia a volte sono stata tentata di mandarli giù con un po' di alcol - così, giusto per vedere che effetto avrei ottenuto. 

Avevo già provato l'alcol da solo, avevo la lametta come fedele alleata ed erano tutti metodi e dolori che conoscevo - come sarebbe stato mescolare un po' le sostanze nel mio stomaco? 
Non l'ho mai fatto - o forse l'ho fatto una volta, durante la prima o la seconda otite con gli antibiotici e l'effetto non è stato affatto quello che avrei desiderato.
Sono ben consapevole che servono sostanze che agiscono sul cervello e gli antibiotici non servono a quello scopo - però ci ho provato.

Ho amato quella protagonista, ma non l'ho amata solo per l'autolesionismo in comune. 
L'ho amata per il cambiamento che è riuscita a fare di sé e della sua vita - un cambiamento che io ancora non riesco a fare. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

sabato 7 ottobre 2017

Quando avevo diciotto anni ed ero arrivata a toccare davvero il fondo, una delle canzoni che ascoltavo più spesso era Iris dei Goo Goo Dolls. 

Ricordo quel maggio 2007 quasi come se fosse ieri, quasi come se fosse appena accaduto - quasi come se lo stessi vivendo in questo momento. 

E ricordo che era stata una giornata di quelle completamente da dimenticare, che era sera ed ero seduta al tavolo del salotto con il mio diario cartaceo aperto davanti a me. 
E forse volevo andare a dormire ma allo stesso tempo lo temevo, ero stressata perché a scuola ancora non ci davano tregua tra compiti e interrogazioni e io litigavo furiosamente con fisica e filosofia e intanto cercavo di incastrare i quiz per la patente e le guide con mio padre e con l'istruttore nel poco tempo a mia disposizione. 
Senza parlare di tutto quello che succedeva a livello interpersonale e di amicizie oppure con i miei genitori. 

Ricordo quel maggio 2007 per le lacrime che non smettevo di versare, per il sonno che mi negavo, per le parole che non pronunciavo, per le urla che mi raschiavano la gola tentando di uscire, per tutto l'alcol che mandavo giù come se fosse stato acqua tanto che una mattina sono andata addirittura a scuola con i postumi di una sbronza, per tutto il sangue che ho versato lacerandomi la pelle di un polso con una lametta. 

Ricordo quella sera di maggio 2007 con me seduta al tavolo e davanti il mio diario cartaceo, alla fine di una giornata - l'ennesima - che mi aveva devastata e con ancora la cicatrice della ferita che mi ero fatta con l'unghia del pollice - la prima, la più dolorosa, la più soddisfacente - e tante linee rosse fatte con la lametta a farle compagnia. 

E ascoltavo Iris dei Goo Goo Dolls tra le altre. 
E ricordo di aver scritto chiaramente - sia sul blog su Splinder che avevo all'epoca sia sul diario cartaceo - uno dei suoi versi perché era una delle poche cose che mi ancorava alla realtà. 

Yeah, you bleed just to know you're alive

Una realtà che comunque non volevo e quindi diventava un circolo vizioso senza che io riuscissi a spezzarlo. 

Tagliarmi per sanguinare era l'unica cosa che mi facesse sentire viva, che mi svegliasse da quel torpore che mi avvolgeva.
Ma rendere fisico quel dolore lancinante che sentivo dentro allo stesso tempo mi intorpidiva abbastanza da permettermi di staccare la mente da quello che stava accadendo. 

Volevo la prova di essere viva, ma non volevo essere viva.


Iris dei Goo Goo Dolls non è mai stata una di quelle canzoni che ho abbandonato per strada nel corso degli anni, a differenza di altre canzoni oppure di altre band. 
Quella particolare frase mi farà sempre effetto, mi farà sempre venire i brividi, per me sarà sempre vera - prova inconfutabile di quanto io sia malata, di quanto io ancora sappia pensare in quella maniera anche se ora sono più brava a frenarmi.

Eppure l'altro giorno l'ho riascoltata mentre ero in macchina e stavolta sono stata colpita dai due versi precedenti della strofa - l'unica strofa che per me abbia mai significato qualcosa. 
Ed è stato come sentirli per la prima volta. 

And you can't fight the tears that ain't coming
Or the moment of truth in your lies

E ho pensato alle lacrime che non riesco più a versare - non che comunque io lo permetta a me stessa - e mi sono seriamente chiesta se ci siano ancora momenti di verità nelle mie bugie. 

Non ho saputo rispondermi. 


Ieri mi è capitato di sentirmi dire nuovamente da una persona come e quanto si ricordasse bene di me a scuola nonostante fossero passati dieci anni e questa cosa non smetterà mai di gettarmi nel panico perché l'unica versione di me che riesco a farmi davanti non è neanche più la quindicenne colta da un attacco di panico perché circondata dai bulli sull'autobus e neanche quella diciannovenne che poi ha alzato un muro ed è uscita dal liceo come quasi una persona normale in apparenza, ma quella diciottenne autolesionista dipendente da una lametta e con troppo alcol in circolo. 
Quella diciottenne insonne e spezzata che ogni mattina doveva trovare uno straccio di motivo per alzarsi dal letto, fosse anche solo il pensiero del sollievo che le avrebbe dato la lametta in caso di necessità. 

Io vedo quella diciottenne in giro per i corridoi della scuola la mattina mentre si dirige in classe o alla fine delle lezioni - per me non esistono altre versioni. 
Non esistono versioni di una me stessa migliore o più stabile che gli altri possano ricordare con il sorriso sulle labbra, trattandomi come se fosse stata un'abitudine o la normalità vedermi senza prendermi in giro oppure chiedersi quale cazzo fosse il mio problema

Quando mi dicono di ricordarsi di me a scuola, io ricordo quella diciottenne che una parte ancora malata della mia anima e della mia testa non hanno mai smesso di essere - bloccata in quei 365 giorni tra un compleanno e l'altro come se il tempo non fosse mai passato e si fosse cristallizzato.
Gli anni di inferno sono stati due - da poco prima dei diciassette al compimento dei diciannove, ma i diciotto anni sono stati i peggiori. 

E forse ancora una volta il problema sono io - forse dove io vedevo solo sangue e cicatrici e alcol e lacrime, gli altri vedevano qualcosa di diverso. 
Forse gli altri vedevano stabilità e normalità mentre io mi sentivo mancare la terra sotto i piedi ad ogni respiro che maledicevo. 

Forse gli altri ricordano una persona che non sono mai stata. 
Forse mi piacerebbe conoscere la persona che si ricordano di aver visto passare in quei corridoi. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

martedì 19 settembre 2017

Non so come mai i sogni con te protagonista sono sempre così vividi rispetto agli altri - ma ehi, non ti montare la testa, gli incubi sono persino più vividi dei sogni in cui tu sei presente quindi non ti sentire speciale.

Non so neanche perché ti ho sognato, così all'improvviso - non ti pensavo da una vita e l'ultima volta che ti ho sognato eri soltanto una comparsa, un viso come un altro in mezzo a tanti altri. 

Quello di domenica mattina è stato un sogno così vivido nei suoi colori da sembrare reale, mi sembrava davvero una scena di vita a cui stavo assistendo con i miei occhi. 

Era iniziato in maniera quasi banale: io che dovevo uscire con un'amica, ma non so perché anche se l'appuntamento era per le 10:30 del mattino, io invece uscivo la sera prima e con la macchina mi dirigevo verso il Lido in cui ho lavorato quest'estate. 
E percorrevo quelle strade con la macchina fino a quando le radici degli alberi e le troppe persone per strada mi impedivano di proseguire e così ero costretta a prendere una bicicletta e passando davanti al mio luogo di lavoro incontravo un'altra mia conoscenza. 
Mi rendevo conto che c'era troppa coda per riuscire a tornare a casa in macchina e seguivo questa mia conoscente su questa passerella traballante fino ad un edificio - ma adesso non ricordo cosa facessero in questo edificio né perché io ci sia andata. Suppongo fosse una specie di centro di controllo del traffico in cui tenevano informate le persone bloccate al Lido come me. 
E la stanza in cui entravo - e in cui c'era tantissima altra gente - aveva delle vetrate enormi che si affacciavano sull'uscita della superstrada e continuavo a pensare che avrei potuto incamminarmi a piedi e che percorrendola sarei arrivata dritta a casa, ma invece restavo lì ad aspettare non so nemmeno cosa. 

E all'improvviso è diventato giorno e ho sentito un cambiamento nell'aria e guardando verso la porta ti ho visto entrare con tua madre e con la tua ragazza. 
Non volevo che mi vedessi, non volevo che pensassi che fossi lì apposta per te quando invece era solamente una coincidenza, così mi sono nascosta dietro questa mia conoscente - e un po' cercavo di non guardarti e un po' cercavo di sbirciarti senza farmi notare. 
Tu ti sei appoggiato alla parete con gli occhi chiusi senza accorgerti di me e io mi sono finalmente rilassata e mi sono messa a parlare con questa conoscente e stava andando tutto bene fino a quando una persona ha attirato la nostra attenzione e girandomi ho incrociato i tuoi occhi che mi stavano fissando con quell'intensità che mi ha sempre paralizzata. 
Sono andata nel panico e ho cominciato a dire a questa conoscente che sicuramente non c'era più traffico e che quindi potevo andare a riprendere la macchina e che tanto ero in ritardo e mentre spiegavo tutto questo senza più fiato nei polmoni cercando di arrivare intanto alla porta per fuggire, mi sono svegliata boccheggiando e con ancora la sensazione sulla pelle che tu mi stessi osservando. 

Non so perché continui ad infastidirmi quando io in realtà ti ho lasciato andare molto tempo fa. 

On air: Nickelback - Must Be Nice

domenica 17 settembre 2017

A Ferragosto sono andata ad un concerto - e non sono andata al lavoro per due giorni saltando quindi il clou dell'invasione turistica perché avevo già comprato il biglietto e prenotato l'hotel ben prima di sapere che avrei lavorato. 

Il punto è che sono andata ad un concerto dopo ben sette anni passati dall'ultimo. 
Il punto è che sono andata ad un concerto e non l'ho detto a nessuno - a parte i miei genitori e l'amica che era ovviamente con me. 

Quando le mie amiche mi hanno chiesto se avevo fatto il falò in spiaggia come gli anni scorsi, ho semplicemente risposto di no e ho aggiunto che la notte del 14 agosto l'ho passata a casa. 
Il che è vero, non ho mentito. 

Però ho omesso di dire quello che ho fatto il giorno dopo - ovvero prendere prima l'autobus e poi il treno per Igea Marina. 
Non so perché l'ho fatto, ho semplicemente sentito il bisogno di tenerlo per me. 

E mi era mancato l'ambiente di un concerto. 
L'essere insieme a perfetti sconosciuti che condividono la tua stessa passione, il parlare con suddetti sconosciuti come se si fosse amici da sempre, il vedersi prima sul lungomare e poi all'evento e riconoscersi e indicarsi da lontano. 
Lo stare sotto il palco e cantare a squarciagola mentre il sole tramonta, sedersi sulla collinetta e creare un gruppo con cui chiacchierare, l'after-party a notte fonda e andare a dormire alle quattro del mattino anche se dopo ti devi svegliare presto per non perdere il treno - andare a dormire con il sorriso per una volta e non perché hai tirato fino a quell'ora per evitare gli incubi. 

Ho visto colori diversi, ho respirato aria diversa, ho tenuto per me un momento di libertà che non volevo condividere con nessun altro.
Mi sono risentita un po' ragazzina agli inizi dei miei vent'anni, ma allo stesso tempo vedevo tutto con un certo distacco perché non sono mai stata una groupie e non mi sono mai inserita davvero nella "scena" da essere riconosciuta dai musicisti come la mia amica. 

Però è stato bello. 

E in qualche modo è stato anche più divertente quando sono tornata al lavoro e mi hanno chiesto come fosse andato il concerto e che genere fosse e, alla mia risposta "punk-rock", tutti mi abbiano guardata con tanto d'occhi. 
Non so, forse non sembro il tipo di persona che ascolta rock e allora mi chiedo cosa direbbero se ascoltassero le canzoni piene di screamo presenti nelle mie playlist. 

Non è il genere musicale che ascolto a definirmi perché ascolto anche country ed elettronica, ma il rock è sicuramente quello che preferisco - e in fondo mi diverte stupire le persone se davvero questo tratto di me non se lo aspettano. 

Essere andata a quel concerto ha comunque sbloccato qualcosa nella mia testa perché sebbene ascoltassi musica ogni giorno andando e tornando dal lavoro, a casa avevo smesso di farlo e mi sento finalmente un po' più me stessa ora che ho ricominciato e non sono più avvolta nel silenzio che prima mi opprimeva. 

On air: Blink 182 - Misery

mercoledì 13 settembre 2017

Quasi due mesi di assenza - assenza un po' alimentata dalla sottoscritta e un po' creata dalle circostanze. 

Avevo una mezza idea di scrivere ad inizio agosto perché andiamo, pure io so apprezzare l'ironia di certe coincidenze - il primo agosto mi stavo preparando per uscire con le amiche quando mi sono resa conto che, ehi, era martedì. 
Esattamente come undici anni fa. 
E quasi mi sarei aspettata di incontrarti come il fantasma che sei diventata. 

Ma poi ho iniziato a lavorare tutti i giorni anche nove ore e l'unica cosa che volevo fare una volta a casa era dormire. 
Tutto il resto - a parte le serie televisive - è passato in secondo piano oppure l'ho totalmente ignorato. 
Compreso il blog perché comunque sapevo di non avere la voglia e l'energia per scrivere e soprattutto sapevo che non sarebbe servito a niente - che gli antidolorifici che ho dovuto prendere ad un certo punto del mese non lasciavano spazio ad altro perché il dolore fisico era l'unica cosa a cui riuscivo comunque a pensare. 

E poi ieri sera sono uscita di nuovo e guidavo io e nel tratto che ho percorso da sola sono quasi andata in shock: improvvisamente ho visto le strade vuote, ho sentito il freddo che mi ha costretto ad alzare completamente i finestrini, ho ascoltato Tonight dei 3 Feet Smaller e mi sono resa conto di colpo che l'estate è finita e che per me è passata nella più completa solitudine. 
Cioè, di gente al lavoro ne ho vista anche fin troppa con tutti i turisti che sono scesi in vacanza, ma di fatto la mia estate ha visto solo le pareti di casa e le pareti del negozio e se prima me ne rendevo conto ad un livello superficiale, ieri sera mi ha colpita come un macigno. 
Un po' a causa degli orari che facevo e un po' perché... perché ormai la mia vita è questa. 

E anche se mi sono lamentata innumerevoli volte, adesso mi rendo conto che avevo il lavoro a distrarmi e una volta a casa ero così stanca e dolorante che non avevo la forza di accorgermene. 
Ma ora? Ora che l'autunno è qui con tutto il suo freddo, ieri sera mi si sono aperti gli occhi e ho visto tutto l'inverno davanti a me. 
E tutta la tristezza, la rabbia e la solitudine che erano svenute per il dolore ed erano state tramortite dagli antinfiammatori si sono risvegliate più feroci che mai. 

Ho scritto prima che quasi mi aspettavo di vederti sottoforma di fantasma, ma la verità è che sono io quella che sta diventando un fantasma. 

On air: Our Last Night - What You Made Me Do 

venerdì 21 luglio 2017

Ci sono notizie che sul momento mi lasciano indifferente e che ci mettono parecchio tempo ad assumere una consistenza... reale

Ieri è morto Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park - si è impiccato a 41 anni. 
E io ancora non me ne rendo conto, ma inizio a sentire quella sensazione di pesantezza al cuore e quando la notizia farà davvero presa su di me e mi renderò conto che è vero, allora soffrirò un sacco. 

I Linkin Park sono stati forse il primo gruppo "ribelle" della mia pre-adolescenza. 
Io, che in terza media stavo malissimo e la musica pop non mi bastava più per uscire dalla mia testa. E ricordo questo pomeriggio di inizio primavera: era sicuramente un martedì perché ricordo che ero nel cortile della scuola con i miei compagni di classe dopo il pranzo in mensa e prima delle lezioni pomeridiane. 
E non ricordo esattamente come mi ci sono avvicinata o la prima volta che ho sentito una loro canzone - forse MTV ai suoi tempi d'oro e Breaking the Habit era in rotazione. Però c'era questo mio compagno di classe che ascoltava già musica del genere e ricordo quei suoi due CD che mi sono fatta prestare come se fosse ieri: uno era Does This Look Infected? dei Sum 41 e l'altro era proprio Meteora dei Linkin Park. 

Ed era stato amore - immediatato e assoluto. 
Io ero fissata in particolare con Numb e mia madre adorava Figure.09 e in quell'estate - l'ultima di mio nonno - nessun altro album al di fuori di Meteora era entrato nel mio lettore CD. 
Ho praticamente consumato il Live in Texas a forza di guardare il DVD tutti i giorni e proprio perché così legati a mio nonno, dopo un po' è stato troppo doloroso ascoltarli. 

Minutes To Midnight del 2007 è stato il loro ultimo album che ho amato per intero e A Thounsand Suns (2010) e Living Things (2012) li ho ascoltati pochissimo - ma comunque non ho mai smesso di seguirli sui social e rispettarli per tutti i cambi di sound che decidevano di sperimentare. 

Può sembrare stupido, ma proprio perché se penso ai Linkin Park di conseguenza penso a Meteora e a mio nonno, so che quando la notizia diventerà reale per me sarà come un altro lutto. 
Non li seguivo più da vera fan, ma Chester Bennington ha cambiato il mio modo di percepire la musica - mi ha dato parole e suoni da urlare come prima nessun altro era riuscito a fare. Chester e i Linkin Park mi hanno instradata verso la musica che ascolto ancora oggi quattordici anni dopo il mio primo incontro con un genere così diverso da quello che ascoltavo prima. 

The sound of your voice
Painted on my memories
Even if you’re not with me

Ciao Chester. 
Grazie per tutto quello che mi hai dato e da oggi in poi, quando avrò la forza di riascoltare quelle canzoni, non solo penserò a mio nonno e rivedrò la quattordicenne che sono stata sotto quell'albero nel giardino della scuola media, ma sentirò anche te in ogni singola parola come forse non ho mai fatto. 

Ciao Chester. 

On air: Linkin Park - With You 

mercoledì 19 luglio 2017

Nell'estate del 2004 avevo un'abitudine: per me era impossibile andare a dormire senza ascoltare musica. 
E non avevo ancora un lettore mp3 all'epoca, quindi usavo il mio lettore CD portatile. 

Inizialmente era una cosa solo estiva. 

Era l'estate dei miei 15 anni ed ero nel mio periodo di onnipotenza, ma era anche l'estate dopo il mio primo anno di liceo - era l'estate in cui avevo ricominciato a scrivere su un diario, era l'estate in cui ero ossessionata dall'album Under My Skin di Avril Lavigne perché mi descriveva alla perfezione, era l'estate in cui avevo cominciato a prendere effettivamente coscienza del bullismo delle medie e dell'attacco di panico di qualche mese prima, era l'estate dei miei primi soldi guadagnati facendo la baby-sitter, era l'estate in cui la morte di mio nonno avvenuta il novembre precedente aveva cominciato a sembrarmi reale per la prima volta tanto da permettermi finalmente di piangerlo. 

Era l'estate in cui la musica ha cominciato ad essere davvero una parte di me. 

In estate, di notte, ho sempre amato lasciare la finestra aperta e ascoltare i rumori della vita lontana: il mio preferito, oltre al frusciare delle foglie sugli alberi, è sempre stato quello dello sfrecciare di una motocicletta. 
Rimanevo - rimango ancora - sdraiata ad ascoltare in attesa di addormentarmi e, quando lo sentivo, immaginavo una vita che non era mia ma che avrei voluto: immaginavo risate, divertimento, feste, amicizia, amore.
Il tutto concentrato nel rumore di una moto di passaggio. 

Ma quell'estate era diversa, tutti i rumori notturni mi rendevano irrequieta e solo ascoltare musica riusciva a calmarmi e sì, mi faceva pensare anche troppo, ma metteva anche in ordine tutti quei pensieri confusi che minacciavano di soffocarmi. 

Per un paio di anni è andata avanti solo d'estate, ma dal 2012 in poi è diventato qualcosa di cui sentivo il bisogno anche in inverno oppure in altri momenti dell'anno. 
Ho perso il conto di quanti auricolari ho rotto perché magari, girandomi nel sonno, tiravo inavvertitamente i fili delle cuffie e poi da una parte non usciva più il suono. 

Però era qualcosa che mi aiutava: all'inizio la musica portava in superficie pensieri anche scomodi o riflessioni che non ero pronta a fare, ma piano piano mi cullava nel sonno nel momento in cui il "nodo" si scioglieva e io mi rilassavo. 
Nel momento in cui mi concentravo solo sulle parole del testo, era questione di istanti e dormivo. 
E c'era qualcosa di confortante nello svegliarsi ad un certo punto della notte e sentire una canzone nelle orecchie, anche se solo con un auricolare perché magari l'altro l'avevo perso nel frattempo. 

È un po' che non lo faccio - un po' perché non posso comprarmi un paio di auricolari ogni sei mesi e un po' perché la notte non sono più così irrequieta. 
Però ci sono notti in cui non riesco a calmarmi e nessuno dei miei trucchi per addormentarmi funziona, quindi sento la mancanza della musica nelle orecchie come se mi mancasse l'aria nei polmoni. 

On air: Grant Gustin - Runnin' Home To You

martedì 11 luglio 2017

La maggior parte delle volte riesco ad ignorare tutto - quello che è accaduto, quello che accade quotidianamente, quello che probabilmente accadrà in futuro. 
Fingo che non esista, fingo che vada tutto bene, fingo che prima o poi passerà da solo. 

La maggior parte delle volte ci riesco - a volte, invece, non ce la faccio proprio.
E quasi scoppio in lacrime per la pressione che sento addosso, per il respiro che mi manca, per lo stomaco e il cuore che mi fanno male e in quelle occasioni mi chiedo se è possibile che si creino dei lividi anche dentro, in quei posti nei quali non puoi applicare una pomata per accelerarne la guarigione. 

Mi manca la persona che ero, mi manca quello che avevo. 
È una mancanza diversa da quella che dico di avere di solito. Quella che ultimamente è comparsa scritta qui da me è la mancanza che a volte provo per la persona malata che ero, quella che non esitava un secondo a passare la lametta sulla pelle al minimo accenno di stress. Quella che non esitava un secondo ad esternare e a portare alla luce il suo dolore facendolo scorrere liquido sotto forma di sangue. 

Il problema è che non sono neanche più quella persona perché oggi ci penso, oggi esito, oggi i tagli sono solo mentali e non portano più alcun sollievo e mi sento persino più malata di quanto fossi anni fa. E sono bloccata - bloccata in questo momento, bloccata nella mia mente, bloccata nel mio corpo e non trovo nemmeno la forza per pensare di aprire il cassetto e ricominciare, quando invece un tempo sarebbe stato un istinto naturale. 

Una volta ho scritto di come a quindici anni avessi preso la decisione di smettere di provare sentimenti, di come mi fossi allenata duramente, di come fossi riuscita a razionalizzare anche l'irrazionabile. 
E forse alla fine, quando ho preso (per l'ennesima volta) la decisione di smettere, è scattato quel famoso meccanismo che ha bloccato anche quell'istinto - come anni prima aveva bloccato tutto il resto. 

Dovrei esultare, vero? Non riesco più a prendere in mano la lametta e tagliarmi, urrà! 
Invece sto da schifo perché mi sembra di essermi privata della carta "esci gratis di prigione" e voi potreste dirmi di parlare con qualcuno e ogni volta che mi immagino farlo - ogni volta che mi dico che sto per farlo, avanti, fallo - mi si rivolta lo stomaco all'idea dello sguardo che mi troverò davanti a ricambiare il mio. Mi sembra di andare contro il mio naturale istinto di conservazione, quello che era andato a puttane a 13 anni quando ho stretto la cintura attorno al collo e quello che è andato nuovamente a puttane a partire dai sedici anni quando ho cominciato ad esagerare con l'alcol per poi passare alla lametta. 
E quello non mi creava problemi, invece la sola idea di parlare con qualcuno mi getta nel panico. 

Ma oggi non è quella persona che mi manca, quella che mi manca è un'altra versione di me stessa. 
E vorrei tornare indietro, non so nemmeno io di quanti anni, forse anche prima di quei 13 anni. Forse anche prima degli undici perché, a ben pensarci, posso ancora sentire i primi scricchiolii che allora non avevo notato. 

Forse tornerei ai diciassette e quella sera del primo agosto starei zitta, forse mi farei venire in mente prima di piantarmi le unghie in un polso per non emettere un fiato. Forse inizierei ad autodistruggermi prima invece di assistere adesso impotente a questo - qualunque cosa sia. A questa erosione lenta, costante e dolorosa che non riesco in alcun modo a fermare perché sono legata da catene invisibili e nessuno sente le urla. 

Vorrei tornare indietro a quando mi piaceva quello che vedevo allo specchio, a quando non mi alzavo dolorante ogni mattina e a quando non andavo a letto ogni notte con l'angoscia. 
Vorrei tornare a quando avevo qualcuno accanto che si accorgeva di quando stavo male, a quando i miei silenzi erano un segnale di allarme e non la normalità, a quando non avevo l'ansia ad uscire di casa e temere ogni persona che anche solo guardava nella mia direzione. 
Vorrei tornare a quando sorridevo e ridevo. 
Vorrei tornare a quando avevo delle amiche, a quando faceva la differenza se ci fossi o meno - o forse questo non è mai successo e non è mai stato vero. 
Vorrei tornare a quando non ero questa persona angosciata, arrabbiata, triste, annoiata, poco interessante, noiosa e depressa. 

O forse vorrei solo tornare a quella sera quando avevo tredici anni, non incrociare il mio sguardo nello specchio e concludere quello che avevo cominciato perché ci sono giorni che proprio non so perché ancora respiro.

venerdì 7 luglio 2017

Tra tutte le band che mi hanno accompagnata in quei due anni infernali, i The All-American Rejects hanno lasciato un segno indelebile.

Nel 2008 ho ascoltato il loro album When The World Comes Down a ripetizione e lo amavo nella sua quasi interezza. 
Una frase di Move Along del 2005 era diventata il mio mantra.  

Poi i due anni sono finiti e io mi sono concentrata solo sui miei artisti preferiti e sulle canzoni che amavo nei telefilm. 
Però quando ripenso a When The World Comes Down e alla voce di Tyson Ritter mentre canta quelle canzoni che mi rispecchiavano parecchio, ancora mi emoziono. 

E oggi ho visto il nuovo video su YouTube, un video di 11 minuti che contiene due canzoni creando un'unica storyline. 
E mi sono emozionata ancora una volta perché Tyson e gli altri hanno creato un'altra meraviglia. 

[...] Where ignorance was bliss
Ignorance was this place we could exist and then surrender
Do you remember?

The day you said it
That's when I know, that's when I know, that's when I know
And I'll never forget it
The day you said it
That's when I know, that's when I know, that's when I know
I'll make you regret it

Now I'm staring at the ceiling wide awake
Man, shit gets real when you're alone
(I wonder if you'll ever know)
There's these voices in my head
They're screaming words I should've said
But I don't know
I can't let go

On air: The All-American Rejects - Close Your Eyes 

venerdì 23 giugno 2017

Se devo essere sincera, qui non mi sento più a mio agio - per quanto riguarda lo scrivere le cose più personali, almeno. 
Non so, mi sembra che fin troppe persone che mi conoscono nella realtà siano a conoscenza del mio blog e non riesco più ad esprimermi come facevo una volta - mi sento bloccata, vulnerabile, troppo esposta ai loro occhi. 
Motivo per il quale ho smesso di scrivere così spesso e le cose che non trattengo nella mia testa alla fine le scrivo comunque, ma le salvo sul computer lontane da occhi indiscreti. 

Magari sono soltanto le mie solite paranoie. 


L'altra notte credo di averti sognato, credo che tu sia apparso in uno dei miei sogni ricorrenti - o era forse un incubo? 
Non ti ricordo nemmeno in maniera distinta, forse ho solo creduto di averti sognato però al risveglio la sensazione c'era. 


Martedì sera sono uscita, ma la mia testa e i miei pensieri andavano in mille direzioni diverse. 
Forse complice il posto in cui sono andata, mi sono ritrovata catapultata nell'estate del 2006 e ho creduto di vedere il mio fantasma ad ogni angolo. Ma non solo quello di quell'estate, ma quelli di tutta una vita. 
Ho rivisto il mio fantasma di bambina al mare con i suoi genitori, ho rivisto il mio fantasma di adolescente passare dalla sicurezza dei 15 anni alla desolazione dei 17/18 anni, ho visto il fantasma della pseudo-adulta che sono diventata qualche anno dopo. 
Ogni angolo di quel lido causa un'invasione di immagini e ricordi nella mia mente che assomiglia ad una valanga che minaccia di travolgermi e seppellirmi. 

E mi sono chiesta cosa avrei fatto se ti avessi improvvisamente rivista. 
Se avrei provato a parlarti e tu mi avresti evitata, se tu avresti provato a parlarmi e io ti avrei evitata, se entrambe avremmo provato a parlarci oppure se entrambe ci saremmo evitate. 

E ho visto anche persone che non c'erano, ho vissuto scene e conversazioni che non sono mai uscite dalla mia testa mentre immaginavo una vita che avrebbe potuto essere mia. 


Di solito succede solo sotto le luci del mio bagno, quella calda della lampadina sul soffitto e quella fredda del neon dello specchio creano due effetti diversi ma mettono in luce la stessa cosa. 

Sempre martedì sera stavo camminando sul marciapiedi e lo sguardo mi è caduto sulle braccia proprio nel momento in cui la luce del lampione mi ha illuminato i polsi. E ho sussultato. 

Di solito le luci del bagno mettono in evidenza solo quelle piccole cicatrici bianche e quei segni un po' rosa che non sono mai sbiaditi. 

La luce del lampione invece ha messo in evidenza una differenza abissale tra polso destro e polso sinistro. 
Mi sono ritrovata ad osservare un polso destro bianco, quasi perfetto con la pelle intonsa e mai toccata da qualcosa di vagamente tagliente. 
Poi ho spostato lo sguardo sul polso sinistro e mi è mancato il fiato nei polmoni mentre i miei occhi si spostavano da un polso all'altro non riuscendo a credere alle differenze. 
La pelle del polso sinistra non era bianca come l'altra, sembrava di guardare invece un piccolo laghetto sottocutaneo con un sottile strato di epidermide a fare da diga. 
Era come se al di sotto della pelle le vene non si fossero mai richiuse una volta che le ho aperte quella sera di dieci anni di fa e una costante emorragia fosse continuata fino a questo momento, trattenuta solo dall'epidermide. 
Tutta la zona in cui ero (sono?) solita tagliare alla luce del lampione sembrava nera/viola di sangue rappreso.  
Ed è brutto da dire, ma la mia mano destra ha iniziato a tremare per la voglia di qualcosa di tagliente, per la voglia di lasciar gocciolare via tutto quel sangue che ai miei occhi sembrava prigioniero. 
Con la ragione so che probabilmente si tratta di tessuto cicatriziale, ma ad una prima occhiata ho sentito i soliti istinti malati prendere il sopravvento per un momento prima che riuscissi a riacciuffarli per la collottola. 

L'estate è sempre il periodo peggiore. 

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