mercoledì 19 luglio 2017

Nell'estate del 2004 avevo un'abitudine: per me era impossibile andare a dormire senza ascoltare musica. 
E non avevo ancora un lettore mp3 all'epoca, quindi usavo il mio lettore CD portatile. 

Inizialmente era una cosa solo estiva. 

Era l'estate dei miei 15 anni ed ero nel mio periodo di onnipotenza, ma era anche l'estate dopo il mio primo anno di liceo - era l'estate in cui avevo ricominciato a scrivere su un diario, era l'estate in cui ero ossessionata dall'album Under My Skin di Avril Lavigne perché mi descriveva alla perfezione, era l'estate in cui avevo cominciato a prendere effettivamente coscienza del bullismo delle medie e dell'attacco di panico di qualche mese prima, era l'estate dei miei primi soldi guadagnati facendo la baby-sitter, era l'estate in cui la morte di mio nonno avvenuta il novembre precedente aveva cominciato a sembrarmi reale per la prima volta tanto da permettermi finalmente di piangerlo. 

Era l'estate in cui la musica ha cominciato ad essere davvero una parte di me. 

In estate, di notte, ho sempre amato lasciare la finestra aperta e ascoltare i rumori della vita lontana: il mio preferito, oltre al frusciare delle foglie sugli alberi, è sempre stato quello dello sfrecciare di una motocicletta. 
Rimanevo - rimango ancora - sdraiata ad ascoltare in attesa di addormentarmi e, quando lo sentivo, immaginavo una vita che non era mia ma che avrei voluto: immaginavo risate, divertimento, feste, amicizia, amore.
Il tutto concentrato nel rumore di una moto di passaggio. 

Ma quell'estate era diversa, tutti i rumori notturni mi rendevano irrequieta e solo ascoltare musica riusciva a calmarmi e sì, mi faceva pensare anche troppo, ma metteva anche in ordina tutti quei pensieri confusi che minacciavano di soffocarmi. 

Per un paio di anni è andata avanti solo d'estate, ma dal 2012 in poi è diventato qualcosa di cui sentivo il bisogno anche in inverno oppure in altri momenti dell'anno. 
Ho perso il conto di quanti auricolari ho rotto perché magari, girandomi nel sonno, tiravo inavvertitamente i fili delle cuffie e poi da una parte non usciva più il suono. 

Però era qualcosa che mi aiutava: all'inizio la musica portava in superficie pensieri anche scomodi o riflessioni che non ero pronta a fare, ma piano piano mi cullava nel sonno nel momento in cui il "nodo" si scioglieva e io mi rilassavo. 
Nel momento in cui mi concentravo solo sulle parole del testo, era questione di istanti e dormivo. 
E c'era qualcosa di confortante nello svegliarsi ad un certo punto della notte e sentire una canzone nelle orecchie, anche se solo con un auricolare perché magari l'altro l'avevo perso nel frattempo. 

È un po' che non lo faccio - un po' perché non posso comprarmi un paio di auricolari ogni sei mesi e un po' perché la notte non sono più così irrequieta. 
Però ci sono notti in cui non riesco a calmarmi e nessuno dei miei trucchi per addormentarmi funziona, quindi sento la mancanza della musica nelle orecchie come se mi mancasse l'aria nei polmoni. 

On air: Grant Gustin - Runnin' Home To You

martedì 11 luglio 2017

La maggior parte delle volte riesco ad ignorare tutto - quello che è accaduto, quello che accade quotidianamente, quello che probabilmente accadrà in futuro. 
Fingo che non esista, fingo che vada tutto bene, fingo che prima o poi passerà da solo. 

La maggior parte delle volte ci riesco - a volte, invece, non ce la faccio proprio.
E quasi scoppio in lacrime per la pressione che sento addosso, per il respiro che mi manca, per lo stomaco e il cuore che mi fanno male e in quelle occasioni mi chiedo se è possibile che si creino dei lividi anche dentro, in quei posti nei quali non puoi applicare una pomata per accelerarne la guarigione. 

Mi manca la persona che ero, mi manca quello che avevo. 
È una mancanza diversa da quella che dico di avere di solito. Quella che ultimamente è comparsa scritta qui da me è la mancanza che a volte provo per la persona malata che ero, quella che non esitava un secondo a passare la lametta sulla pelle al minimo accenno di stress. Quella che non esitava un secondo ad esternare e a portare alla luce il suo dolore facendolo scorrere liquido sotto forma di sangue. 

Il problema è che non sono neanche più quella persona perché oggi ci penso, oggi esito, oggi i tagli sono solo mentali e non portano più alcun sollievo e mi sento persino più malata di quanto fossi anni fa. E sono bloccata - bloccata in questo momento, bloccata nella mia mente, bloccata nel mio corpo e non trovo nemmeno la forza per pensare di aprire il cassetto e ricominciare, quando invece un tempo sarebbe stato un istinto naturale. 

Una volta ho scritto di come a quindici anni avessi preso la decisione di smettere di provare sentimenti, di come mi fossi allenata duramente, di come fossi riuscita a razionalizzare anche l'irrazionabile. 
E forse alla fine, quando ho preso (per l'ennesima volta) la decisione di smettere, è scattato quel famoso meccanismo che ha bloccato anche quell'istinto - come anni prima aveva bloccato tutto il resto. 

Dovrei esultare, vero? Non riesco più a prendere in mano la lametta e tagliarmi, urrà! 
Invece sto da schifo perché mi sembra di essermi privata della carta "esci gratis di prigione" e voi potreste dirmi di parlare con qualcuno e ogni volta che mi immagino farlo - ogni volta che mi dico che sto per farlo, avanti, fallo - mi si rivolta lo stomaco all'idea dello sguardo che mi troverò davanti a ricambiare il mio. Mi sembra di andare contro il mio naturale istinto di conservazione, quello che era andato a puttane a 13 anni quando ho stretto la cintura attorno al collo e quello che è andato nuovamente a puttane a partire dai sedici anni quando ho cominciato ad esagerare con l'alcol per poi passare alla lametta. 
E quello non mi creava problemi, invece la sola idea di parlare con qualcuno mi getta nel panico. 

Ma oggi non è quella persona che mi manca, quella che mi manca è un'altra versione di me stessa. 
E vorrei tornare indietro, non so nemmeno io di quanti anni, forse anche prima di quei 13 anni. Forse anche prima degli undici perché, a ben pensarci, posso ancora sentire i primi scricchiolii che allora non avevo notato. 

Forse tornerei ai diciassette e quella sera del primo agosto starei zitta, forse mi farei venire in mente prima di piantarmi le unghie in un polso per non emettere un fiato. Forse inizierei ad autodistruggermi prima invece di assistere adesso impotente a questo - qualunque cosa sia. A questa erosione lenta, costante e dolorosa che non riesco in alcun modo a fermare perché sono legata da catene invisibili e nessuno sente le urla. 

Vorrei tornare indietro a quando mi piaceva quello che vedevo allo specchio, a quando non mi alzavo dolorante ogni mattina e a quando non andavo a letto ogni notte con l'angoscia. 
Vorrei tornare a quando avevo qualcuno accanto che si accorgeva di quando stavo male, a quando i miei silenzi erano un segnale di allarme e non la normalità, a quando non avevo l'ansia ad uscire di casa e temere ogni persona che anche solo guardava nella mia direzione. 
Vorrei tornare a quando sorridevo e ridevo. 
Vorrei tornare a quando avevo delle amiche, a quando faceva la differenza se ci fossi o meno - o forse questo non è mai successo e non è mai stato vero. 
Vorrei tornare a quando non ero questa persona angosciata, arrabbiata, triste, annoiata, poco interessante, noiosa e depressa. 

O forse vorrei solo tornare a quella sera quando avevo tredici anni, non incrociare il mio sguardo nello specchio e concludere quello che avevo cominciato perché ci sono giorni che proprio non so perché ancora respiro.

venerdì 7 luglio 2017

Tra tutte le band che mi hanno accompagnata in quei due anni infernali, i The All-American Rejects hanno lasciato un segno indelebile.

Nel 2008 ho ascoltato il loro album When The World Comes Down a ripetizione e lo amavo nella sua quasi interezza. 
Una frase di Move Along del 2005 era diventata il mio mantra.  

Poi i due anni sono finiti e io mi sono concentrata solo sui miei artisti preferiti e sulle canzoni che amavo nei telefilm. 
Però quando ripenso a When The World Comes Down e alla voce di Tyson Ritter mentre canta quelle canzoni che mi rispecchiavano parecchio, ancora mi emoziono. 

E oggi ho visto il nuovo video su YouTube, un video di 11 minuti che contiene due canzoni creando un'unica storyline. 
E mi sono emozionata ancora una volta perché Tyson e gli altri hanno creato un'altra meraviglia. 

[...] Where ignorance was bliss
Ignorance was this place we could exist and then surrender
Do you remember?

The day you said it
That's when I know, that's when I know, that's when I know
And I'll never forget it
The day you said it
That's when I know, that's when I know, that's when I know
I'll make you regret it

Now I'm staring at the ceiling wide awake
Man, shit gets real when you're alone
(I wonder if you'll ever know)
There's these voices in my head
They're screaming words I should've said
But I don't know
I can't let go

On air: The All-American Rejects - Close Your Eyes 

venerdì 23 giugno 2017

Se devo essere sincera, qui non mi sento più a mio agio - per quanto riguarda lo scrivere le cose più personali, almeno. 
Non so, mi sembra che fin troppe persone che mi conoscono nella realtà siano a conoscenza del mio blog e non riesco più ad esprimermi come facevo una volta - mi sento bloccata, vulnerabile, troppo esposta ai loro occhi. 
Motivo per il quale ho smesso di scrivere così spesso e le cose che non trattengo nella mia testa alla fine le scrivo comunque, ma le salvo sul computer lontane da occhi indiscreti. 

Magari sono soltanto le mie solite paranoie. 


L'altra notte credo di averti sognato, credo che tu sia apparso in uno dei miei sogni ricorrenti - o era forse un incubo? 
Non ti ricordo nemmeno in maniera distinta, forse ho solo creduto di averti sognato però al risveglio la sensazione c'era. 


Martedì sera sono uscita, ma la mia testa e i miei pensieri andavano in mille direzioni diverse. 
Forse complice il posto in cui sono andata, mi sono ritrovata catapultata nell'estate del 2006 e ho creduto di vedere il mio fantasma ad ogni angolo. Ma non solo quello di quell'estate, ma quelli di tutta una vita. 
Ho rivisto il mio fantasma di bambina al mare con i suoi genitori, ho rivisto il mio fantasma di adolescente passare dalla sicurezza dei 15 anni alla desolazione dei 17/18 anni, ho visto il fantasma della pseudo-adulta che sono diventata qualche anno dopo. 
Ogni angolo di quel lido causa un'invasione di immagini e ricordi nella mia mente che assomiglia ad una valanga che minaccia di travolgermi e seppellirmi. 

E mi sono chiesta cosa avrei fatto se ti avessi improvvisamente rivista. 
Se avrei provato a parlarti e tu mi avresti evitata, se tu avresti provato a parlarmi e io ti avrei evitata, se entrambe avremmo provato a parlarci oppure se entrambe ci saremmo evitate. 

E ho visto anche persone che non c'erano, ho vissuto scene e conversazioni che non sono mai uscite dalla mia testa mentre immaginavo una vita che avrebbe potuto essere mia. 


Di solito succede solo sotto le luci del mio bagno, quella calda della lampadina sul soffitto e quella fredda del neon dello specchio creano due effetti diversi ma mettono in luce la stessa cosa. 

Sempre martedì sera stavo camminando sul marciapiedi e lo sguardo mi è caduto sulle braccia proprio nel momento in cui la luce del lampione mi ha illuminato i polsi. E ho sussultato. 

Di solito le luci del bagno mettono in evidenza solo quelle piccole cicatrici bianche e quei segni un po' rosa che non sono mai sbiaditi. 

La luce del lampione invece ha messo in evidenza una differenza abissale tra polso destro e polso sinistro. 
Mi sono ritrovata ad osservare un polso destro bianco, quasi perfetto con la pelle intonsa e mai toccata da qualcosa di vagamente tagliente. 
Poi ho spostato lo sguardo sul polso sinistro e mi è mancato il fiato nei polmoni mentre i miei occhi si spostavano da un polso all'altro non riuscendo a credere alle differenze. 
La pelle del polso sinistra non era bianca come l'altra, sembrava di guardare invece un piccolo laghetto sottocutaneo con un sottile strato di epidermide a fare da diga. 
Era come se al di sotto della pelle le vene non si fossero mai richiuse una volta che le ho aperte quella sera di dieci anni di fa e una costante emorragia fosse continuata fino a questo momento, trattenuta solo dall'epidermide. 
Tutta la zona in cui ero (sono?) solita tagliare alla luce del lampione sembrava nera/viola di sangue rappreso.  
Ed è brutto da dire, ma la mia mano destra ha iniziato a tremare per la voglia di qualcosa di tagliente, per la voglia di lasciar gocciolare via tutto quel sangue che ai miei occhi sembrava prigioniero. 
Con la ragione so che probabilmente si tratta di tessuto cicatriziale, ma ad una prima occhiata ho sentito i soliti istinti malati prendere il sopravvento per un momento prima che riuscissi a riacciuffarli per la collottola. 

L'estate è sempre il periodo peggiore. 

On air: Our Last Night - Home 

sabato 17 giugno 2017

Domenica sono dovuta andare a votare per eleggere il sindaco nel mio comune - ma non sono qui per parlare di politica. 

Il punto è che mi sono dovuta recare nel "centro" della mia frazione e mi sono resa conto forse per la prima volta che già andarci a votare quella volta ogni tot anni è anche troppo - non ricordo di aver mai provato un odio così viscerale per un posto e per coloro ci abitano. 

Non so perché, forse è una combinazione di cose. 
Forse è il fatto è che so chi abita ancora nei paraggi, forse sono le facce che ho visto - facce di persone che mi hanno reso l'adolescenza un inferno e che ancora fanno bruciare le braci sotto la cenere. 
Forse dipende dal fatto che ogni volta poso gli occhi sul bar in cui mio nonno andava a giocare a carte e mi si stringe lo stomaco - di dolore per lui e di rabbia quando vedo fuori dalla porta quelle persone che vorrei solo cancellare. 

Domenica ho provato un odio e un disgusto come forse non ne ho provato, con un'intensità che non sperimentavo da anni e che mi ha fatta sentire come se avessi ancora 15/16 anni. 


La scorsa notte ho fatto ancora l'incubo sulla scuola. 
Questa volta però non era la versione in cui io salto le lezioni e giro per i corridoi e magari mi nascondo in bagno, ma era la versione in cui io mi sveglio in ritardo la mattina e ho lo zaino completamente sfatto, non ho finito i compiti e non ho studiato per le verifiche, non so dove ho messo le scarpe da ginnastica e le cerco mentre mi lavo i denti e contemporaneamente non riesco a leggere l'orario delle lezioni sul diario. 

Non so perché questo sogno mi ossessiona così tanto, ogni volta mi sveglio con il fiatone.  

On air: The Fray - Run For Your Life

venerdì 9 giugno 2017

Ad infestare le mie notti ci sono gli incubi - quelli "normali" - e poi ci sono i sogni ricorrenti, che definire incubi non sempre è corretto. 

In realtà fa un po' ridere pensare che vanno a periodi. 
Non so, sembra quasi che si mettano d'accordo. 

Passo notti infestate da incubi che so di aver fatto ma che al mattino poi non ricordo e infine basta che una notte io ne faccia uno di quelli ricorrenti ed ecco che come nel domino uno segue l'altro in un effetto a cascata. 

Ho cominciato con quello a scuola, anche se i dettagli sono sfumati. 
Ricordo solo che io vagavo per i corridoi e sbirciavo nella classi altrui, ma non ricordo se fosse estate o se fosse inverno con la neve che entrava dalle finestre e dalle porte aperte. 
La notte dopo ho sognato di dover aspettare il treno della sera perché avevo perso quello che avrei dovuto prendere per andare a casa e come al solito la città non aveva affatto le sembianze che ha nella realtà, ma era immersa al tramonto e circondata da spazi verdi. La stazione stessa non sembrava una stazione dei treni, ma assomigliava più che altro al terminal di un aeroporto. 
E, ma va, stavo scappando da qualcuno. 
Ieri notte invece ho sognato di essere su un pullman con gente che frequentava con me le scuole medie, ma non erano i miei compagni di classe bensì i ragazzi più grandi che in qualche modo avevo sempre invidiato. E poi, ehi, finalmente un cambio di scenario! Non stavamo andando o tornando da scuola, ma stavamo passando per San Francisco e io osservavo rapita dal finestrino nonostante il cielo fosse grigio di nuvole e minacciasse pioggia - cercando intanto di zittire qualcuno che provava a parlarmi.  


Dopo anni so riconoscere i sintomi e ormai ho capito che alterno momenti in cui fosse per me starei sempre sveglia perché ho paura di quello che potrei vedere con gli occhi chiusi e momenti in cui dormirei in ogni momento. 
E credo che i periodi in cui mi metto a dormire ad ogni minima occasione - anche nel bel mezzo del pomeriggio per far passare il tempo più in fretta e restare incosciente il più a lungo possibile - siano anche i peggiori e i più dannosi. 
Lo riconosco, so cosa vogliono dire, ma non ho la forza di fare niente per smettere. 

On air: Our Last Night - Common Ground 

martedì 30 maggio 2017

Non ricordo in che modo né perché quel video fosse apparso nei miei feed di YouTube - probabilmente perché in quel periodo ero fissata con Closer dei The Chainsmokers cantata con Halsey e di conseguenza i video di cover fioccavano come neve a dicembre. 

Nei miei feed era comparsa un'altra cover dei The Chainsmokers - di una canzone chiamata All We Know.
Ma non era stato questo a colpirmi, no. 

La cover era realizzata da una band che ascoltavo a 18 anni e di cui avevo conservato solo due canzoni sul computer perché non era mai rientrata tra le mie preferite - probabilmente era il periodo in cui il troppo screamo iniziava a darmi fastidio.

Rivedere il nome di questa band mi ha incuriosita e ho ascoltato un'altra cover realizzata da loro (che ho scoperto piacermi molto più dell'originale), così questo mese mi sono dedicata alla loro riscoperta e mi sono innamorata in particolare di tre canzoni del loro ultimo album. 

E proprio perché ho riscoperto questa band, domenica sono stata incuriosita da questo video su YouTube di una band che non avevo mai sentito nominare ma in cui era presente un featuring con il cantante degli Our Last Night. 
Amore, amore al primo ascolto - il genere che ascoltavo da adolescente, il genere che ancora amo, il genere che mescola melodico e screamo. 


Una volta ero solita, quando parlavo e volevo dire qualcosa senza dirlo davvero, pronunciare una qualche frase che secondo me avrebbe dovuto suscitare qualche reazione. Non dico far scattare un qualche campanello d'allarme su come stessi davvero, ma perlomeno far venire qualche dubbio a chi mi ascoltava. 

Mi sono resa conto che nei mesi scorsi queste mie frasi si sono fatte più esplicite, ma nessuno le coglie e non so come mi faccia sentire la cosa - non so se mi sento preoccupata o se mi sento sollevata. 
La verità è che ci penso spesso, ci penso più spesso di quanto dovrei e di quanto sia sano, penso che se accadesse non mi importerebbe più di tanto. 

Penso anche a ricominciare, specialmente adesso che comincia a fare più caldo e ho le braccia scoperte e tutta quella pelle bianca quasi mi dà fastidio e il fatto che facesse freddo in fondo non mi dispiaceva perché in quel modo ero costretta a non vedere le miriadi di possibilità che mi si stendono sotto gli occhi con la bella stagione. 
C'è una parte di me che vorrebbe ricominciare, ma ancora riesco a tenerla al guinzaglio e con la museruola - però ci penso. 
La sento nello stomaco mentre si fa sempre più solida, mentre grida, mentre mi ricorda quant'era bello sentire qualcosa che non fosse il dolore interiore che mi dilaniava o l'apatia che mi faceva sentire morta. 
Ho passato le dita su quella pelle marchiata di cui solo i miei polpastrelli avvertono i piccoli rilievi di dove passavo la lama, ho visto sotto la luce del sole quelle piccole cicatrici che nessun altro vede e ogni giorno lotto per non aggiungerne altre o per ignorare quella voce che mi incita a fare anche peggio e a seguire le indicazioni neanche troppo velate che anche inconsciamente lascio. 

On air: Fear and Wonder feat. Trevor Wentworth - The Only Way

mercoledì 3 maggio 2017

Non è la prima volta che smetto di scrivere per un periodo di tempo abbastanza significativo rispetto ai miei standard. Ricordo che ho smesso di scrivere sul mio diario cartaceo anche per diversi anni nella mia adolescenza prima di riprendere ad un certo punto. 

Non so, era come se aspettassi che tutto arrivasse a traboccare. 
C'erano momenti in cui drenare il veleno un po' alla volta era la soluzione a me più congeniale e c'erano invece momenti in cui mi fermavo e aspettavo che l'acido mi corrodesse fino alla gola prima di riversare poi tutte le parole da qualche parte. Mai a qualcuno, non più a qualcuno - solo sulla carta o su un foglio elettronico. 

Ero stata quasi invogliata a scrivere a metà del mese scorso - e credo che sia la prima volta che manco l'appuntamento del mio compleanno per fare un "bilancio" - ma alla fine mi era passata la voglia. 
Avrei scritto che il livello di rabbia era sceso al di sotto dei livelli di guardia, che la situazione si stava stabilizzando, che avevo ripreso a rispondere ai messaggi ma senza esagerare, che avevo ripreso a dire qualche parola in più dello stretto necessario e senza che la mia voce sembrasse strozzata o quella di un robot - ma poi indifferenza e apatia hanno ripreso il sopravvento. 


Rispondo che sto bene e che non ho novità ai messaggi anche se la situazione a casa è stata un casino nei mesi scorsi e anche se ieri pomeriggio è capitata un'altra situazione di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ma non ne parlo, mento e dico che va tutto bene e che non c'è nulla di nuovo. 
Non faccio apposta a mentire, è proprio una cosa automatica - semplicemente non ho voglia di parlarne e credo che così sia molto più facile. 
Per tutti, ma soprattutto per me. 

Ricordo quando eravamo ancora amiche e io volevo parlare di NAC - e okay, non era esattamente un argomento serio, ma per me all'epoca aveva importanza. 
Ma tu eri già nella fase in cui non te ne fregava niente, eravamo già nella fase in cui la nostra amicizia aveva i giorni contati.  
Il punto è che ricordo che io volevo parlare, ma tu non volevi ascoltarmi e così io ho cominciato a tacere e da quella volta sono estremamente riluttante ad aprire bocca. 

Ogni tanto penso che non ne vale la pena, ogni tanto sento di non avere nessuno con cui parlare - spesso comunque non ne ho semplicemente voglia. 

On air: The Script - No Good in Goodbye

sabato 1 aprile 2017

Tenersi intrappolate dentro le cose - pensieri, parole, sensazioni - dentro, fa male. Su questo non ci sono dubbi e lo dicono poi tutti. 
Lo so anche io che sono anni che reprimo tutto - lo so anche io che poi trasformo tutto in un malessere psicosomatico. 

Ieri pomeriggio ero così arrabbiata e dopo aver urlato mezze frasi a mezza voce mi sono costretta a mandare giù il resto e alla sera mi è scoppiato un feroce mal di testa. 
Uno di quei mal di testa che mi passano solo se rimango incosciente per diverse ore e mi risveglio poi fingendo che non sia mai accaduto nulla. 

Fa male tenersi le cose intrappolate dentro, lo so. 
Ma è un male necessario se sai quanti danni puoi fare aprendo bocca perché sei troppo cattiva e infida. 

mercoledì 29 marzo 2017

Continua il mio periodo di latitanza - un po' inconsciamente e un po' ben consapevole della cosa. 

Negli ultimi mesi ho parlato di come la mia vita sembrasse lo specchio di quella di dieci anni fa, di come le situazioni si ripetessero nello stesso modo
Ed è vero - in parte. 
Ma recentemente sono anche riuscita a cogliere le differenze - differenze che forse ad una prima occhiata sono impercettibili, ma che adesso non riesco a fare a meno di notare. 

Dieci anni fa scrivevo, scrivevo continuamente. 
Non avevo ancora il famoso bloc-notes rosso che usavo a scuola e su cui passavo china tutto il tempo invece di ascoltare le lezioni, ma avevo il diario cartaceo e avevo il blog su Splinder. 
E scrivevo, scrivevo sempre. 

Come poi avrei fatto mesi dopo su quel bloc-notes rosso, le parole sembravano non esaurirsi mai mentre versavo inchiostro sulle pagine bianche e consumavo penne una dopo l'altra. 
Era un flusso costante di parole e frasi che non riuscivo ad imbrigliare, figuriamoci a fermare - erano il mio sfogo, era quello che restava della mia sanità mentale

Dieci anni fa ancora non mi tagliavo, avrei cominciato a maggio e io adesso non ho ancora ripreso e finora questa è l'unica similitudine per la quale sono grata. 

La differenza tra allora e adesso è che le parole sembrano non esistere più. 
Anche dieci anni fa avevo smesso di parlare, ma era tutto intrappolato nella mia testa e l'unico modo per farlo uscire e per sfogarmi era scrivere - pagina cartacea o pagina digitale che fosse. 

Oggi non parlo, ma le parole comunque svaniscono non appena prendono forma nella mente. 
Di conseguenza lo sforzo di pronunciare o scrivere qualcosa è anche maggiore del solito - facevo fatica prima quando le parole c'erano, ora che non ho veramente nulla da dire o da pensare è addirittura impossibile. 

Mi rendo conto che lascio passare i giorni così, nel silenzio.  
Prima era solo il silenzio lasciato dall'assenza della mia voce che si trasformava in puro caos se solo qualcuno fosse stato in grado di udire la mia mente. Ora invece è un silenzio totale perché anche i miei pensieri hanno smesso di muoversi, come se fossero stati privati dell'ossigeno troppo a lungo e si fossero arresi all'inevitabile

Sono apatica come non sono mai stata, sono silenziosa come quando da piccola ancora non parlavo. 
Non c'è nulla dentro di me o all'esterno che mi faccia venire voglia di pronunciare una sillaba. 
È un silenzio totale quello in cui sono immersa - quello dettato dall'assenza della mia voce, quello dentro di me e quello dell'ambiente che mi circonda. 

Sono così apatica che non ricordo nemmeno l'ultima volta in cui ho ascoltato una canzone, figuriamoci l'ultima volta in cui l'ho canticchiata.