venerdì 23 giugno 2017

Se devo essere sincera, qui non mi sento più a mio agio - per quanto riguarda lo scrivere le cose più personali, almeno. 
Non so, mi sembra che fin troppe persone che mi conoscono nella realtà siano a conoscenza del mio blog e non riesco più ad esprimermi come facevo una volta - mi sento bloccata, vulnerabile, troppo esposta ai loro occhi. 
Motivo per il quale ho smesso di scrivere così spesso e le cose che non trattengo nella mia testa alla fine le scrivo comunque, ma le salvo sul computer lontane da occhi indiscreti. 

Magari sono soltanto le mie solite paranoie. 


L'altra notte credo di averti sognato, credo che tu sia apparso in uno dei miei sogni ricorrenti - o era forse un incubo? 
Non ti ricordo nemmeno in maniera distinta, forse ho solo creduto di averti sognato però al risveglio la sensazione c'era. 


Martedì sera sono uscita, ma la mia testa e i miei pensieri andavano in mille direzioni diverse. 
Forse complice il posto in cui sono andata, mi sono ritrovata catapultata nell'estate del 2006 e ho creduto di vedere il mio fantasma ad ogni angolo. Ma non solo quello di quell'estate, ma quelli di tutta una vita. 
Ho rivisto il mio fantasma di bambina al mare con i suoi genitori, ho rivisto il mio fantasma di adolescente passare dalla sicurezza dei 15 anni alla desolazione dei 17/18 anni, ho visto il fantasma della pseudo-adulta che sono diventata qualche anno dopo. 
Ogni angolo di quel lido causa un'invasione di immagini e ricordi nella mia mente che assomiglia ad una valanga che minaccia di travolgermi e seppellirmi. 

E mi sono chiesta cosa avrei fatto se ti avessi improvvisamente rivista. 
Se avrei provato a parlarti e tu mi avresti evitata, se tu avresti provato a parlarmi e io ti avrei evitata, se entrambe avremmo provato a parlarci oppure se entrambe ci saremmo evitate. 

E ho visto anche persone che non c'erano, ho vissuto scene e conversazioni che non sono mai uscite dalla mia testa mentre immaginavo una vita che avrebbe potuto essere mia. 


Di solito succede solo sotto le luci del mio bagno, quella calda della lampadina sul soffitto e quella fredda del neon dello specchio creano due effetti diversi ma mettono in luce la stessa cosa. 

Sempre martedì sera stavo camminando sul marciapiedi e lo sguardo mi è caduto sulle braccia proprio nel momento in cui la luce del lampione mi ha illuminato i polsi. E ho sussultato. 

Di solito le luci del bagno mettono in evidenza solo quelle piccole cicatrici bianche e quei segni un po' rosa che non sono mai sbiaditi. 

La luce del lampione invece ha messo in evidenza una differenza abissale tra polso destro e polso sinistro. 
Mi sono ritrovata ad osservare un polso destro bianco, quasi perfetto con la pelle intonsa e mai toccata da qualcosa di vagamente tagliente. 
Poi ho spostato lo sguardo sul polso sinistro e mi è mancato il fiato nei polmoni mentre i miei occhi si spostavano da un polso all'altro non riuscendo a credere alle differenze. 
La pelle del polso sinistra non era bianca come l'altra, sembrava di guardare invece un piccolo laghetto sottocutaneo con un sottile strato di epidermide a fare da diga. 
Era come se al di sotto della pelle le vene non si fossero mai richiuse una volta che le ho aperte quella sera di dieci anni di fa e una costante emorragia fosse continuata fino a questo momento, trattenuta solo dall'epidermide. 
Tutta la zona in cui ero (sono?) solita tagliare alla luce del lampione sembrava nera/viola di sangue rappreso.  
Ed è brutto da dire, ma la mia mano destra ha iniziato a tremare per la voglia di qualcosa di tagliente, per la voglia di lasciar gocciolare via tutto quel sangue che ai miei occhi sembrava prigioniero. 
Con la ragione so che probabilmente si tratta di tessuto cicatriziale, ma ad una prima occhiata ho sentito i soliti istinti malati prendere il sopravvento per un momento prima che riuscissi a riacciuffarli per la collottola. 

L'estate è sempre il periodo peggiore. 

On air: Our Last Night - Home 

sabato 17 giugno 2017

Domenica sono dovuta andare a votare per eleggere il sindaco nel mio comune - ma non sono qui per parlare di politica. 

Il punto è che mi sono dovuta recare nel "centro" della mia frazione e mi sono resa conto forse per la prima volta che già andarci a votare quella volta ogni tot anni è anche troppo - non ricordo di aver mai provato un odio così viscerale per un posto e per coloro ci abitano. 

Non so perché, forse è una combinazione di cose. 
Forse è il fatto è che so chi abita ancora nei paraggi, forse sono le facce che ho visto - facce di persone che mi hanno reso l'adolescenza un inferno e che ancora fanno bruciare le braci sotto la cenere. 
Forse dipende dal fatto che ogni volta poso gli occhi sul bar in cui mio nonno andava a giocare a carte e mi si stringe lo stomaco - di dolore per lui e di rabbia quando vedo fuori dalla porta quelle persone che vorrei solo cancellare. 

Domenica ho provato un odio e un disgusto come forse non ne ho provato, con un'intensità che non sperimentavo da anni e che mi ha fatta sentire come se avessi ancora 15/16 anni. 


La scorsa notte ho fatto ancora l'incubo sulla scuola. 
Questa volta però non era la versione in cui io salto le lezioni e giro per i corridoi e magari mi nascondo in bagno, ma era la versione in cui io mi sveglio in ritardo la mattina e ho lo zaino completamente sfatto, non ho finito i compiti e non ho studiato per le verifiche, non so dove ho messo le scarpe da ginnastica e le cerco mentre mi lavo i denti e contemporaneamente non riesco a leggere l'orario delle lezioni sul diario. 

Non so perché questo sogno mi ossessiona così tanto, ogni volta mi sveglio con il fiatone.  

On air: The Fray - Run For Your Life

venerdì 9 giugno 2017

Ad infestare le mie notti ci sono gli incubi - quelli "normali" - e poi ci sono i sogni ricorrenti, che definire incubi non sempre è corretto. 

In realtà fa un po' ridere pensare che vanno a periodi. 
Non so, sembra quasi che si mettano d'accordo. 

Passo notti infestate da incubi che so di aver fatto ma che al mattino poi non ricordo e infine basta che una notte io ne faccia uno di quelli ricorrenti ed ecco che come nel domino uno segue l'altro in un effetto a cascata. 

Ho cominciato con quello a scuola, anche se i dettagli sono sfumati. 
Ricordo solo che io vagavo per i corridoi e sbirciavo nella classi altrui, ma non ricordo se fosse estate o se fosse inverno con la neve che entrava dalle finestre e dalle porte aperte. 
La notte dopo ho sognato di dover aspettare il treno della sera perché avevo perso quello che avrei dovuto prendere per andare a casa e come al solito la città non aveva affatto le sembianze che ha nella realtà, ma era immersa al tramonto e circondata da spazi verdi. La stazione stessa non sembrava una stazione dei treni, ma assomigliava più che altro al terminal di un aeroporto. 
E, ma va, stavo scappando da qualcuno. 
Ieri notte invece ho sognato di essere su un pullman con gente che frequentava con me le scuole medie, ma non erano i miei compagni di classe bensì i ragazzi più grandi che in qualche modo avevo sempre invidiato. E poi, ehi, finalmente un cambio di scenario! Non stavamo andando o tornando da scuola, ma stavamo passando per San Francisco e io osservavo rapita dal finestrino nonostante il cielo fosse grigio di nuvole e minacciasse pioggia - cercando intanto di zittire qualcuno che provava a parlarmi.  


Dopo anni so riconoscere i sintomi e ormai ho capito che alterno momenti in cui fosse per me starei sempre sveglia perché ho paura di quello che potrei vedere con gli occhi chiusi e momenti in cui dormirei in ogni momento. 
E credo che i periodi in cui mi metto a dormire ad ogni minima occasione - anche nel bel mezzo del pomeriggio per far passare il tempo più in fretta e restare incosciente il più a lungo possibile - siano anche i peggiori e i più dannosi. 
Lo riconosco, so cosa vogliono dire, ma non ho la forza di fare niente per smettere. 

On air: Our Last Night - Common Ground 

martedì 30 maggio 2017

Non ricordo in che modo né perché quel video fosse apparso nei miei feed di YouTube - probabilmente perché in quel periodo ero fissata con Closer dei The Chainsmokers cantata con Halsey e di conseguenza i video di cover fioccavano come neve a dicembre. 

Nei miei feed era comparsa un'altra cover dei The Chainsmokers - di una canzone chiamata All We Know.
Ma non era stato questo a colpirmi, no. 

La cover era realizzata da una band che ascoltavo a 18 anni e di cui avevo conservato solo due canzoni sul computer perché non era mai rientrata tra le mie preferite - probabilmente era il periodo in cui il troppo screamo iniziava a darmi fastidio.

Rivedere il nome di questa band mi ha incuriosita e ho ascoltato un'altra cover realizzata da loro (che ho scoperto piacermi molto più dell'originale), così questo mese mi sono dedicata alla loro riscoperta e mi sono innamorata in particolare di tre canzoni del loro ultimo album. 

E proprio perché ho riscoperto questa band, domenica sono stata incuriosita da questo video su YouTube di una band che non avevo mai sentito nominare ma in cui era presente un featuring con il cantante degli Our Last Night. 
Amore, amore al primo ascolto - il genere che ascoltavo da adolescente, il genere che ancora amo, il genere che mescola melodico e screamo. 


Una volta ero solita, quando parlavo e volevo dire qualcosa senza dirlo davvero, pronunciare una qualche frase che secondo me avrebbe dovuto suscitare qualche reazione. Non dico far scattare un qualche campanello d'allarme su come stessi davvero, ma perlomeno far venire qualche dubbio a chi mi ascoltava. 

Mi sono resa conto che nei mesi scorsi queste mie frasi si sono fatte più esplicite, ma nessuno le coglie e non so come mi faccia sentire la cosa - non so se mi sento preoccupata o se mi sento sollevata. 
La verità è che ci penso spesso, ci penso più spesso di quanto dovrei e di quanto sia sano, penso che se accadesse non mi importerebbe più di tanto. 

Penso anche a ricominciare, specialmente adesso che comincia a fare più caldo e ho le braccia scoperte e tutta quella pelle bianca quasi mi dà fastidio e il fatto che facesse freddo in fondo non mi dispiaceva perché in quel modo ero costretta a non vedere le miriadi di possibilità che mi si stendono sotto gli occhi con la bella stagione. 
C'è una parte di me che vorrebbe ricominciare, ma ancora riesco a tenerla al guinzaglio e con la museruola - però ci penso. 
La sento nello stomaco mentre si fa sempre più solida, mentre grida, mentre mi ricorda quant'era bello sentire qualcosa che non fosse il dolore interiore che mi dilaniava o l'apatia che mi faceva sentire morta. 
Ho passato le dita su quella pelle marchiata di cui solo i miei polpastrelli avvertono i piccoli rilievi di dove passavo la lama, ho visto sotto la luce del sole quelle piccole cicatrici che nessun altro vede e ogni giorno lotto per non aggiungerne altre o per ignorare quella voce che mi incita a fare anche peggio e a seguire le indicazioni neanche troppo velate che anche inconsciamente lascio. 

On air: Fear and Wonder feat. Trevor Wentworth - The Only Way

mercoledì 3 maggio 2017

Non è la prima volta che smetto di scrivere per un periodo di tempo abbastanza significativo rispetto ai miei standard. Ricordo che ho smesso di scrivere sul mio diario cartaceo anche per diversi anni nella mia adolescenza prima di riprendere ad un certo punto. 

Non so, era come se aspettassi che tutto arrivasse a traboccare. 
C'erano momenti in cui drenare il veleno un po' alla volta era la soluzione a me più congeniale e c'erano invece momenti in cui mi fermavo e aspettavo che l'acido mi corrodesse fino alla gola prima di riversare poi tutte le parole da qualche parte. Mai a qualcuno, non più a qualcuno - solo sulla carta o su un foglio elettronico. 

Ero stata quasi invogliata a scrivere a metà del mese scorso - e credo che sia la prima volta che manco l'appuntamento del mio compleanno per fare un "bilancio" - ma alla fine mi era passata la voglia. 
Avrei scritto che il livello di rabbia era sceso al di sotto dei livelli di guardia, che la situazione si stava stabilizzando, che avevo ripreso a rispondere ai messaggi ma senza esagerare, che avevo ripreso a dire qualche parola in più dello stretto necessario e senza che la mia voce sembrasse strozzata o quella di un robot - ma poi indifferenza e apatia hanno ripreso il sopravvento. 


Rispondo che sto bene e che non ho novità ai messaggi anche se la situazione a casa è stata un casino nei mesi scorsi e anche se ieri pomeriggio è capitata un'altra situazione di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ma non ne parlo, mento e dico che va tutto bene e che non c'è nulla di nuovo. 
Non faccio apposta a mentire, è proprio una cosa automatica - semplicemente non ho voglia di parlarne e credo che così sia molto più facile. 
Per tutti, ma soprattutto per me. 

Ricordo quando eravamo ancora amiche e io volevo parlare di NAC - e okay, non era esattamente un argomento serio, ma per me all'epoca aveva importanza. 
Ma tu eri già nella fase in cui non te ne fregava niente, eravamo già nella fase in cui la nostra amicizia aveva i giorni contati.  
Il punto è che ricordo che io volevo parlare, ma tu non volevi ascoltarmi e così io ho cominciato a tacere e da quella volta sono estremamente riluttante ad aprire bocca. 

Ogni tanto penso che non ne vale la pena, ogni tanto sento di non avere nessuno con cui parlare - spesso comunque non ne ho semplicemente voglia. 

On air: The Script - No Good in Goodbye

sabato 1 aprile 2017

Tenersi intrappolate dentro le cose - pensieri, parole, sensazioni - dentro, fa male. Su questo non ci sono dubbi e lo dicono poi tutti. 
Lo so anche io che sono anni che reprimo tutto - lo so anche io che poi trasformo tutto in un malessere psicosomatico. 

Ieri pomeriggio ero così arrabbiata e dopo aver urlato mezze frasi a mezza voce mi sono costretta a mandare giù il resto e alla sera mi è scoppiato un feroce mal di testa. 
Uno di quei mal di testa che mi passano solo se rimango incosciente per diverse ore e mi risveglio poi fingendo che non sia mai accaduto nulla. 

Fa male tenersi le cose intrappolate dentro, lo so. 
Ma è un male necessario se sai quanti danni puoi fare aprendo bocca perché sei troppo cattiva e infida. 

mercoledì 29 marzo 2017

Continua il mio periodo di latitanza - un po' inconsciamente e un po' ben consapevole della cosa. 

Negli ultimi mesi ho parlato di come la mia vita sembrasse lo specchio di quella di dieci anni fa, di come le situazioni si ripetessero nello stesso modo
Ed è vero - in parte. 
Ma recentemente sono anche riuscita a cogliere le differenze - differenze che forse ad una prima occhiata sono impercettibili, ma che adesso non riesco a fare a meno di notare. 

Dieci anni fa scrivevo, scrivevo continuamente. 
Non avevo ancora il famoso bloc-notes rosso che usavo a scuola e su cui passavo china tutto il tempo invece di ascoltare le lezioni, ma avevo il diario cartaceo e avevo il blog su Splinder. 
E scrivevo, scrivevo sempre. 

Come poi avrei fatto mesi dopo su quel bloc-notes rosso, le parole sembravano non esaurirsi mai mentre versavo inchiostro sulle pagine bianche e consumavo penne una dopo l'altra. 
Era un flusso costante di parole e frasi che non riuscivo ad imbrigliare, figuriamoci a fermare - erano il mio sfogo, era quello che restava della mia sanità mentale

Dieci anni fa ancora non mi tagliavo, avrei cominciato a maggio e io adesso non ho ancora ripreso e finora questa è l'unica similitudine per la quale sono grata. 

La differenza tra allora e adesso è che le parole sembrano non esistere più. 
Anche dieci anni fa avevo smesso di parlare, ma era tutto intrappolato nella mia testa e l'unico modo per farlo uscire e per sfogarmi era scrivere - pagina cartacea o pagina digitale che fosse. 

Oggi non parlo, ma le parole comunque svaniscono non appena prendono forma nella mente. 
Di conseguenza lo sforzo di pronunciare o scrivere qualcosa è anche maggiore del solito - facevo fatica prima quando le parole c'erano, ora che non ho veramente nulla da dire o da pensare è addirittura impossibile. 

Mi rendo conto che lascio passare i giorni così, nel silenzio.  
Prima era solo il silenzio lasciato dall'assenza della mia voce che si trasformava in puro caos se solo qualcuno fosse stato in grado di udire la mia mente. Ora invece è un silenzio totale perché anche i miei pensieri hanno smesso di muoversi, come se fossero stati privati dell'ossigeno troppo a lungo e si fossero arresi all'inevitabile

Sono apatica come non sono mai stata, sono silenziosa come quando da piccola ancora non parlavo. 
Non c'è nulla dentro di me o all'esterno che mi faccia venire voglia di pronunciare una sillaba. 
È un silenzio totale quello in cui sono immersa - quello dettato dall'assenza della mia voce, quello dentro di me e quello dell'ambiente che mi circonda. 

Sono così apatica che non ricordo nemmeno l'ultima volta in cui ho ascoltato una canzone, figuriamoci l'ultima volta in cui l'ho canticchiata.   

giovedì 9 marzo 2017

Non scrivo da quasi un mese, forse è un record. 
Anche quando su Splinder minacciavo ogni tre per due di sparire, riuscivo a stare lontana solo un paio di giorni prima di tornare sui miei passi. 

La verità è che bene o male non è successo nulla, a parte una sfiga cosmica che continua a perdurare e l'assoluta mancanza di voglia di scrivere. 

Una volta ho letto che su un blog non si dovrebbero raccontare i propri sogni perché essendo così personali e soggettivi nelle sensazioni che trasmettono, quelli che leggono non li potrebbero mai davvero capire e questo renderebbe il post assai noioso. 
Ma in questo quasi mese di assenza, i sogni ricorrenti sono stati i principali protagonisti del mio tempo. 

Variazioni nella sequenza degli eventi o delle situazioni o delle persone coinvolte, ma sempre il mio incubo ricorrente non mi ha mollata una singola notte. 

E allora per la prima volta ero adulta e nel mio vecchio liceo, ad una commemorazione o addirittura un funerale e io parlavo a voce alta e ridevo. 
Ridevo
E alla fine venivo convocata in presidenza e incedevo lungo il corridoio, familiare ma allo stesso tempo sconosciuto, con un passo arrogante che non ho mai avuto. 

La notte dopo ero ancora adolescente e mentre tutti erano chiusi nelle loro classi a lezione, io camminavo da sola per i corridoi e finivo nell'aula magna più piccola - quella con quel murales incomprensibile che sembrava dovesse essere ridipinto ogni anno, ma che immancabilmente restava lì

La notte dopo ancora era giugno, faceva caldo, era l'ultimo giorno di scuola e tutti festeggiavano ed entravano e uscivano dalle porte principali a proprio piacimento, ma io ancora non potevo andarmene ed ero bloccata in classe a lezione perché non avevo finito tutti i compiti. 

Qualche notte fa è tornato invece a farmi visita l'altro sogno ricorrente inerente al liceo. 
Come al solito ero in ritardo, come al solito ero in cucina a fare tre cose contemporaneamente per cercare di recuperare il tempo perduto, come al solito era un giornata di sole ma con un'aria primaverile fin troppo fresca, come al solito mio padre mi avvisava che stava arrivando il pullman, come al solito uscivo di casa con il giubbotto aperto e lo zaino mezzo sfatto. 
Stavolta però quando uscivo dal cancello di casa non c'era il pullman ad aspettarmi, ma mio nonno a bordo della Fiesta che ora guidiamo io e mia madre. 
E mi sorrideva mentre salivo e mi sedevo accanto a lui, giovane come lo ricordo visto attraverso gli occhi della bambina che sono stata e mi diceva che quel giorno mi avrebbe portata lui a scuola. Solo che poteva fermarsi fino ad un certo punto e che allo stop dell'incrocio sarei dovuta scendere e andare a piedi. 
E poi la Fiesta spariva alla mia vista dietro l'angolo. 

Uno dei ricordi più chiari che ho di mio nonno è quello successivo ad una mia marachella, quando mi ha esortata a dire la verità a mia madre
Chissà quanto sarebbe deluso se sapesse la quantità di bugie e omissioni che oggi escono dalla mia bocca. 

Sebbene in modi e situazioni diverse, quest'anno si sta dimostrando l'esatta replica dell'inizio di quei due anni infernali e io onestamente sono troppo stanca per fare altro che non sia aspettare e pregare che passino e che il 2018 sia già dietro l'angolo, perché se c'è una cosa che ho imparato è che so già come andrà a finire
Ogni tanto sento la gola stringersi da sola, come se qualcuno da dietro mi avesse stretto quella famosa cintura al collo e stesse tirando e io lotto per trovare la voglia di combattere.  

Prima parlavo con mia madre e mi ha chiesto cosa ne voglio fare del mio futuro e mi sono resa conto per l'ennesima volta che non vedo assolutamente nulla davanti a me, quindi mi sono limitata a scrollare le spalle per non dire quello che stavo davvero pensando. 

On air: Deep Insight - Hurricane Season  

mercoledì 15 febbraio 2017

Non ricordo l'ultima volta che ti ho sognato perché non ricordo nemmeno l'ultima volta che ti ho pensato davvero
Ma l'altra sera hai fatto capolino in uno di quei sogni che non definirei esattamente ricorrenti, ma quasi. 

In realtà questo sogno, a differenza di molti altri, è anche abbastanza piacevole. 

Ha uno scenario un po' particolare, sono un po' tutti i Lidi vicino a casa mia mescolati e uniti con pezzi e luoghi creati dalla mia fantasia e dai miei svariati sogni ad occhi aperti di una vita migliore. 
E vivo un'intera giornata all'interno di questo mondo chiuso e ristretto e se in altri sogni alcune delle situazioni che si presentano mi fanno venire un attacco di panico notturno, in questo hanno un effetto stranamente calmante. 

Più che altro è come esserci e non esserci allo stesso tempo. 

A volte iniziano di mattina e vivo l'intero giorno fino a notte fonda, a volte iniziano che è già calata la sera. 

Quasi sempre cammino da sola per questi luoghi familiari e sconosciuti allo stesso tempo - è casa mia, ma è come se fossi in vacanza. 
Cammino sotto i pini e sul lungomare che sembra non avere fine, a volte cammino addirittura sulla sabbia in riva al mare. 

Ci sono, ma non ci sono perché a volte cammino con i miei genitori a fianco e poi sono ancora da sola. 

Mi ritrovo in questo ristorante sul mare a cena con gente che era in classe con me alle medie, ma poi mi allontano con il sorriso e riprendo a camminare da sola. 

Cammino sul lungomare e incontro gente a piedi oppure in bicicletta, passo davanti agli stabilimenti balneari dai quali esce musica ad alto volume e spesso alcune persone iniziano a parlarmi - a volte le conosco, a volte sono sconosciuti, a volte mi fermo a fare aperitivo e sempre con lo stesso sorriso di commiato mi allontano. 

Mi ritrovo a guidare sotto i pini che si protendono sulla strada nascondendo il cielo notturno e i lampioni con la loro luce arancione sono i soli ad illuminare l'asfalto distrutto dalle radici che continuano a crescere senza fermarsi mentre io cerco un parcheggio per raggiungere una pizzeria in cui ho appuntamento con le amiche e intanto il cellulare squilla perché io sono in ritardo. 
E riconosco le luci del locale e della sala giochi accanto mentre cammino lentamente, quando nella realtà sono in due Lidi diversi. 

A volte c'è la mia amica di Milano giù in vacanza e io non ricordo dove ho parcheggiato la macchina oppure dove ho appoggiato la bicicletta e allora andiamo a piedi e nel tornare nella sua vecchia casa qui al mare passiamo per queste strade buie oppure ci infiliamo in questi condomini dai portoni spalancati con gente che va e viene perché dentro c'è una festa. Dentro a volte è tutto disabitato, ma illuminato comunque a giorno.
A volte questa parte assume una tinta un po' horror e a volte no. 
Quasi sempre dico una bugia quando è il momento di tornare a casa e dico che devo andare via, ma in realtà mi metto a camminare da sola e cammino su questa distesa di sabbia bianca sotto una luna grande e piena fino a quando non sorge l'alba e io sono seduta sulla spiaggia a poca distanza da un capanno dal quale due persone mi osservano in silenzio. 

Questo è un sogno che faccio spesso, ma non abbastanza spesso da poter essere definito ricorrente e a differenza di tutti gli altri che mi tormentano perché si presentano sempre nello stesso modo - e in realtà il fatto di sapere ad un certo livello inconscio cosa sta per succedere dovrebbe farmi venire meno ansia, ma non è così - questo sogno non si presenta mai allo stesso modo. 
A volte comprende tutti gli avvenimenti citati sopra, a volte solo una parte - mai nella stessa sequenza comunque. 

Ti starai chiedendo cosa c'entri tu. 

A parte un sogno memorabile nel quale provavi i miei stessi sentimenti di allora, negli ultimi anni tu hai assunto le sembianze di un incubo. 
Sei sempre presente con il tuo ghigno, mi prendi in giro, incombi su di me, a volte mi insegui mentre scappo e io so che mi vuoi fare del male, mi rendi la vita un inferno e mi spaventi a morte perché tutto quel potere te l'ho dato io

Ma l'altra sera sei stato solo una semplice comparsa, un viso apparso per caso in mezzo a tanti altri sulla spiaggia, in un bar oppure al ristorante - non ricordo nemmeno dove. 

La sensazione che mi dà questo sogno è diversa da quella che provo con gli altri. 
Con gli altri c'è sempre terrore, angoscia, paura, panico - il mio pensiero costante è quello di mettermi in salvo da tutto quello che mi si para davanti o da quello che mi insegue. 
In questo sogno a volte c'è un pizzico di terrore quando la parte a tinte horror fa capolino, ma porta con sé una sensazione di... conclusione
Ci sono persone che mi pregano di restare ancora un po' e non mancano quelle comunque con cui mi trovo da dire - specialmente negli spezzoni nei quali passo davanti ai bar e agli stabilimenti balneari ad orario aperitivo - perché vuoi mai che le persone antipatiche non rendano chiara la loro presenza? Ma da tutte loro mi allontano comunque, quasi sempre con un sorriso sulle labbra che per la prima volta da non so quanti anni mi sembra sincero. 

Nessuno mi insegue e se anche a volte mi chiedono di restare un altro po', nessuno insiste e nessuno mi corre dietro quando scuoto la testa in segno di diniego e senza dire una parola vado via.

In realtà è come se stessi dicendo addio per non tornare mai più. 

E quando mi sveglio, quella sensazione di pace e finalmente sollievo e quasi di non esserci più davvero resta con me e non se ne va tanto presto.  


Non so se è qualcosa che sarei capace di fare "attivamente" come tanti anni fa, ma a volte - molto spesso ultimamente, se devo essere sincera - mi trovo a cullare il pensiero che se capitasse alla fine non sarebbe tutta questa gran tragedia. 

On air: Boys Like Girls - Take Me Home 

giovedì 9 febbraio 2017

Recentemente gli Yellowcard hanno condiviso su Facebook - in un famoso Throwback Thursday - una loro esibizione acustica di Southern Air
E mi sentivo particolarmente giù di morale quel giorno, ma poi quella strofa mi ha fatto venire i brividi come sempre. 

The sun lays down inside the ocean, I'm right where I belong
Feel the air and salt on my skin the future's coming on
And after living through these wild years coming out alive
I just want to lay my head here and stop running for a while

Amo questa strofa, amo questa canzone, amo l'album in cui è contenuta, amo la voce di chi la canta, amo la band che la suona. 

Il problema è che ci sono momenti in cui non credo affatto di esserne uscita viva da quegli anni. 

Malconcia, ammaccata, ferita, sanguinante, zoppicante, con pezzi di me stessa mancanti - quello sicuramente. Ma viva? 
Immagino che dipenda dal concetto e dall'idea che uno ha sull'essere "vivi". 


Nelle ultime settimane mi è capitato spesso di essere seduta in macchina sul sedile posteriore e quando non sono io ad essere padrona della musica, mi infilo sempre le cuffie dell'iPod. 

Ho sempre detto che sul mio iPod sono presenti diverse playlist: quella con tutti i miei artisti preferiti, quella con le colonne sonore, quella un po' mista. 
E infine c'è quella con tutta la musica che ascoltavo dai diciotto anni fino ai 20/21/22 - non ricordo bene. 

Quella playlist è difficile che io l'ascolti, devo proprio volermi torturare se decido di sceglierla. 

Sono stati tutti viaggi abbastanza brevi (a parte uno) e saltando un paio di canzoni all'inizio della playlist, quasi in cima - grazie all'ordine alfabetico - ci sono gli Angels & Airwaves. 

Comincio sempre con loro quando opto per la tortura e ogni volta, immancabilmente, mi stupisco di quanto mi piaccia la voce di Tom DeLonge. 

Non sono stata una fan dei Blink-182 fin da subito, ho cominciato "tardi" quando avevo già quei 14/15 anni. 
Quando ho scoperto per la prima volta i Blink-182 ero praticamente ancora una bambina che ascoltava solo pop e mainstream e ricordo benissimo i pomeriggi passati a casa di questa mia cugina di terzo grado - quella che poi sarebbe stata per breve tempo la ragazza di NAC - con la televisione accesa su TMC2 perché all'epoca non esisteva affatto MTV. 

Era il 1999 o il 2000 e ricordo chiaramente questi tre videoclip in particolare che passavano a ripetizione su TMC2 quasi nello stesso ordine alla stessa ora - se ce n'era uno, potevi scommettere sul fatto che a seguire ci sarebbe stato l'altro: c'era Lucky di Britney Spears, c'era Rock DJ di Robbie Williams che ci faceva schifo perché ci impressionava da morire con lui che si "pelava" e poi rimanevano i muscoli e infine le ossa. E c'era What's my age again? dei Blink-182 che ci lasciava perplesse nei nostri 10 o 11 anni perché nel video correvano nudi. 

Quello è stato il mio primo incontro con i Blink-182 e mi sarei dimenticata di loro per i successivi quattro anni. 

Quando si sono sciolti per me era stato quasi più naturale "seguire" Mark Hoppus (e Travis Barker) e la sua nuova band - i +44 - perché amavo la sua voce e lo stile della band. Oltretutto ero in fissa con il logo della marca di abbigliamento che aveva creato, la Atticus. 
Ma ho continuato a seguire anche Tom con i suoi Angels & Airwaves e forse perché ho sempre avuto una preferenza per Mark, ancora oggi mi stupisco di come sappia farmi venire i brividi la sua voce e si sa che io ho la fissa per i secondi album di una band e I-Empire lo amo tantissimo e Rite of Spring è la mia canzone preferita di quel disco. 

And everyday I wake
I tell myself a little harmless lie
The whole wide world is mine

The summers gone, the years have passed,
My friends have changed, a few did last,
The smallest dreams got pushed aside,
The largest ones that changed my life,

Proprio perché gli AVA sono in quella playlist, ogni volta che li ascolto riscopro la voce di Tom DeLonge come se non l'avessi mai sentita prima ed è terribilmente emozionante. 

Dico sempre che è cominciato tutto con i miei 17 anni, ma la verità è che mi rendo conto che il vero fondo l'ho toccato a 18 anni e che fino al compimento dei diciannove non c'era stato verso di venirne fuori. 
I 17 anni sono stati quelli delle crisi di rabbia e di pianto, ma i 18 anni sono stati quelli in cui bevevo senza un limite e quelli in cui mi tagliavo ogni giorno e quelli in cui ho smesso di parlare - quelli in cui mi sono seduta sul fondo e mi sono messa ad aspettare, annegando nel frattempo nell'alcol e nelle lacrime e nel sangue e nella parole senza via d'uscita. 

Mentre in ordine alfabetico passavo dagli AVA ai Blink-182, con le prime canzoni dei Bullet for my Valentine mi sono resa conto del perché tutto riporta ai 18 anni. 
Forse con i Bullet for my Valentine neanche tanto perché ho lasciato solo alcune canzoni, ma proseguendo con quella playlist si trovano Crash Romeo, Deep Insight, Letter Kills e Lostprophets. 
Tutte quelle band mi ricordano quei due anni, ma in particolare mi ricordano i 18 anni. 

Come ho detto prima, i Bullet for my Valentine neanche più tanto perché ho tolto le canzoni che mi facevano più male e quelle che ho lasciato sono quelle dell'album più recente in mio possesso - Scream, Aim, Fire del 2008. 
Forse ho sentito anche Fever del 2010, ma avevo già iniziato a lasciarmi alle spalle molte delle band di quegli anni a causa di quello che mi ricordavano. 
Le tracce di Scream, Aim, Fire che invece ho lasciato mi riportano immediatamente alla memoria il giorno di luglio in cui, nervosa, stavo guidando per recarmi a scuola un'ultima volta per sostenere l'esame orale di maturità. Ma avevo già 19 anni e quelle canzoni non sono legate in maniera profonda a quell'inferno iniziato nel 2006. 

I Lostprophets invece.. 
Anche loro, ogni volta che li ascolto, mi aprono gli occhi su quanto li amassi all'epoca - un po' come la voce di Tom DeLonge
Rooftops è stata la prima canzone con cui li ho conosciuti, proprio in quel maledetto 2006 - è stata la prima canzone sul mio lettore mp3. 
Li ho riascoltati durante l'ultimo viaggio e non riesco a ricordare nemmeno l'ultima volta in cui l'avevo fatto - e pensare che in quegli anni non ascoltavo altro e loro erano una delle band immancabili nel mio mp3
E ho capito Broken Hearts, Torn Up Letters And The Story Of A Lonely Girl come mai avevo fatto prima e A Town Called Hypocrisy sarà per me sempre uno dei simboli di quegli anni. 

Can you take this lonely girl?
I pick her up from off the ground
'cause there's no pride, to be found
When you follow sheep around
And no future here, no future
For us in this town

Mi ricorda sempre quel pomeriggio invernale nel quale con mia madre ero andata al ricevimento insegnanti e nel tornare a casa la cantavo a squarciagola

E andando avanti con quella playlist chissà chi o cosa altro avrei scoperto. 

Parlo sempre dei 17 anni ed è vero, è stato in quel 2006 che tutto ha iniziato ad andare di male in peggio. 
Ma ascoltando tutte quelle band che ascoltavo in quegli anni, mi sono poi resa conto che sono i 18 anni il vero centro di tutto: a 17 anni è iniziata e a 19 anni ha cominciato a finire, ma a 18 anni c'ero dentro fino alla punta dei capelli. 

A 18 anni ho toccato il fondo e per un bel po' sono rimasta lì. 
Ho cominciato a richiamare il controllo che aveva la me quindicenne per avere una routine che mi evitasse di scavare ulteriormente

La mia distruzione non è stata a 13 anni quando ho cercato di fare quello che ho fatto
Non è stata a 14 anni con il terrore di uscire di casa e andare a scuola e i ripetuti attacchi d'ansia e di panico.
Non è stata a 15 anni quando ho preso la decisione di smettere di provare qualsiasi cosa e da quel giorno ancora ci lavoro. 
Non è stata a 16 anni quando le cose hanno iniziato a scricchiolare e ci ho riprovato e non è stato nemmeno a 17 anni quando tutto è andato in pezzi. 

No, la mia distruzione è stata a 18 anni quando le mie giornate erano governate da pochi, ma insistenti pensieri: quando avrei potuto bere ancora dell'alcol, con quante poche ore di sonno alle spalle me la sarei potuta cavare per non addormentarmi sul banco ma per poter crollare incosciente senza sognare la notte, se sarei stata beccata nell'atto di andare in bagno con il taglierino infilato su per la manica della felpa e con il rammarico che non tagliasse come la mia lametta a casa

Indico sempre i 17 anni come quelli critici, ma la verità è che quella playlist con gli artisti di quegli anni che ascolto ormai raramente mi ricorda sempre che sarebbe fin troppo facile scivolare di nuovo nei panni di quella diciottenne e che mi serve tutto il controllo che ho riconquistato strappandolo con le unghie e con i denti per non cedere alla tentazione e al suo richiamo. 

On air: Yellowcard - What Appears