domenica 3 dicembre 2017

Non è la prima volta che lo scrivo e probabilmente non sarà neanche l'ultima.

Nel 2006 amavo una band - una band di cui non ho mai fatto il nome e di cui continuerò a non fare il nome.
C'erano gli Yellowcard con quel Lights and Sounds che poi sarebbe stato il primo passo verso l'amore che provo oggi, ma c'era anche quest'altra band.

E nel corso degli anni - nel corso dei post - ho scritto che poi ascoltarli aveva cominciato a fare troppo male.
In fondo lo stesso Lights and Sounds dei miei amati Yellowcard non lo ascolto quasi mai - solo quando sono così arrabbiata che potrei dare un pugno al muro.

Il 2003 mi ha reso difficile l'ascolto di tre album: Meteora dei Linkin Park, Does This Look Infected? dei Sum 41 e Another Day di Lene Marlin.
Il 2006 mi ha reso difficile l'ascolto di Lights and Sounds degli Yellowcard e dell'album di debutto di questa band di cui non farò il nome.

Ho scritto tante volte che nei successivi due anni ho ascoltato di tutto e di più, ho scoperto nuovi generi e nelle mie orecchie non c'era mai abbastanza musica nuova.
Uscita da quei due anni di inferno ho cominciato a fare una scrematura, ho cominciato a cercare il mio sound - alcune band sono rimaste, altre le ho lasciate andare.

Alcune le ho lasciate andare definitivamente, altre le ho "parcheggiate" momentaneamente per poi ascoltarle a più riprese - e so che c'è un post che parla esattamente di questo argomento.

Questa band ha significato tutto per me nel 2006 e ha continuato a farlo anche dopo, fino al giorno in cui solo sentire la voce del cantante mi faceva scoppiare in lacrime.
Fino al giorno in cui il loro sound e i loro testi hanno cominciato a non rispecchiarmi più.
Però ho continuato a seguirli in qualche modo - credo poi sia stato l'anno scorso che ho scritto un post sul matrimonio del cantante.
Musicalmente ci eravamo persi, ma non ha mai smesso di importarmi.

E in questa settimana appena passata mi sono tornati in mente perché ho letto di due ragazze diverse che sono andate al loro concerto.
E la cosa mi ha in parte sorpresa e in parte incuriosita - so che erano impegnati in varie cose, ma ignoravo totalmente che avessero qualcosa di nuovo sul fronte musicale.
Oltretutto mi sono sentita un po' gelosa perché nel 2006 io sono stata una delle prime fan quando ancora non li conosceva quasi nessuno.

E ieri, spinta dalla curiosità, sono andata a cercare informazioni visto che avendo letto dei concerti da due ragazze che so abitare a chilometri di distanza avevo intuito che non si trattava d un evento isolato, ma di un vero tour.
E qui ho scoperto che hanno pubblicato un nuovo album.

Non ho perso tempo e ho deciso di ascoltarlo.
Probabilmente la musica (insieme ai libri che so già mi entreranno nel cuore non appena leggo di cosa parlano) è l'unico campo in cui sono istintiva - dopotutto quell'istinto mi ha portata ai Boys Like Girls e agli A Day To Remember.
Ho guardato i titoli di questo nuovo album e non ho cominciato dalla prima, no - ho letto i titoli e quello della terza traccia mi chiamava a gran voce.
Così ho schiacciato play e come ho sentito la sua voce e le prime parole del testo mi sono messa a piangere, con questo nodo allo stomaco che mi faceva sentire come se fossi ancora nel 2006 con i miei diciassette anni.

Perché probabilmente, per quanto io lo voglia negare a me stessa visto il male che rappresenta quell'anno e il dolore con cui ha macchiato quella musica, la sua voce sarà sempre l'unica insieme a quella di Ryan Key capace di farmi venire la pelle d'oca.

E io cerco di non pensarci, cerco di non vedere "segni" o qualcosa di "metafisico" quando alcune date coincidono, ma alcuni momenti me lo rendono veramente difficile.

Penso ad Alaska - notoriamente asociale - che mi è venuta in braccio il giorno dell'anniversario in cui avevamo portato a casa Cico e il giorno dell'anniversario in cui Cico è morto.
Penso agli album degli Yellowcard e alle canzoni di Ryan dedicate a suo nonno e a come quegli album sembravano sempre uscire vicino a date importanti per me - un album era uscito addirittura il giorno del compleanno di mio nonno.

E penso a questa band - a questa band e a me e a quel 2006 che ha cambiato letteralmente le nostre vite.
Penso che il mio primo concerto è stato loro e che io oggi ascolto con una gioia che non provavo da tanto tempo la loro musica a dieci anni di distanza da quel giugno 2007 nel quale li ho visti live.

Forse non ci sono "segni", forse sono solo coincidenze - non mi importa.

lunedì 27 novembre 2017

Oggi sono tre anni, tre anni da quella mattina orribile in cui sono stata svegliata da una delle più brutte notizie di sempre. 

E avevo insistito per vederti, nonostante io per prima sapessi che sarebbe stato meglio di no. 
E ho ancora quell'immagine impressa a fuoco nella mente, ma non avrei mai potuto lasciarti andare senza vederti un'ultima volta - senza salutarti e senza dirti quanto eri stato importante per me. 

Senza dirti quanto ti avevo amato e quanto mi ero sentita amata in risposta.

Eri stato la mia salvezza, la mia gioia, il mio tutto. 
E non potrò mai essere abbastanza grata per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. 

... 'cause when I needed a place to hang my heart
you were there to wear it from the start
and with every breath of me
you'll be the only light I see

On air: Boyce Avenue - Every Breath

mercoledì 15 novembre 2017

Sognarti mi fa sempre un po' sorridere - anche se non ti sogno così tanto spesso. 
Anzi, quasi mai. 

E mi fa un po' ridere perché sì, ad un certo punto ho anche avuto una cotta per te, ma non sei mai entrato nella top list delle mie cotte. 

Il primo posto sappiamo che è di NAC, per un periodo così lungo che non ci voglio nemmeno più pensare - lui davvero detiene il record. Della mia ingenuità.
Il secondo posto è di quel ragazzo che avevo notato alla fine del quarto anno di liceo e che poi ho osservato sospirando fino alla maturità. 
Il terzo posto è di quel ragazzo che era sempre in piazza, quando ancora giravo con la mia ex-migliore amica. 
Gli altri due ragazzi sono stati solo di passaggio, cotte della durata di tre/quattro mesi prima che iniziassi ad annoiarmi - oppure a capire che non sarebbe mai successo niente. Ecco, così suona meglio. 

Quella per te non è nemmeno registrabile come cotta tanto è stata breve ed effimera, nata più per "dovere" come per il terzo ragazzo della lista che per reale interesse. 

Ma eri il ragazzo più figo della scuola. 
Non che qualcuno l'avesse mai stabilito ufficialmente - non ci sono mai stati sondaggi o votazioni, non siamo mica stati in una high school americana - ma tutti conoscevano il tuo nome, tutti sapevano chi eri e scommetto che almeno metà della popolazione studentesca femminile ha avuto una cotta per te ad un certo punto delle superiori. 
Me compresa - ma forse, come già detto, era più il fascino del "ragazzo più figo della scuola" anche se non eravamo di fatto in una high school americana. 

E ogni tanto ti sogno - sempre vestito di bianco, non so perché. 
E il tuo sguardo mi segue e quegli occhi bruciano in maniera insopportabile - lo ricordo quello sguardo, ci sono stata sotto un paio di volte. 

Ti ho sognato anche questa notte. 
E anche questa volta ero a scuola, credo fosse l'ultimo giorno di scuola. 
Tutti erano in giro, tutti entravano e uscivano dai tre ingressi e io come sempre andavo controcorrente per andare in classe - probabilmente avevo dimenticato lo zaino come al solito oppure avevo un compito da recuperare. 
E poi andavo in aula magna e non c'era nessuno e le porte e le finestre che davano sul giardino interno erano aperte e non capivo se era estate oppure se nevicava - e questo non è un elemento nuovo, non sarebbe la prima volta che affronto una tempesta di neve mentre giro in corridoio oppure mentre aspetto alle macchinette in aula magna. 
E io stavo lì, in maniche corte e stavolta ero io quella vestita di bianco e avevo la maglietta e i jeans strappati in più punti mentre parlavo con questa mia ex-amica ed ex-compagna di classe - e nella realtà abbiamo fatto asilo, elementari e medie insieme e alle superiori eravamo nello stesso istituto, ma in indirizzi diversi. 
Ed eravamo amiche come una volta - prima che lei diventasse l'ape regina alle medie, prima che ci rivoltassimo l'una contro l'altra - e facevamo progetti per il pomeriggio perché la scuola era finita ed eravamo libere. E intanto camminavamo per i corridoi e arrivavamo alle porte d'ingresso da cui entravano quelli dello scientifico e tu eri lì, sempre nello stesso punto. 
Come negli altri sogni, per quanto riguarda la realtà non ne sono più sicura. 
E i tuoi occhi bruciavano mentre mi seguivi con lo sguardo. 

Da lì in poi il sogno ha cominciato a sfaldarsi, ricordo solo che arrivavo a casa ma non c'era nessuno e io non avevo le chiavi, così entravo dalla finestra. 
Poi non ricordo altro. 

Di solito i sogni in cui tu compari non trovano quasi mai posto qui su blog, di solito quel posto spetta alla mia ex-migliore amica oppure a NAC. 
E io sono quella che si è sempre interrogata sull'esistenza o meno delle coincidenze e solo nel pomeriggio ho capito perché il sogno continuava a tormentarmi e perché avevo necessità di scriverlo. 

Perché il primo sogno in cui ti ricordo distintamente e che non ho ancora dimenticato è stato quello in cui mio nonno mi diceva addio e io volevo correre da lui e trattenerlo, ma tu mi stringevi da dietro tra le tue braccia e me lo impedivi. 
E oggi è l'anniversario della sua morte, oggi sono quattordici anni che ci ha lasciati. 

E non so se sia solo una coincidenza oppure se sono io che voglio vedere "segni" quando in realtà non c'è nulla da vedere, ma avevo il bisogno di metterlo nero su bianco. 

Quindi in realtà questo post non è per te, ma è per mio nonno. 
Perché sono anni che non ho più canzoni da dedicargli se non sempre le stesse e le mie parole di scuse si sono esaurite e/o hanno perso significato molto tempo fa, ma tu mi hai aiutato a ricordarlo e a scrivere di lui in questo giorno che altrimenti sarebbe rimasto bianco. 

E allora, grazie a te, voglio ricordare quel primo sogno di tanti anni fa - e anche quello che feci più tardi. 
Lui di nuovo in salute, lui che mi sorride, lui che mi dice di stare bene. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

lunedì 13 novembre 2017

Ricordo questo giorno di quindici anni fa come se fosse ieri. 

Ricordo quella mattina in ogni suo piccolo dettaglio - ricordo le espressioni sui volti di chi mi ci circondava, ricordo l'oppressione al petto, ricordo l'ossigeno che disertava i miei polmoni, ricordo la corsa frenetica su per le scale, ricordo il bisogno di nascondermi, ricordo il rumore sordo di qualcosa dentro di me che si rompeva, ricordo le lacrime e ricordo i singhiozzi. 

Ricordo le domande assillanti, ricordo gli sguardi comprensivi di coloro che avrei ritenuto insospettabili di tale empatia, ricordo l'indifferenza di altri, ricordo la... saggezza di coloro che forse ci erano già passati e che sicuramente avevano visto scene così ripetersi forse ogni anno. 

Ricordo il primo dei tanti, lunghi silenzi. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno in cui una parte di me è morta. Anzi, non solo una parte - la persona che ero stata fino a quel momento e che non sarei stata mai più. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno del mio funerale - un funerale al quale non era venuto nessuno.  

On air: The Phantoms - This is a War 

domenica 29 ottobre 2017

Ieri sera sarei dovuta andare a letto presto perché stamattina avevo la sveglia alle sette, ma invece non ci ho neanche provato. 
L'intenzione c'era, ma poi sono rimasta su YouTube a guardare il concerto che i Linkin Park hanno tenuto - insieme a tante guest stars - in onore di Chester. 

E ancora non ho realizzato, ancora non riesco a capacitarmene. 

E in quelle performances ho rivisto così tanto della mia adolescenza da farmi onorare non soltanto Chester, ma anche la ragazzina che sono stata. 

Chester non potrà mai essere sostituito, lo sappiamo tutti. 
Nessuno canterà mai come lui e nessuno potrà mai prendere il suo posto, i Linkin Park non saranno mai più gli stessi, ma Mike Shinoda ha tenuto insieme la serata alla perfezione. 

Sono andata in pezzi quando hanno lasciato il palco al buio e solo il microfono illuminato mentre la base di Numb suonava e c'era solo il pubblico a cantare - e Numb è sempre stata la mia canzone preferita, ho questo ricordo così chiaro di me stessa alla fine della terza media in macchina con i miei genitori mentre andiamo ad un pranzo di famiglia dopo la fine dei miei esami e io con il mio lettore CD portatile che la ascolto in repeat.

Sono andata nuovamente in pezzi quando hanno suonato In the End e Mike un po' cantava le parti di Chester e un po' le lasciava cantare ai fans. 

Sul palco sono saliti M. Shadows e Synyster Gates degli Avenged Sevenfold - che nel 2009 hanno dovuto affrontare anche loro la morte di un loro componente. 
Sono saliti i Blink 182 - ma senza Tom Delonge con Mark e Travis non è affatto la stessa cosa. 
È salito Oliver Sykes dei Bring Me The Horizon - e una delle performance più belle è stata sua e se mi sentisse la ragazzina che sono stata mi guarderebbe come se avessi perso la testa. 
È salito il mio caro Jeremy McKinnon degli A Day To Remember, screamer come lo era Chester - e ancora avevo davanti agli occhi la loro performance insieme al Warped Tour di qualche anno fa in cui si tratteneva perché in fondo la canzone era di Chester ed era lui che doveva sentirsi, ma stavolta A Place for my Head ricadeva solamente sulle sue spalle. 
È salito il mio adorato Ryan Key degli (ex-)Yellowcard - riuscendo ad infilare con delicatezza e naturalezza con Mike Shinoda Without You degli U2 in mezzo a Shadow of the Day

E infine - e lo so, sembra strano che io metta qualcuno davanti a Ryan - è salito Deryck dei Sum 41 e quello sì che è stato un vero colpo al cuore. 
Non solo perché quella di Deryck è stata la performance migliore in assoluto e non solo perché mentre cantava Catalyst la sua voce in alcuni momenti assomigliava a quella di Chester, ma perché in quel momento sono tornata ad essere quella quattordicenne di... oddio, quattordici anni fa. 
Perché, come avevo scritto a luglio quando Chester si è tolto la vita, i Linkin Park e i Sum 41 sono state le prime band che mi hanno cambiato la vita - sono state le prime due band che mi hanno introdotta alla musica che ascolto ancora oggi. 
E vederli esibirsi insieme è qualcosa che mi annoda lo stomaco - qualcosa di bello, ma che avrei voluto avvenisse in altre circostanze. 
E queste due band con quei due album in particolare - Meteora e Does This Look Infected? - non smetteranno mai di avere un posto speciale nel mio cuore.

Ho citato solo band e cantanti che personalmente seguivo - alcuni più di altri, ma ci sono stati tanti altri artisti. 

Ho visto Mike e gli altri sorridere, ma li ho visti anche incupirsi e commuoversi a tratti - ed era un po' come se tutti aspettassimo che Chester spuntasse improvvisamente dal backstage per salire sul palco. 
Ho visto la devozione e l'amore dei fans, ho visto l'affetto e il rispetto che tutti gli artisti hanno mostrato e portato per Chester e per le sue canzoni e in realtà è stato un po' come se Chester fosse stato proprio nel mezzo di tutto. 

On air: Linkin Park & Friends Celebrate Life in Honor of Chester Bennington

giovedì 12 ottobre 2017

Oggi ho finito un libro che non dimenticherò mai. 

In comune con la sua protagonista non avevo solo il nome, ma anche altre cose - cose ben più spiacevoli di un nome. 

Il passato era diverso, ma ho riconosciuto l'ansia e il risentimento e le aspettative e il posare il proprio sguardo su qualcosa di impossibile proprio perché era impossibile da ottenere. 
Ho riconosciuto il rimpianto, la mancata accettazione e l'incapacità di lasciare andare. 
Ho riconosciuto il silenzio. 
Ho riconosciuto la sua voglia - inconscia o meno - di autodistruggersi e ho riconosciuto quel bisogno di alcol, necessario per perdere conoscenza e riuscire a dormire. 

Io non l'ho mai mischiato al Valium, ma ammetto che quando mi capitava di dover assumere qualche farmaco per qualche malattia a volte sono stata tentata di mandarli giù con un po' di alcol - così, giusto per vedere che effetto avrei ottenuto. 

Avevo già provato l'alcol da solo, avevo la lametta come fedele alleata ed erano tutti metodi e dolori che conoscevo - come sarebbe stato mescolare un po' le sostanze nel mio stomaco? 
Non l'ho mai fatto - o forse l'ho fatto una volta, durante la prima o la seconda otite con gli antibiotici e l'effetto non è stato affatto quello che avrei desiderato.
Sono ben consapevole che servono sostanze che agiscono sul cervello e gli antibiotici non servono a quello scopo - però ci ho provato.

Ho amato quella protagonista, ma non l'ho amata solo per l'autolesionismo in comune. 
L'ho amata per il cambiamento che è riuscita a fare di sé e della sua vita - un cambiamento che io ancora non riesco a fare. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

sabato 7 ottobre 2017

Quando avevo diciotto anni ed ero arrivata a toccare davvero il fondo, una delle canzoni che ascoltavo più spesso era Iris dei Goo Goo Dolls. 

Ricordo quel maggio 2007 quasi come se fosse ieri, quasi come se fosse appena accaduto - quasi come se lo stessi vivendo in questo momento. 

E ricordo che era stata una giornata di quelle completamente da dimenticare, che era sera ed ero seduta al tavolo del salotto con il mio diario cartaceo aperto davanti a me. 
E forse volevo andare a dormire ma allo stesso tempo lo temevo, ero stressata perché a scuola ancora non ci davano tregua tra compiti e interrogazioni e io litigavo furiosamente con fisica e filosofia e intanto cercavo di incastrare i quiz per la patente e le guide con mio padre e con l'istruttore nel poco tempo a mia disposizione. 
Senza parlare di tutto quello che succedeva a livello interpersonale e di amicizie oppure con i miei genitori. 

Ricordo quel maggio 2007 per le lacrime che non smettevo di versare, per il sonno che mi negavo, per le parole che non pronunciavo, per le urla che mi raschiavano la gola tentando di uscire, per tutto l'alcol che mandavo giù come se fosse stato acqua tanto che una mattina sono andata addirittura a scuola con i postumi di una sbronza, per tutto il sangue che ho versato lacerandomi la pelle di un polso con una lametta. 

Ricordo quella sera di maggio 2007 con me seduta al tavolo e davanti il mio diario cartaceo, alla fine di una giornata - l'ennesima - che mi aveva devastata e con ancora la cicatrice della ferita che mi ero fatta con l'unghia del pollice - la prima, la più dolorosa, la più soddisfacente - e tante linee rosse fatte con la lametta a farle compagnia. 

E ascoltavo Iris dei Goo Goo Dolls tra le altre. 
E ricordo di aver scritto chiaramente - sia sul blog su Splinder che avevo all'epoca sia sul diario cartaceo - uno dei suoi versi perché era una delle poche cose che mi ancorava alla realtà. 

Yeah, you bleed just to know you're alive

Una realtà che comunque non volevo e quindi diventava un circolo vizioso senza che io riuscissi a spezzarlo. 

Tagliarmi per sanguinare era l'unica cosa che mi facesse sentire viva, che mi svegliasse da quel torpore che mi avvolgeva.
Ma rendere fisico quel dolore lancinante che sentivo dentro allo stesso tempo mi intorpidiva abbastanza da permettermi di staccare la mente da quello che stava accadendo. 

Volevo la prova di essere viva, ma non volevo essere viva.


Iris dei Goo Goo Dolls non è mai stata una di quelle canzoni che ho abbandonato per strada nel corso degli anni, a differenza di altre canzoni oppure di altre band. 
Quella particolare frase mi farà sempre effetto, mi farà sempre venire i brividi, per me sarà sempre vera - prova inconfutabile di quanto io sia malata, di quanto io ancora sappia pensare in quella maniera anche se ora sono più brava a frenarmi.

Eppure l'altro giorno l'ho riascoltata mentre ero in macchina e stavolta sono stata colpita dai due versi precedenti della strofa - l'unica strofa che per me abbia mai significato qualcosa. 
Ed è stato come sentirli per la prima volta. 

And you can't fight the tears that ain't coming
Or the moment of truth in your lies

E ho pensato alle lacrime che non riesco più a versare - non che comunque io lo permetta a me stessa - e mi sono seriamente chiesta se ci siano ancora momenti di verità nelle mie bugie. 

Non ho saputo rispondermi. 


Ieri mi è capitato di sentirmi dire nuovamente da una persona come e quanto si ricordasse bene di me a scuola nonostante fossero passati dieci anni e questa cosa non smetterà mai di gettarmi nel panico perché l'unica versione di me che riesco a farmi davanti non è neanche più la quindicenne colta da un attacco di panico perché circondata dai bulli sull'autobus e neanche quella diciannovenne che poi ha alzato un muro ed è uscita dal liceo come quasi una persona normale in apparenza, ma quella diciottenne autolesionista dipendente da una lametta e con troppo alcol in circolo. 
Quella diciottenne insonne e spezzata che ogni mattina doveva trovare uno straccio di motivo per alzarsi dal letto, fosse anche solo il pensiero del sollievo che le avrebbe dato la lametta in caso di necessità. 

Io vedo quella diciottenne in giro per i corridoi della scuola la mattina mentre si dirige in classe o alla fine delle lezioni - per me non esistono altre versioni. 
Non esistono versioni di una me stessa migliore o più stabile che gli altri possano ricordare con il sorriso sulle labbra, trattandomi come se fosse stata un'abitudine o la normalità vedermi senza prendermi in giro oppure chiedersi quale cazzo fosse il mio problema

Quando mi dicono di ricordarsi di me a scuola, io ricordo quella diciottenne che una parte ancora malata della mia anima e della mia testa non hanno mai smesso di essere - bloccata in quei 365 giorni tra un compleanno e l'altro come se il tempo non fosse mai passato e si fosse cristallizzato.
Gli anni di inferno sono stati due - da poco prima dei diciassette al compimento dei diciannove, ma i diciotto anni sono stati i peggiori. 

E forse ancora una volta il problema sono io - forse dove io vedevo solo sangue e cicatrici e alcol e lacrime, gli altri vedevano qualcosa di diverso. 
Forse gli altri vedevano stabilità e normalità mentre io mi sentivo mancare la terra sotto i piedi ad ogni respiro che maledicevo. 

Forse gli altri ricordano una persona che non sono mai stata. 
Forse mi piacerebbe conoscere la persona che si ricordano di aver visto passare in quei corridoi. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

martedì 19 settembre 2017

Non so come mai i sogni con te protagonista sono sempre così vividi rispetto agli altri - ma ehi, non ti montare la testa, gli incubi sono persino più vividi dei sogni in cui tu sei presente quindi non ti sentire speciale.

Non so neanche perché ti ho sognato, così all'improvviso - non ti pensavo da una vita e l'ultima volta che ti ho sognato eri soltanto una comparsa, un viso come un altro in mezzo a tanti altri. 

Quello di domenica mattina è stato un sogno così vivido nei suoi colori da sembrare reale, mi sembrava davvero una scena di vita a cui stavo assistendo con i miei occhi. 

Era iniziato in maniera quasi banale: io che dovevo uscire con un'amica, ma non so perché anche se l'appuntamento era per le 10:30 del mattino, io invece uscivo la sera prima e con la macchina mi dirigevo verso il Lido in cui ho lavorato quest'estate. 
E percorrevo quelle strade con la macchina fino a quando le radici degli alberi e le troppe persone per strada mi impedivano di proseguire e così ero costretta a prendere una bicicletta e passando davanti al mio luogo di lavoro incontravo un'altra mia conoscenza. 
Mi rendevo conto che c'era troppa coda per riuscire a tornare a casa in macchina e seguivo questa mia conoscente su questa passerella traballante fino ad un edificio - ma adesso non ricordo cosa facessero in questo edificio né perché io ci sia andata. Suppongo fosse una specie di centro di controllo del traffico in cui tenevano informate le persone bloccate al Lido come me. 
E la stanza in cui entravo - e in cui c'era tantissima altra gente - aveva delle vetrate enormi che si affacciavano sull'uscita della superstrada e continuavo a pensare che avrei potuto incamminarmi a piedi e che percorrendola sarei arrivata dritta a casa, ma invece restavo lì ad aspettare non so nemmeno cosa. 

E all'improvviso è diventato giorno e ho sentito un cambiamento nell'aria e guardando verso la porta ti ho visto entrare con tua madre e con la tua ragazza. 
Non volevo che mi vedessi, non volevo che pensassi che fossi lì apposta per te quando invece era solamente una coincidenza, così mi sono nascosta dietro questa mia conoscente - e un po' cercavo di non guardarti e un po' cercavo di sbirciarti senza farmi notare. 
Tu ti sei appoggiato alla parete con gli occhi chiusi senza accorgerti di me e io mi sono finalmente rilassata e mi sono messa a parlare con questa conoscente e stava andando tutto bene fino a quando una persona ha attirato la nostra attenzione e girandomi ho incrociato i tuoi occhi che mi stavano fissando con quell'intensità che mi ha sempre paralizzata. 
Sono andata nel panico e ho cominciato a dire a questa conoscente che sicuramente non c'era più traffico e che quindi potevo andare a riprendere la macchina e che tanto ero in ritardo e mentre spiegavo tutto questo senza più fiato nei polmoni cercando di arrivare intanto alla porta per fuggire, mi sono svegliata boccheggiando e con ancora la sensazione sulla pelle che tu mi stessi osservando. 

Non so perché continui ad infastidirmi quando io in realtà ti ho lasciato andare molto tempo fa. 

On air: Nickelback - Must Be Nice

domenica 17 settembre 2017

A Ferragosto sono andata ad un concerto - e non sono andata al lavoro per due giorni saltando quindi il clou dell'invasione turistica perché avevo già comprato il biglietto e prenotato l'hotel ben prima di sapere che avrei lavorato. 

Il punto è che sono andata ad un concerto dopo ben sette anni passati dall'ultimo. 
Il punto è che sono andata ad un concerto e non l'ho detto a nessuno - a parte i miei genitori e l'amica che era ovviamente con me. 

Quando le mie amiche mi hanno chiesto se avevo fatto il falò in spiaggia come gli anni scorsi, ho semplicemente risposto di no e ho aggiunto che la notte del 14 agosto l'ho passata a casa. 
Il che è vero, non ho mentito. 

Però ho omesso di dire quello che ho fatto il giorno dopo - ovvero prendere prima l'autobus e poi il treno per Igea Marina. 
Non so perché l'ho fatto, ho semplicemente sentito il bisogno di tenerlo per me. 

E mi era mancato l'ambiente di un concerto. 
L'essere insieme a perfetti sconosciuti che condividono la tua stessa passione, il parlare con suddetti sconosciuti come se si fosse amici da sempre, il vedersi prima sul lungomare e poi all'evento e riconoscersi e indicarsi da lontano. 
Lo stare sotto il palco e cantare a squarciagola mentre il sole tramonta, sedersi sulla collinetta e creare un gruppo con cui chiacchierare, l'after-party a notte fonda e andare a dormire alle quattro del mattino anche se dopo ti devi svegliare presto per non perdere il treno - andare a dormire con il sorriso per una volta e non perché hai tirato fino a quell'ora per evitare gli incubi. 

Ho visto colori diversi, ho respirato aria diversa, ho tenuto per me un momento di libertà che non volevo condividere con nessun altro.
Mi sono risentita un po' ragazzina agli inizi dei miei vent'anni, ma allo stesso tempo vedevo tutto con un certo distacco perché non sono mai stata una groupie e non mi sono mai inserita davvero nella "scena" da essere riconosciuta dai musicisti come la mia amica. 

Però è stato bello. 

E in qualche modo è stato anche più divertente quando sono tornata al lavoro e mi hanno chiesto come fosse andato il concerto e che genere fosse e, alla mia risposta "punk-rock", tutti mi abbiano guardata con tanto d'occhi. 
Non so, forse non sembro il tipo di persona che ascolta rock e allora mi chiedo cosa direbbero se ascoltassero le canzoni piene di screamo presenti nelle mie playlist. 

Non è il genere musicale che ascolto a definirmi perché ascolto anche country ed elettronica, ma il rock è sicuramente quello che preferisco - e in fondo mi diverte stupire le persone se davvero questo tratto di me non se lo aspettano. 

Essere andata a quel concerto ha comunque sbloccato qualcosa nella mia testa perché sebbene ascoltassi musica ogni giorno andando e tornando dal lavoro, a casa avevo smesso di farlo e mi sento finalmente un po' più me stessa ora che ho ricominciato e non sono più avvolta nel silenzio che prima mi opprimeva. 

On air: Blink 182 - Misery

mercoledì 13 settembre 2017

Quasi due mesi di assenza - assenza un po' alimentata dalla sottoscritta e un po' creata dalle circostanze. 

Avevo una mezza idea di scrivere ad inizio agosto perché andiamo, pure io so apprezzare l'ironia di certe coincidenze - il primo agosto mi stavo preparando per uscire con le amiche quando mi sono resa conto che, ehi, era martedì. 
Esattamente come undici anni fa. 
E quasi mi sarei aspettata di incontrarti come il fantasma che sei diventata. 

Ma poi ho iniziato a lavorare tutti i giorni anche nove ore e l'unica cosa che volevo fare una volta a casa era dormire. 
Tutto il resto - a parte le serie televisive - è passato in secondo piano oppure l'ho totalmente ignorato. 
Compreso il blog perché comunque sapevo di non avere la voglia e l'energia per scrivere e soprattutto sapevo che non sarebbe servito a niente - che gli antidolorifici che ho dovuto prendere ad un certo punto del mese non lasciavano spazio ad altro perché il dolore fisico era l'unica cosa a cui riuscivo comunque a pensare. 

E poi ieri sera sono uscita di nuovo e guidavo io e nel tratto che ho percorso da sola sono quasi andata in shock: improvvisamente ho visto le strade vuote, ho sentito il freddo che mi ha costretto ad alzare completamente i finestrini, ho ascoltato Tonight dei 3 Feet Smaller e mi sono resa conto di colpo che l'estate è finita e che per me è passata nella più completa solitudine. 
Cioè, di gente al lavoro ne ho vista anche fin troppa con tutti i turisti che sono scesi in vacanza, ma di fatto la mia estate ha visto solo le pareti di casa e le pareti del negozio e se prima me ne rendevo conto ad un livello superficiale, ieri sera mi ha colpita come un macigno. 
Un po' a causa degli orari che facevo e un po' perché... perché ormai la mia vita è questa. 

E anche se mi sono lamentata innumerevoli volte, adesso mi rendo conto che avevo il lavoro a distrarmi e una volta a casa ero così stanca e dolorante che non avevo la forza di accorgermene. 
Ma ora? Ora che l'autunno è qui con tutto il suo freddo, ieri sera mi si sono aperti gli occhi e ho visto tutto l'inverno davanti a me. 
E tutta la tristezza, la rabbia e la solitudine che erano svenute per il dolore ed erano state tramortite dagli antinfiammatori si sono risvegliate più feroci che mai. 

Ho scritto prima che quasi mi aspettavo di vederti sottoforma di fantasma, ma la verità è che sono io quella che sta diventando un fantasma. 

On air: Our Last Night - What You Made Me Do