lunedì 21 gennaio 2019

Sono in silenzio da molto tempo - forse perché ho messo sotto silenzio tutto il resto di me stessa. 

Ricordo che quando ero piccola leggevo proprio per il gusto di farlo, mi piaceva l'idea di conoscere altre storie. 
Poi ho smesso per anni e quando ho ripreso negli anni universitari - esattamente come avevo fatto negli anni di liceo, ma con la scrittura - cercavo storie che parlassero di me e che mi aiutassero ad affrontare il dolore, la rabbia e tutto lo schifo degli anni precedenti. Cercavo qualcosa che mi analizzasse, ma che fosse anche più economico di uno psicologo. 

Non ho mai smesso davvero di scrivere, ma poi le cose hanno iniziato ad andare così male che con il tempo ho perso anche quello, preferendo soffocare tutto. 
Perché le parole possono essere molto pericolose e la rabbia che ho dentro potrebbe causare seri danni.  
E così mi sono messa a cercare libri che parlassero di altre storie, di storie che avevano poco a che fare con la mia - storie di persone a cui è andata molto peggio. 
E forse in qualche modo ho fatto un po' evaporare la rabbia.  


Avrei voluto scrivere il mese scorso perché mi era sembrato di averti visto. 
Ero uscita da questo posto e in strada c'era un ragazzo che ti assomigliava così tanto che per un momento mi sei sembrato tu e non nego che la cosa inizialmente mi ha fatto un certo effetto. 
Ma poi ho iniziato a camminare e non mi sono più voltata indietro. 

Avrei voluto scriverlo il giorno dopo, ma in quel modo mi sembrava di dargli troppo importanza - razionalmente so bene che quello che "provavo" per te non aveva nessuna base o ragione di esistere, eppure quando mi sembra di incontrarti ancora sento quel filo che mi "tira" verso quegli anni e quella ragazzina che sono stata. 


Nel corso di questo ultimo anno e mezzo ho riscoperto gli Our Last Night e ora stanno tra le mie band preferite in assoluto. 

Ricordo l'album con cui li ho scoperti - The Ghosts Among Us del 2008. 
Ma ero già in quel periodo in cui il troppo screamo iniziava a darmi fastidio e di quell'album ho sempre conservato solo le prime due canzoni - Symptoms of a Failing System e Timing Is Everything.  
E poi sappiamo tutti che ho iniziato a distaccarmi da certa musica di quegli anni. 

Ma nel corso dell'ultimo anno e mezzo ho recuperato tutto e sì, sono cambiati - fanno sempre canzoni "pesanti", ma Trevor ora canta anche invece di fare solo lo screamer. 

E non esiste molto materiale video di quegli anni in merito ai concerti - gli smartphone di adesso non c'erano e i video ufficiali delle due canzoni che amavo di quell'album non esistono, ma ho visto qualche breve video live e il video ufficiale di Escape ed è stato come fare un tuffo nel passato: Trevor e Matt avevano i capelli lunghissimi come si usava portarli tra i musicisti e le stesse movenze sul palco che ho visto con i miei stessi occhi ai concerti di alcune band emergenti. 
E Trevor era adorabile, all'epoca aveva solo 15 anni e già era uno screamer con una voce incredibile.  

Oggi amo tutte le loro canzoni e le loro cover sono persino più belle delle versioni originali e sono profondamente innamorata delle voci dei fratelli Wentworth, al pari di quelle di Ryan Key e di Martin Johnson.  

On air: Our Last Night - Same Old War (acoustic)

mercoledì 14 novembre 2018

In questa notte appena passata non sono riuscita a dormire.
Ho passato le prime ore della notte ad ascoltare musica della mia adolescenza che non ascoltavo da veramente tanto tempo - Midnight Hour, Atreyu, Funeral for a Friend, Saosin, Lifehouse - che, lo ammetto, hanno contribuito alla mia angoscia.
Forse perché l'angoscia di quegli anni è ancora nascosta tra quelle note e in quelle parole.

Non riesco più ad essere me stessa con le altre persone perché fondamentalmente non so più chi sono.
Mi sento fuori da tutto - dal mondo, da qualsiasi rapporto sociale.
Guardo e ascolto le mie amiche e capisco forse la metà delle cose di cui stanno parlando - e mi sembra che in questi due anni si siano quasi tutte dimenticate di me.
Sorridere è uno sforzo che mi lascia sfinita e mi rendo conto che non ho mai nulla da dire - nulla di significativo con cui contribuire alla conversazione.
E questo mi rende di umore ancora peggiore e si vede.

Mi guardo allo specchio e oltre a sentire nelle mie orecchie quelle parole, non mi riconosco.
Credo di non essermi sentita così sola neanche in quei due anni di inferno perché almeno là qualcuno mi era venuto in soccorso, sebbene io dopo abbia voluto salvarmi da sola.
Invece adesso mi sembra di gridare da due anni e ormai sono senza voce.
Detesto guardarmi allo specchio e vedere una persona arrabbiata e depressa e così bloccata che quasi non si ricorda l'ultima volta che è uscita di casa.

E forse è proprio per questo motivo che nessuno mi ha più cercata e che la vita delle altre persone è andata avanti senza di me.

On air: Saosin - I Never Wanted To

mercoledì 31 ottobre 2018

Il mio primo istinto è sempre quello di cercare la prima cosa affilata a portata di mano per fare quello che il mio stomaco annodato e il mio cervello in cerca di una via di fuga vogliono disperatamente che io faccia. 

E i miei occhi cercano freneticamente qualcosa che soddisfi i criteri - qualcosa che tagli, qualcosa che laceri, qualcosa che faccia sanguinare. 
Qualcosa che faccia tacere, qualcosa che sostituisca il dolore che sto provando in quel momento con qualcosa di più concreto e di più reale - qualcosa che io possa toccare con mano e che intanto mi sporchi le dita di rosso. 

Sono state poche le cose nella mia vita che mi hanno mai fatto provare una voglia così irrefrenabile - il grido disperato della mia psiche che minaccia di collassare se non mi procuro in fretta una lametta oppure un paio di forbici è una di queste.  


Dopo quasi vent'anni una dovrebbe averci fatto l'abitudine, il callo - no? 
Invece a quanto pare no. 
Perché anche quando credi di aver messo tutto a tacere, anche quando non piangi più mentre ti trucchi prima di uscire, anche quando non ti viene voglia di spaccare con un pugno ogni specchio in cui ti rifletti, poi c'è sempre qualcosa che ti ricorda che hai solamente fatto la finta tonta fino a quel momento.  

Io non ho mai dato fastidio a nessuno, non sono mai stata una bulla fino ai miei diciannove anni quando tutti avevano fin troppo tirato la corda, ma anche lì ero solamente una finta bulla - ero solo l'ispirazione, quella il cui malumore era stato una scusa che aveva "permesso" a tutti di tirare fuori il peggio di loro. 
Io ero indifferente, io osservavo, io annuivo, io tacevo, io non ho mai proferito parola né in un senso o nell'altro.  

Perché io a quasi trent'anni ho ancora la fobia di salire su un autobus e cammino sul marciapiedi opposto piuttosto che su quello che mi fa correre il rischio di incrociare qualcuno. 
Eppure anche camminando sul marciapiedi opposto, anche facendomi i fatti miei, anche non prestando attenzione perché poi mi convinco che altrimenti la mia paranoia mi farebbe sentire/vedere cose che in realtà non esistono oppure non hanno a che fare con me, lo stesso vengo apostrofata e derisa e umiliata da perfetti estranei che non sanno nulla di me e lo stesso si sentono in diritto di giudicare il mio aspetto e di fare a sapere a tutti in paese a voce alta quello che pensano di me.  

Perché deve esistere questa cattiveria? Perché non siamo capaci di tenerci un singolo pensiero solo per noi, anche non riusciamo a resistere alla brutta abitudine di giudicare qualcuno che non conosciamo? Perché dobbiamo sentirci grandi umiliando le altre persone? Perché ci sentiamo in diritto di sminuirle non sapendo nulla di loro, basandoci solamente su quello che vediamo?

Perché io che non ho mai alzato la voce, io che non ho mai preso in giro nessuno in questo modo, io che fin da piccola ho sempre voluto tanti amici e invece sono finita con l'avere paura di uscire di casa proprio per questi motivi, finisco per essere sempre l'oggetto di queste umiliazioni? 
Di queste ennesime parole che mi si sono marchiate a fuoco nel cervello e che non riuscirò più a dimenticare? Di queste ennesime parole che continuerò a sentire nelle orecchie ogni volta che mi guardo allo specchio?

Anche quando vorrei convincermi che è solo la mia paranoia a giocarmi brutti scherzi, so che in realtà l'oggetto di quelle frasi - di quel veleno - ero proprio io.


Oggi si preannunciava una giornata simile a quella di sedici anni fa, come luce del sole e temperatura - poi invece è andato tutto a scemare. 
Come abbiamo fatto noi, insomma. 
E il fatto che l'altra notte ti abbia anche sognata, che il mio sogno ricorrente della scuola fosse leggermente cambiato ma che ancora noi fossimo tornate migliori amiche mi ha lasciata come sempre disorientata al risveglio. 


A metà di questo mese sono andata al mare un pomeriggio a fare una passeggiata. 
E in realtà è questo il mare che amo - quello della bassa stagione, quello con poca gente in giro, quello dell'acqua che si ingrossa e del vento che tira un po' freddo ma con il sole che ancora ti riscalda le spalle.
Questo è il mio mare preferito - quello solitario, silenzioso ma anche capace di parlare. 
Non quello super-affollato e caotico e intasato di turisti, non quello bollente che ti toglie il fiato dai polmoni e ti brucia la pelle. 

Forse gli stereotipi sulla gente di mare a volte sono un po' veri - noi siamo quelli che restano quando tutti tornano in città, quelli che il mare lo guardano e lo capiscono. 

Spesso - nel corso degli anni, ma anche adesso - ho sognato di andare a vivere in città. 
Una parte di me brama quella voglia di perdersi in una folla e non essere vista, non essere conosciuta, essere solo un volto di passaggio che potresti non incontrare mai più, essere qualcuno invisibile che non lascia il segno. 

Eppure il mare mi mancherebbe. 

Qui in inverno non c'è niente da fare, è tutto chiuso e in maniera masochista ogni anno attendiamo con trepidazione che apra la stagione in modo da poter uscire di casa e vedere facce nuove e avere qualcosa da fare, ma per noi che viviamo tutto l'anno al mare... il mare diventa parte di noi. 
Qualcosa che, anche se come me non ci metti mai piede perché soffri terribilmente il caldo e ti ustioni in dieci minuti di esposizione e non sopporti la folla molesta di turisti, diventa inconcepibile lasciare. 

Perché poi l'estate passa, tutti tornano a casa e il mare torna ad essere soltanto tuo. 
Torna ad essere sabbia e acqua a perdita d'occhio, rumore delle onde contro gli scogli e sulla battigia, aria profumata di salsedine e vento tra i capelli e sole che non fa male e la promessa di qualcosa di verrà - di qualcosa che tornerà e che sarà sempre lì ogni volta che ne hai bisogno. 
Perché noi gente di mare ne abbiamo bisogno - abbiamo bisogno del mare solo per noi, del mare che ti guarda mentre tu lo guardi e ascolta i tuoi pensieri e risponde al ritmo del battito del tuo cuore. 

E se anche pensiamo di andarcene oppure lo facciamo sul serio, una parte di quel mare viene con noi e una parte di noi è ancora seduta sul molo a guardare l'orizzonte. 

On air: Linkin Park - One More Light 

martedì 18 settembre 2018

A volte ancora mi stupisco di come certa musica riesca a farmi tornare adolescente in pochi secondi - nel giro di una canzone. 

Tra gli amici su Facebook ho ancora i componenti di quelle band che amavo a vent'anni e che sono riuscita a vedere - quando sono stata fortunata - anche più di una volta. 

Ieri sera uno di loro ha condiviso un vecchio video della band e nei commenti sotto da parte degli altri ne sono seguiti altri. 
E sono passati dieci anni dalla prima volta che ho scoperto quella band e mi sono sentita quella ragazzina nel giro di poche note - nel giro di una strofa. 
E mio dio, quanto ero cotta del cantante e quanto mi tremavano le ginocchia quella volta che l'ho abbracciato. 

Che tempi. 


E tra un video di YouTube e l'altro non solo ho rivisto i soliti che cito sempre in queste occasioni come The Electric Diorama, Vanilla Sky, Airway, Hopes Die Last, My Last Fall, The Glamour Manifesto, The New Story e Your Hero - mi sono anche ricordata gli Adam Kills Eve, i NoTimeFor, i Melody Fall, i New Hope, i Romantic Emily. 

Che sensazione dolceamara, che ricordi di una vita fa - ricordi che ancora mi fanno attorcigliare lo stomaco se ripenso che quelli in realtà sono stati grandi anni. 

On air: Adam Kills Eve - Ready, Steady, Save The World! 

sabato 15 settembre 2018

Ho scoperto che preferirei trovarmi di fronte tutti gli aguzzini della mia vita contemporaneamente piuttosto che rivedere una vecchia compagna di scuola che in venti minuti vuole essere aggiornata su tutta la mia vita - quindi facendo anche domande personali che necessitano risposte prive di menzogne. 

E affermo questo perché nel corso di questa settimana l'ho sperimentato sulla mia stessa pelle e non è stato affatto piacevole - detesto vedermi con i miei occhi e detesto ancora di più vedermi attraverso gli occhi degli altri mentre la mia voce forma le risposte che arrivano alle orecchie di tutti i presenti. 

Sì, ho dei problemi e ne sono consapevole. 


E a proposito di problemi, a quanto pare i miei incubi stanno così degenerando che ora mi metto pure ad urlare nel sonno e mi sveglio al suono delle mie stesse grida. 

Ma che bello. 


Nel frattempo ieri Ryan Key ha fatto uscire un nuovo singolo e ha anche annunciato la data del prossimo EP e davvero, la musica è l'unica cosa positiva di questo mio 2018.

On air: The Night Game - Coffee and Cigarettes 

mercoledì 12 settembre 2018

Quando eravamo ancora amiche, ricordo che avevamo fatto una conversazione su piercings e tatuaggi. 

Tu avevi già quello al naso e non ricordo se all'epoca di quella conversazione ti fossi già fatta quello al sopracciglio. 
Io non avevo nemmeno i buchi alle orecchie - non li ho tuttora - perché non li ho mai voluti, ma volevo il piercing al naso. Peccato che mio padre minacciasse di buttarmi fuori di casa. 
Quando poi sono entrata in fase emo - ma non eravamo già più amiche - volevo farmelo al labbro inferiore a sinistra. 

Non ricordo bene il tuo pensiero al riguardo, ma credo che tutte e due fossimo contrarie ai tatuaggi - erano una responsabilità troppo grande, qualcosa che una volta fatto non potevi più togliere e restava per sempre e invece il piercing era diverso, quello lo potevi togliere se ti stancavi e al massimo ti sarebbe restata una piccola cicatrice al ricordo dei tuoi anni adolescenziali. 

Come cambiano le cose. 

Piercings non me ne sono mai fatta alla fine, ma ho due tatuaggi e sto pensando ossessivamente al terzo da un paio di giorni. 

Per quanto io ammiri le persone piene di tatuaggi e resti a guardarle incantata, so di non essere il tipo che si tatua qualcosa solo perché trova il disegno figo.
Ma non ho nulla in contrario con chi si tatua anche solo per il gusto di tatuarsi - la mia ex-compagna di banco è così.

I miei due tatuaggi invece sono stati studiati e ragionati per molto tempo - l'ho scritto una volta, avevo scritto che anche il posto in cui li ho fatti ha per me un significato. 

Tempo fa avevo accennato ad un terzo tatuaggio che volevo farmi, ma poi non mi sono mai data una mossa per farlo - ancora ci sto ragionando, ancora mi sto chiedendo se sono sicura di volerlo fare. 
E adesso ho quest'altra idea in testa da giorni e quasi non ci sto più dentro dalla voglia di correre dal tatuatore. 

Capisco la riservatezza di chi non vuole spiegare il significato dei propri tatuaggi. 
Quello che ho sul polso non mi crea (quasi) problemi se qualcuno chiede, ma per fortuna che quello sul costato non lo vede nessuno perché so che comunque non avrei le parole per spiegarlo. 

E se decido di mettere in pratica quest'idea che ho in testa, so che non spiegherò mai il significato se qualcuno me lo dovesse chiedere - è personale, la vivo come qualcosa che appartiene solo a me e alla mia pelle. 


Non indugio mai con lo sguardo sulle mie cicatrici, soprattutto adesso che ne ho quattro nuove di cui prendermi cura - lo faccio in maniera assente, lo faccio come se non fossero mie. 
Perché vederle allo specchio è diverso rispetto all'abbassare lo sguardo e vederle con i propri occhi. 
Con i miei occhi sono più brutte che viste riflesse. 

Il tatuaggio sul polso non l'ho fatto lì solo per ciò che significava farlo lì. 

L'ho fatto lì anche perché speravo che mi aiutasse a smettere con l'autolesionismo - perché mi disgustasse l'idea di fare dei tagli così vicino alla rappresentazione grafica di qualcuno che avevo amato profondamente. 
Il fatto che io poi mi sia messa a tagliare altre zone quando stavo male dimostra che è difficile guarire, che l'istinto di tagliare è radicato in me. 

L'ho fatto lì anche perché speravo che distogliesse l'attenzione da quello che io so esserci poco più sopra. 
Lo so, sembra un controsenso - farsi un tatuaggio proprio sotto la zona che non vuoi gli altri osservino. 

Ma ha senso per me: tutti vedono la macchia nera d'inchiostro e puntano lì lo sguardo e se anche la luce colpisce la pelle in un certo modo, solo io so dove cercare le linee bianche sul mio polso.  

On air: The Night Game - Die a Little 

domenica 9 settembre 2018

Gli ultimi due giorni li ho passati ascoltando Boys Like Girls e The Night Game. 

Ho anche abusato di YouTube, andando a ripescare i video ufficiali dei singoli dei Boys Like Girls e delle esibizioni live e acustiche e delle cover - e un'altra canzone che va ad accomunare le due voci della mia vita è la cover di Fix You dei Coldplay. 

Ho rivisto Martin "ragazzino" quasi dieci anni fa - e a tal proposito, tanti auguri, oggi compie 33 anni - e l'ho guardato adesso. 
La voce è cambiata, è più matura ma è pur sempre ed innegabilmente la sua. 
E la cosa migliore di Martin Johnson è che è più bravo dal vivo che su disco. 

E anche se forse i Boys Like Girls non torneranno più in scena, io non smetterò mai di amare quei tre album che per me rappresentano la perfezione - sia per la musica, sia per i testi. 

Che poi, appunto, spulciando YouTube ho trovato una canzone mai rilasciata - una canzone che avrebbe dovuto far parte di Crazy World e che alla fine Martin non ha inserito insieme alle altre. 
E i Boys Like Girls non sono in giro da cinque anni eppure venerdì sera è stato come riprendermi una parte della mia vita che non mi ero accorta mi mancasse - perché le canzoni dei Boys Like Girls le aspettavo come da bambina aspettavo Natale. 
Perché anche se forse sono l'ultima persona al mondo ad essere venuta a conoscenza di questa canzone, i Boys Like Girls me l'hanno "regalata" nel momento più adatto - quello che coglie perfettamente la mia vita. 
Perché loro sono stati tra i pochi ad avere questo potere - il potere di pubblicare album che in qualche modo andavano di pari passo con la mia vita. 
Perché forse nel 2012 non l'avrei capita davvero, ma oggi posso - oggi posso perché la canzone è arrivata esattamente a coprire la mia vita in quanto I Lied è il mio ritratto sputato.

Quello dei The Night Game è un genere diverso dal passato musicale di Martin, ma i testi sono innegabilmente i suoi e come riesce a farmi a pezzi lui e a rimettermi insieme con ogni canzone forse neanche Ryan Key c'è sempre riuscito. 
Ho letto poi la storia che sta dietro ad ogni canzone e Martin non lo si può che amare.

Una volta, alla fine dell'anno scorso, avevo scritto che i Boys Like Girls parlano sia alla ragazzina che sono stata che all'adulta che sono a seconda della canzone che sto ascoltando in quel momento. 
Quello che non ho scritto perché ancora non lo sapevo è che lo stesso vale per la voce di Martin Johnson. 
La sua voce in I Lied, nelle altre canzoni che non sono mai entrate a far parte di un disco, nei tre album dei Boys Like Girls e nelle cover è quella che mi ha fatta innamorare quando avevo 18 anni nel 2007 - è quella che forse amo di più, è quella che ancora mi stringe lo stomaco in una morsa. 
Ma proprio perché oltre alla ragazzina ha sempre saputo parlare anche all'adulta, anche adesso che di acqua ne è passata sotto i ponti e che siamo entrambi cresciuti, la sua voce più matura e "ruvida" e i testi sotto il nome The Night Game vanno a toccare altre parti di me - parti che guardano al passato e che con la sua voce a fare da guida si sentono cullate. 

Entrambe le voci di Martin convivono nella mia testa, nel mio cuore, nella mia anima - proprio come due versioni di me stessa ancora coesistono e a volte fanno a botte. 
Ma la sua voce no, la sua voce rappresenta un prima e un dopo che però in qualche modo si fondono insieme e costituiscono uno dei miei suoni preferiti da undici anni.


Per me è difficile spiegare l'amore viscerale che mi lega a queste band - Yellowcard e Boys Like Girls - e ai loro cantanti/songwriters. 
E sì, anche una volta che queste band non esistono più e seguo i loro cantanti mentre intraprendono altri percorsi musicali. 

Non ho le parole per mettere nero su bianco tutto quello che provo quando leggo un loro testo, quando ascolto una loro melodia, quando sento la loro voce - so solo che la mia vita non sarebbe la stessa e che nessuno forse riuscirebbe a capirlo e a condividerlo con me. 

Se mai ho provato amore nella mia vita, allora è stato per le loro voci e per quello che sono capaci di fare alle mie emozioni.

On air: Boys Like Girls - I Lied (unreleased track)

venerdì 7 settembre 2018

Quando resti troppo tempo sola con i tuoi pensieri poi quei pensieri restano lì - a macerare, a sedimentarsi. 
E se tu sei una persona con l'animo avvelenato e il fegato appesantito da tutto quello che hai mandato giù nel corso del tempo - nel corso della vita - inevitabilmente quei pensieri diventano avvelenati anch'essi. 

In quest'estate agli sgoccioli mi è successa una cosa che mi ha fatto aprire gli occhi su molte cose. 
E anche su me stessa e su coloro che mi circondano.  

Ho visto accadere il contrario di quello che mi sarei aspettata - sia in senso positivo che in senso negativo. 
Ed è proprio vero che non si finisce mai di conoscere le persone perché capisco la vita, capisco i problemi, capisco gli impegni e tutto ma credo che ad un certo punto debba esserci un limite - debba esserci un punto in cui hai un istante per te e ti fermi e ti fai due domande e ti rendi conto che manca qualcosa.  

E mi hanno sempre rimproverato il fatto di non fidarmi delle persone e di non credere mai a quello che dicono e beh... avevo ragione io alla fine. 
Ma va bene così a questo punto, è solo l'ennesima lezione che ho imparato e che terrò a mente per il resto della vita. 


E a dimostrazione di questa enorme presa per il culo, in un incubo incasinatissimo in cui ero alla corte dei Tudors nell'Inghilterra del '500 (e questo perché mi sto facendo una maratona della serie) ad un certo punto c'eri anche tu. E indovina? 
Già, eravamo tornate amiche. 


In tutto questo, oggi esce l'album omonimo della band di cui sotto e il mondo mi sembra già un posto migliore - la mia vita sembra già un po' più tollerabile. 
Una delle poche gioie di questo 2018, insomma. 

Ieri sera, dopo cena, mi sono stesa al contrario sul letto in modo da poter vedere l'albero fuori dalla mia finestra e con i Boys Like Girls in sottofondo guardavo le foglie muoversi - e sorridevo. 
Sorridevo sentendo la voce più giovane di Martin, sorridevo pensando a quando Thunder apparteneva a qualcun altro e ora invece è solo mia, sorridevo pensando alla prima volta che ho sentito Martin nella veste The Night Game e il cambio di sound mi aveva spiazzata - così diverso da quello dei Boys Like Girls - e invece ora lo amo pazzamente. 

Dimenticavo poi che i Bring Me The Horizon hanno fatto uscire una nuova canzone, Mantra
E... boh. Aspetterò comunque di ascoltare l'album a gennaio ma, vista la mia storia musicale con questa band, credo proprio che l'album That's The Spirit di due/tre anni fa resterà l'unica eccezione nella mia vita.

On air: The Night Game - American Nights 

mercoledì 29 agosto 2018

Nel mio amore per un determinato artista non ho mai preso in considerazione l'aspetto puramente fisico - quasi mai, perlomeno. 
Per me l'unica cosa che importava era la musica - erano la melodia e il testo della canzone e la piacevolezza della voce che cantava la canzone. 

Ho avuto delle cotte, ma quella che posso definire veramente "cotta" è solamente una ed è stata per il cantante di una band romana che ho incontrato un paio di volte. 

Ma amando principalmente band straniere che non sono quasi mai venute in Italia e che comunque non ho mai visto live in concerto, l'aspetto fisico del cantante per me è sempre stato irrilevante. 

Riconosco che Ryan Key è in qualche modo attraente, ma quello che ho sempre amato di Ryan è la sua voce capace di farmi venire la pelle d'oca anche con quaranta gradi all'ombra in agosto.  

E lo stesso vale per Martin Johnson, che oltre ad avere una voce che riconoscerei tra mille è anche un songwriter capace di mettere le mie emozioni nero su bianco da almeno un decennio. 

L'ultimo album dei Boys Like Girls risale al 2012 e sento tantissimo la loro mancanza, ma seppure con un genere diverso Martin ha dato il via ad un'altra band - i The Night Game. 
E anche in questa veste Martin lo si ama, la sua voce è sempre l'altra voce insieme a quella di Ryan Key capace di ridurmi le ginocchia in gelatina.  

Quando avevo scoperto Thunder dei Boys Like Girls più di dieci anni fa pensavo che sarebbe stata per sempre associata a NAC - questo perché Thunder descriveva in maniera impressionante le mie emozioni legate a quell'estate. 
Ma tempo fa avevo scritto che non era più così, che mi ero ripresa il controllo di tutte quelle canzoni dei Boys Like Girls che in qualche modo avevo ceduto a NAC e questo perché non avrei lasciato che contaminasse una delle mie band preferite. 

E ora quando sento "Your voice was the soundtrack of my summer" non è più alla voce di NAC che penso, ma esclusivamente a quella di Martin Johnson.
E questo perché la voce di Martin Johnson - insieme a quella di Ryan Key - è diventata una delle colonne sonore della mia vita. 

E sì, non nego che Martin Johnson sia davvero figo per i miei gusti, ma la sua voce è quello che mi piace di più di lui - e il problema della sua voce è che è una droga: più la sento, più ne voglio. 
Roba che sono capace di mollare tutto per ascoltarmi l'intera discografia.
Roba che potrebbe cantare la lista della spesa oppure l'elenco telefonico e io sarei la persona più felice del mondo. 


E niente, in questi ultimi giorni sono così arrabbiata che mi trattengo a stento dal dire alle persone che mi circondano quello che penso davvero di loro. 

On air: The Night Game feat. Caroline Polachek - Do You Think About Us?

lunedì 13 agosto 2018

Manco da veramente tanto tempo. 
Ma non avevo voglia di scrivere e non avevo manco il tempo perché ci sono state altre cose che hanno avuto la precedenza - e il sopravvento. 

E il fatto di aver scoperto nel giro di due esami a fine giugno - del sangue e un'ecografia - che mi sarei dovuta operare e aver poi visto l'intervento sollecitato a luglio a causa delle mie condizioni, di certo ha cancellato il resto. 

Ma ora sono qui - anche se non ho proprio idea di quanto sarò costante. 

Però avevo pensato di scrivere qualche giorno prima del mio intervento perché mentre andavo al lavoro mi era successa una cosa e avevo sentito il bisogno di scriverla, ma poi non ho fatto nulla - altrimenti avreste visto un post invece del silenzio che regna da giugno. 


Non sono il tipo che normalmente gira per strada con le cuffie nelle orecchie - la mia paranoia non me lo permette, si allarma se non può monitorare ogni cosa che la circonda.  

Ma nel tragitto a piedi dalla macchina al lavoro, quest'anno avevo preso l'abitudine di ascoltare la musica per darmi la carica - e per spronarmi a mettere un piede davanti all'altro al ritorno quando ero troppo stanca e l'unica cosa che avrei voluto fare era collassare sul posto. 

La mia paranoia non l'apprezzava particolarmente, ma l'ho ignorata. 
E sono la prima a sentirmi male perché io sono la mia paranoia e non riesco a scrollarmi di dosso la fastidiosa sensazione di non essere in controllo se cammino per la strada senza l'uso di uno dei miei sensi - sì, anche se si tratta di ascoltare della musica. 

Ma un pomeriggio sono stata contenta di non aver ascoltato la mia paranoia perché, nonostante le cuffie e gli occhiali da sole, mi sono accorta benissimo di essere stata apostrofata per strada mentre camminavo. 
E sono stata più che grata di essere stata priva di uno dei miei sensi in quel momento perché a volte è meglio restare nel'ignoranza piuttosto che ascoltare cose che potrebbero fare male. 


E oggi è oggi e so perfettamente che giorno è e il fatto di essere stata anche in ospedale - lo stesso ospedale in cui sei stato operato tu, di cui ho girato i corridoi infinite volte in quei sei mesi e in cui poi ci hai lasciati - mi ha fatto pensare molto a te. 
Molto più del solito e ha anche acuito la tua mancanza.  

Non ho canzoni da dedicarti oggi - non come ai bei tempi in cui gli Yellowcard sembravano far uscire album in questo periodo che contenevano le canzoni perfette per l'occasione. 

Ma siccome quando ti scrivo per il compleanno o per l'anniversario in qualche modo la musica riesce sempre ad intrecciarsi, in questa prima metà di agosto un'altra delle mie band preferite ha fatto uscire tre singoli dal nuovo album che verrà pubblicato ad ottobre. 

E parlano un po' di me e non di te, ma non sarebbe la prima volta - vero?
So che capiresti, comunque. O almeno credo. 

I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want
I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want

Buon compleanno, nonno. 

On air: You Me At Six - 3AM