sabato 20 gennaio 2018

Mi rendo conto che predico bene, ma razzolo male. 
Davvero male. 
Malissimo. 

Nelle recensioni scrivo cosa insegna un libro, affermo determinate cose e poi mi rendo conto che sono io la prima che non ci crede - che ancora non riesce a farlo perché forse sono troppo danneggiata.  


Non è un mistero che io legga libri che parlano di bullismo. 
Soffro, mi faccio del male da sola, ma in qualche modo per me hanno anche qualcosa di catartico - vedo che non sono sola, leggo le possibili "scuse" con cui i bulli si giustificano. 
Non arrivano mai ad essere le "risposte" che ancora cerco e che probabilmente non troverò mai, ma sono un buon palliativo. 

Di solito però leggo libri ambientati nelle scuole superiori americane, che presentano somiglianze con la mia vita ma che non combaciano mai perfettamente. 
E soffro, lo faccio, ma con un sistema scolastico così diverso c'è sempre una sorta di... distacco.  

Quando parlo di bullismo e ci penso, mi viene sempre in mente il liceo. 
E mi viene in mente perché la mia "rottura" è avvenuta in quegli anni - il primo attacco di panico, la prima telefonata in lacrime a mio padre supplicandolo di venirmi a prendere perché non ce la facevo a salire sul pullman, la violenza verbale che a volte diventava fisica. 

Sono anni che ancora mi fanno tremare - di sofferenza, ma anche di rabbia.  
Eppure mi rendo conto che è stato il culmine di un processo che era cominciato molti anni prima. 

Nel libro che ho finito ieri, la protagonista cominciava ad essere umiliata a dieci anni e improvvisamente mi sono resa conto che parlo sempre del liceo, ma in realtà le medie sono state il mio vero calvario. 

Perché se al liceo ho subito insulti e umiliazioni verbali e fisiche, è anche vero che accadevano al di fuori della classe - perché se anche sono non sono mai stata la leader, se anche non sono mai stata l'amica di tutte, se anche ero silenziosa e ascoltavo musica diversa dalle altre, nessuno in quella classe mi ha mai presa in giro direttamente in faccia. 
Magari c'erano occhiate strane, frasi sussurrate a mezza bocca, cose che venivo a sapere quando restavo a casa per qualche motivo da qualcuno che me le riferiva e che sì, mi facevano stare male, ma alla fine non erano niente di che - eravamo divise in fazioni in quella classe, quindi alla fine c'era sempre almeno una persona "nel mio angolo". 

Il mio problema con il bullismo al liceo aveva a che fare con tutto quello che era esterno alla mia classe - e quindi finché non uscivo da quell'aula ero relativamente al sicuro.  

Il mio problema era con le tipe più piccole del mio stesso liceo, il mio problema era con i geometri, il mio problema era con la gente in corridoio oppure nelle proprie aule mentre io passavo - il mio problema era con tutta quella gente che saliva sul mio stesso pullman e che poi mi ritrovavo ad un'aula oppure ad un corridoio di distanza. 
Il mio problema era quel soprannome che mi aveva seguita dalle medie e che si era diffuso a macchia d'olio. 

Il mio problema ero io che ero un bersaglio fin troppo facile. 

E quando penso al bullismo penso sempre a quello. 
E penso a quello perché ho volutamente dimenticato - o perlomeno "oscurato" e annebbiato - quello delle medie. 

E penso a quella ragazza di carta di cui ho letto ieri, di come è cominciato tutto per lei alle medie e di come l'ha seguita. 
E ho ricordato com'era insostenibile essere in quella classe cinque ore al giorno, ignorata e terrorizzata del più piccolo movimento che avrebbe attirato l'attenzione su di me. 
Ho ricordato quelle che erano mie amiche e per le quali non valevo più niente, che mi prendevano in giro e mi umiliavano e fingevano che io non esistessi. 
Ho ricordato quelle volte in mensa quando ero lasciata sempre sola in fondo alla tavolata e non sentivo nulla di quello che veniva detto - apposta.  

Ho ricordato come tutto ha cominciato a diffondersi, ho ricordato la sorpresa nello scoprire che qualcuno si accorgeva di come mi trattavano ma che alla fine lasciava che accadesse, ho ricordato il tema che avevo scritto e come la mia professoressa di italiano mi avesse risposto a parte, ma ora mi rendo che di fatto non era stato fatto niente. 

Ho ricordato come è andata avanti mesi, anni - dalla seconda media per quanto posso ricordare e poi improvvisamente alla fine della terza media hanno iniziato a comportarsi come se non fosse mai accaduto nulla. 
Ma la frattura c'era e stava cominciando ad allargarsi perché io già non ero più la stessa - non dopo quel 13 novembre 2002, non potevo più esserlo. 

Penso sempre alle superiori come al periodo in cui ho cominciato con l'autolesionismo perché ho cominciato a tagliarmi con la lametta, ma la verità è che già in seconda media mi piantavo le unghie in un braccio per riuscire a calmarmi e a riprendere a respirare. 

E da lì è stata una valanga senza freni. 

La protagonista del libro stava male fisicamente all'idea di andare a scuola, considerava come vittorie i giorni in cui veniva ignorata oppure le prese in giro erano al minimo, voleva essere invisibile o addirittura avrebbe preferito essere morta - e tutto questo l'ho provato anche io. 

La protagonista arriva a trent'anni ed è un vero disastro e, cazzo, io sono uguale.  

Nella recensione ho scritto che il libro insegna che noi non siamo inferiori a nessuno, che nessuno è davvero "strano" oppure "normale" e che con sostegno e terapia si può iniziare a guarire. 

Ma io sono ancora quella che abbassa gli occhi quando incontra qualcuno di quei bulli oppure distoglie lo sguardo, sono quella che in situazioni sociali si "mette i tappi" e non ascolta oltre il tavolo a cui è seduta per paura di cogliere conversazioni e frasi sgradevoli - cosa che ho fatto anche la settimana scorsa e io cado sempre dalle nuvole quando qualcuna delle mie amiche mi riferisce cosa è stato detto perché io mi isolo volontariamente. 
Sono quella che ancora trema e a cui ancora si rivolta lo stomaco con il bisogno di vomitare per l'ansia e il panico quando vede qualcuno che l'aveva presa di mira. 

Sono ancora quella che trema quando vede un adolescente - a quasi 29 anni non riesco a rendermi conto di essere adulta. 
Non l'ho mai scritto perché sono stata assente per tutta l'estate sul blog, ma al lavoro mi veniva quasi un attacco di panico ogni volta che entrava in negozio un gruppo di adolescenti e dovevo servirli io. 
Due volte quest'estate, quando sono arrivata al lavoro nel pomeriggio, mi sono trovata fuori dal negozio uno dei peggiori aguzzini della mia adolescenza e stavo quasi per crollare a terra perché le gambe non mi tenevano su, tanto che poi mi sono inventata qualcosa da fare in magazzino per non averci nulla a che fare anche se al contempo fremevo di rabbia. 

Perché dovevo essere io a nascondermi? Perché dovevo essere io quella che si vergognava quando lui era solamente un grandissimo ipocrita che mi tormentava ogni giorno quando andavamo a scuola e che qualche anno dopo su Facebook si faceva passare per quello che "come si fa a prendersela con delle povere ragazzine?" nel periodo in cui al telegiornale non si vedevano altro che i video di quei pestaggi femminili? 
E io, eh? E io? 

Come ho fatto quella volta a non dare un pugno al muro dalla rabbia non lo so nemmeno.

Ma sono anche quella che una volta si è rifiutata di stringere una mano in un giro di presentazioni "sociali", durante il quale mi sono trovata davanti un altro di quelli che mi prendevano in giro e in quel caso l'ho guardato talmente male che è stato lui ad abbassare lo sguardo. 
Questo però sarà capitato solo due o tre volte, perché in realtà sono ancora io quella distoglie lo sguardo e fa finta di guardare qualcos'altro oppure cambia strada. 

Io sono quella che ancora non riesce a salire su un pullman in tranquillità, forse perché già a sei/sette anni ho cominciato a sentirmi indesiderata. 
Quello è un ricordo che è sepolto così a fondo che quasi sempre dimentico sia accaduto: io alle elementari che salivo a bordo del pulmino che mi avrebbe portata a scuola ed ero la più piccola in mezzo a tutti quei ragazzi così grandi - alcuni che andavano anche già alle medie. 
E ricordo che chiedevo sempre a questa ragazza dall'aria simpatica se potevo sedermi con lei davanti, ma lei sbuffava sempre e sentivo tutti dalla seconda fila fino in fondo che mi prendevano in giro e una volta sono rimasta in piedi bloccata nel passaggio tra le due file perché non sapevo cosa fare o dove andare visto che tutti gli altri posti erano occupati. 
Ricordo come ero arrossita dalla vergogna e come poi non riuscissi più ad alzare lo sguardo. 
Da quella volta in poi, salire su un pullman mi ha sempre fatto venire un attacco d'ansia alla sola idea perché poi non è stata l'unica volta in cui qualcuno avrebbe rifiutato di farmi sedere accanto a sé facendomi restare in piedi di fianco ad un posto vuoto - e l'autista spesso se ne fregava oppure mi urlava di sedermi come se fosse stata colpa mia. 

Forse sarei uscita dall'adolescenza ammaccata, ma sarei sopravvissuta al bullismo incessante. 
Invece sono convinta che il lavoro di distruzione della mia autostima alle medie abbia minato fin da subito qualsiasi possibilità io avessi di farcela. 

Perché ancora sento nella testa quelle frasi e quelle parole. 
Perché ancora vedo quelle occhiate. 
Perché ancora sono quella dodicenne umiliata e presa in giro e ignorata, a cui veniva detto che non valeva nulla e che faceva schifo e che sarebbe rimasta sola per sempre. 
Perché ancora sono quella che ci crede e, ehi, la vita alla fine ha dato ragione a tutti loro. 

Ho adorato il messaggio di quel libro nel finale, ma io proprio non sono in grado di seguirlo. 

On air: God Is An Astronaut - All Is Violent, All Is Bright 

lunedì 15 gennaio 2018

Da un po' di tempo pensavo di scrivere, ma mi è sempre mancata la voglia. 
Ho pensato a diverse cose che avrei potuto mettere nero su bianco, ma con il passare dei giorni le ho dimenticate oppure si sono offuscate - o forse la matassa confusa di mormorii nella mia mente non si è mai sbrogliata.  


Uno dei miei punti deboli è sempre stato il bisogno di appartenenza - un bisogno così viscerale che a volte è capace di togliermi il respiro dai polmoni. 

Il mese scorso mi sono trovata ad una cena e si può quasi dire che mi trovassi nel centro della tavolata, ma c'era sempre quella nota stonata che trillava nelle mie orecchie - nelle mie viscere. 
Mondi che cozzavano tra loro, mondi che forse in qualche modo si sono incontrati grazie alla mia persona in comune con entrambi, mondi che forse non si amalgameranno mai del tutto ma che sanno convivere. 
E io sento di non appartenere a nessuno dei due. 

Ero seduta nel mezzo e osservavo le persone attorno a me e ascoltavo le conversazioni che stavano avvenendo e non ho potuto fare a meno di sentire quella nota dissonante - e forse quella nota dissonante sono io, sono io che non sono in armonia con il resto del mondo. 
Provo sempre quella sensazione di estraneità in mezzo alle persone - persone che si conoscono da una vita, persone che hanno in comune un passato, persone che hanno alle spalle molti più momenti di quanti ne abbiano mai avuti con me. 

E io stavo lì, annuivo, forse sorridevo e dentro sentivo il suono del vuoto. 
O forse sentivo il suono della mia voce che urlava - forse è proprio quella la nota dissonante, forse è la mia voce che urla. 

Invidiosa di amicizie che durano da una vita, invidiosa di confidenze di cui io non sono stata fatta partecipe, invidiosa di rapporti che io non sono stata capace di tenermi o forse addirittura di costruire. 

Forse la nota dissonante non è la mia voce che urla, ma la mia invidia. 

In occasioni come queste ero solita sentire la tua mancanza come l'aria, ora ho smesso di farlo. 
Oppure forse una parte di me non ha smesso, ma la maggior parte della mia persona ha smesso di pensare a te come a qualcuno che avrebbe potuto affermare di conoscermi da tutta la vita - perché non più così da dodici anni. 
Perché non ha più senso.

Nessuno lo può affermare - forse nel mio caso nessuno lo ha mai potuto fare. 

Tutti hanno visto solo pezzi di me prima che io cominciassi a nascondere anche quelli. 
Forse la nota dissonante non è la mia voce che urla e non è neanche la mia invidia - forse è che manca proprio qualcosa che possa suonare un'armonia. 

Forse non è neanche più la tua mancanza in particolare che sento perché negli ultimi tempi non eri più la stessa persona, forse semplicemente sento la mancanza di qualcuno - qualcuno che sappia guardarmi e possa dire di conoscermi, quel qualcuno che sembrano avere tutti gli altri in quei due mondi che a volte si scontrano. 
Mondi per i quali io faccio da collante, ma ai quali non appartengo davvero.

E forse la nota dissonante è proprio il mio bisogno di appartenere a qualcosa, un bisogno che provo a colmare sin da quando ero solo una bambina ma che mi rimanda indietro ancora l'eco del vuoto. 


Non sono nuova alle ossessioni, le mie sono sempre le stesse da anni e si danno il cambio a seconda della necessità. 
Divento ossessionata da film e serie televisive e libri e mi riempio la testa con tutte le loro immagini e le loro parole così che non resti spazio per nient'altro - e io ho parecchie cose che non voglio far entrare nella mia testa. 
Mi stordisco di film e serie televisive e libri, ne divento dipendente, ne faccio una malattia per tenermi occupata - se sono ossessionata da una storia non ho tempo per pensare alla mia. 
Non mi concedo pause tra uno e l'altro perché potrebbe essere fatale: potrei ricominciare a pensare, potrei forse perdere le staffe, potrei urlare, potrei dire cattiverie, potrei riprendere in mano la lametta - ed è già difficile com'è adesso riuscire ad uscire di casa a volte. 

Mi rinchiudo tra le mie ossessioni, mi anestetizzo, ma mi sento un animale in gabbia. 
E alla fine, quando a volte esco dalla gabbia, non vedo l'ora di tornarci perché tra le mie ossessioni mi sento al sicuro. 
Perché non sono solo le persone a farmi paura, a farmi più paura di tutti sono io con quello che potrei pensare o che potrei fare oppure che potrei dire.  

On air: Andrew McMahon in the Wilderness - Love and Great Buildings 

domenica 17 dicembre 2017

Quest'anno sono stata presa da una smania natalizia, ma questo è successo nei mesi scorsi. 
Non ricordo se stavo guardando un telefilm oppure leggendo un libro, ma improvvisamente mi era venuta voglia di fare l'albero di Natale - cosa che non facevamo da quindici anni. 

Nel 2003 non l'abbiamo fatto perché con la tradizione di fare l'albero l'8 dicembre era troppo presto e non era proprio il caso visto che mio nonno era morto il 15 novembre. 
L'anno dopo era appunto passato solo un anno e nel caso avrei dovuto farlo da sola quando invece una volta mia madre mi aiutava e la cosa mi deprimeva così tanto che alla fine ho lasciato perdere. 
E alla fine è diventata una tradizione in casa nostra non addobbare niente. 

Quest'anno invece ho sentito la voglia di tornare alle origini, di tornare un po' bambina con i regali sotto l'albero e così ho deciso di cominciare daccapo: un nuovo albero - questo un po' più piccolo di quello solito - e nuove decorazioni in aggiunta a qualcuna di quelle vecchie e meno fragili visto che non sapevo che reazione Alaska avrebbe avuto di fronte alla novità. 
E incredibilmente mia madre mi ha pure aiutata di sua spontanea iniziativa. 

Eppure già mentre organizzavo il materiale sentivo la voglia scemare e sì, l'albero è carino, però non so se sono io che guardo il tutto con il disincanto di un'adulta che non può più provare l'entusiasmo di una bambina che aspetta Babbo Natale oppure se è perché quindici anni sono tanti e non sono più abituata un albero addobbato in casa mia in questo periodo dell'anno. 

Tanto più che manca una settimana a Natale e... meh.


Venerdì sera mi sono vista con una mia amica e siamo andate a bere qualcosa. 
Da quando è finita l'estate mi sarà capitato forse solo una volta di bere alcol, quindi avendo perso un po' l'abitudine il cocktail che avevo preso aveva fatto un po' effetto - nel corso degli anni ci volevano dosi sempre più elevate per raggiungere anche solo il livello minimo in cui puoi dire di essere un po' alticcia. 
E venerdì ero in quella fase fantastica in cui l'alcol scorre nelle vene, ma è nella quantità giusta: quando senti che non sei più esattamente te stessa, ma solo un po' più allegra - quel giusto necessario per ridere e fare qualche battuta che di solito resta trincerata dietro il silenzio. 
Probabilmente è una delle mie sensazioni preferite.

Ed è andata ancora meglio quando ho finito di bere il cocktail della mia amica perché lei non aveva intenzione di finirlo. 
Mi sono sentita ancora un po' più sulle nuvole e per la prima volta ho seriamente considerato l'idea di andare dritta a dormire una volta arrivata a casa - niente computer, niente libro, niente film fino a notte fonda, quasi mattina.
E cavoli, l'ho fatto: ho letto solo un capitolo e poi ho sentito gli occhi chiudersi e ho dormito profondamente. Ho dormito così profondamente che non mi sono svegliata ogni ora e non ho fatto incubi - almeno che io ricordi. 

Ed è sempre stato questo a farmi paura, sin da quando avevo 16 anni e avevo cominciato ad esagerare con l'alcol per riuscire ad affrontare una serata fuori.
È una delle paure che ho sin da adolescente, sin da quando ho iniziato a bere - sin da quando ho capito di avere il minimo controllo sui miei impulsi più malati: la paura di diventare un'adulta che ha bisogno dell'alcol per funzionare. 
Nel mio caso di averne bisogno per dormire. 
Mi sono svegliata ieri mattina con il sapore di alcol in bocca e mi sono chiesta perché, poi ho ricordato - e la sera prima non mi ero nemmeno ubriacata, arrivata a questo punto ci vuole ben altro. Probabilmente ci vorrebbero almeno tre drink - e di quelli che hanno qualsiasi cosa dentro. 
E mi ha presa una morsa allo stomaco perché mi sono vista tra qualche anno con la pessima abitudine di bere prima di andare a letto perché apparentemente è l'unico modo per riuscire a dormire. 


Questo mese - o almeno questa metà - è all'insegna dei Boys Like Girls. 
Non perché hanno rilasciato qualcosa di nuovo - anche se sarebbe ora che lo facessero perché l'ultimo album del 2012 e avanti! Qui c'è gente che freme impaziente e dall'altra parte non riesco a credere che sia passato così tanto perché sembra ieri che sentivo per la prima volta le canzoni di Crazy World
Eppure in questo mese non riesco ad ascoltare altro, non voglio ascoltare altro.

Se gli Yellowcard parlano all'adulta che sono e invece i Simple Plan all'adolescente che sono stata, Boys Like Girls e A Day To Remember parlano ad entrambe le versioni a seconda delle canzoni che ascolto. 

E non vedo l'ora che torni il bel tempo e i Boys Like Girls li ho sempre associati alla primavera a causa di The Great Escape - la loro prima canzone, che ricordo ancora di averla ascoltata nel maggio 2007. 

E sai, una volta ti vedevo in ogni testo di Boys Like Girls e in metà di quelli di Love Drunk e il resto era mio. 
Ma ora mi sto riprendendo possesso di tutte quelle canzoni e tu stai sparendo - certo, non sparirai mai da The Great Escape e da Thunder, ma sai che c'è? 
Questa mattina ho ascoltato Thunder e ho trovato me stessa in quella canzone - ti ho detto di farti in là con il ritornello e in un verso mi sono vista: 

And now I'm itching for the tall grass
And longing for the breeze
I need to step outside
Just to see if I can breathe
I gotta find a way out
Maybe there's a way out

Questa sono io e mi sto riprendendo Thunder perché non esiste che io ti lasci contaminare una delle mie band preferite, non te lo permetterò mai più. 


Ah, e ho finito per sempre di vedere Person of Interest - ho finito la quinta e ultima stagione. 
E ho pianto come una fontana. 
È stata una delle mie serie televisive del cuore, la quarta stagione forse sarà sempre la mia preferita e ricomincerei a guardarla dall'inizio anche subito.

On air: Boys Like Girls - Go

domenica 3 dicembre 2017

Non è la prima volta che lo scrivo e probabilmente non sarà neanche l'ultima.

Nel 2006 amavo una band - una band di cui non ho mai fatto il nome e di cui continuerò a non fare il nome.
C'erano gli Yellowcard con quel Lights and Sounds che poi sarebbe stato il primo passo verso l'amore che provo oggi, ma c'era anche quest'altra band.

E nel corso degli anni - nel corso dei post - ho scritto che poi ascoltarli aveva cominciato a fare troppo male.
In fondo lo stesso Lights and Sounds dei miei amati Yellowcard non lo ascolto quasi mai - solo quando sono così arrabbiata che potrei dare un pugno al muro.

Il 2003 mi ha reso difficile l'ascolto di tre album: Meteora dei Linkin Park, Does This Look Infected? dei Sum 41 e Another Day di Lene Marlin.
Il 2006 mi ha reso difficile l'ascolto di Lights and Sounds degli Yellowcard e dell'album di debutto di questa band di cui non farò il nome.

Ho scritto tante volte che nei successivi due anni ho ascoltato di tutto e di più, ho scoperto nuovi generi e nelle mie orecchie non c'era mai abbastanza musica nuova.
Uscita da quei due anni di inferno ho cominciato a fare una scrematura, ho cominciato a cercare il mio sound - alcune band sono rimaste, altre le ho lasciate andare.

Alcune le ho lasciate andare definitivamente, altre le ho "parcheggiate" momentaneamente per poi ascoltarle a più riprese - e so che c'è un post che parla esattamente di questo argomento.

Questa band ha significato tutto per me nel 2006 e ha continuato a farlo anche dopo, fino al giorno in cui solo sentire la voce del cantante mi faceva scoppiare in lacrime.
Fino al giorno in cui il loro sound e i loro testi hanno cominciato a non rispecchiarmi più.
Però ho continuato a seguirli in qualche modo - credo poi sia stato l'anno scorso che ho scritto un post sul matrimonio del cantante.
Musicalmente ci eravamo persi, ma non ha mai smesso di importarmi.

E in questa settimana appena passata mi sono tornati in mente perché ho letto di due ragazze diverse che sono andate al loro concerto.
E la cosa mi ha in parte sorpresa e in parte incuriosita - so che erano impegnati in varie cose, ma ignoravo totalmente che avessero qualcosa di nuovo sul fronte musicale.
Oltretutto mi sono sentita un po' gelosa perché nel 2006 io sono stata una delle prime fan quando ancora non li conosceva quasi nessuno.

E ieri, spinta dalla curiosità, sono andata a cercare informazioni visto che avendo letto dei concerti da due ragazze che so abitare a chilometri di distanza avevo intuito che non si trattava d un evento isolato, ma di un vero tour.
E qui ho scoperto che hanno pubblicato un nuovo album.

Non ho perso tempo e ho deciso di ascoltarlo.
Probabilmente la musica (insieme ai libri che so già mi entreranno nel cuore non appena leggo di cosa parlano) è l'unico campo in cui sono istintiva - dopotutto quell'istinto mi ha portata ai Boys Like Girls e agli A Day To Remember.
Ho guardato i titoli di questo nuovo album e non ho cominciato dalla prima, no - ho letto i titoli e quello della terza traccia mi chiamava a gran voce.
Così ho schiacciato play e come ho sentito la sua voce e le prime parole del testo mi sono messa a piangere, con questo nodo allo stomaco che mi faceva sentire come se fossi ancora nel 2006 con i miei diciassette anni.

Perché probabilmente, per quanto io lo voglia negare a me stessa visto il male che rappresenta quell'anno e il dolore con cui ha macchiato quella musica, la sua voce sarà sempre l'unica insieme a quella di Ryan Key capace di farmi venire la pelle d'oca.

E io cerco di non pensarci, cerco di non vedere "segni" o qualcosa di "metafisico" quando alcune date coincidono, ma alcuni momenti me lo rendono veramente difficile.

Penso ad Alaska - notoriamente asociale - che mi è venuta in braccio il giorno dell'anniversario in cui avevamo portato a casa Cico e il giorno dell'anniversario in cui Cico è morto.
Penso agli album degli Yellowcard e alle canzoni di Ryan dedicate a suo nonno e a come quegli album sembravano sempre uscire vicino a date importanti per me - un album era uscito addirittura il giorno del compleanno di mio nonno.

E penso a questa band - a questa band e a me e a quel 2006 che ha cambiato letteralmente le nostre vite.
Penso che il mio primo concerto è stato loro e che io oggi ascolto con una gioia che non provavo da tanto tempo la loro musica a dieci anni di distanza da quel giugno 2007 nel quale li ho visti live.

Forse non ci sono "segni", forse sono solo coincidenze - non mi importa.

lunedì 27 novembre 2017

Oggi sono tre anni, tre anni da quella mattina orribile in cui sono stata svegliata da una delle più brutte notizie di sempre. 

E avevo insistito per vederti, nonostante io per prima sapessi che sarebbe stato meglio di no. 
E ho ancora quell'immagine impressa a fuoco nella mente, ma non avrei mai potuto lasciarti andare senza vederti un'ultima volta - senza salutarti e senza dirti quanto eri stato importante per me. 

Senza dirti quanto ti avevo amato e quanto mi ero sentita amata in risposta.

Eri stato la mia salvezza, la mia gioia, il mio tutto. 
E non potrò mai essere abbastanza grata per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. 

... 'cause when I needed a place to hang my heart
you were there to wear it from the start
and with every breath of me
you'll be the only light I see

On air: Boyce Avenue - Every Breath

mercoledì 15 novembre 2017

Sognarti mi fa sempre un po' sorridere - anche se non ti sogno così tanto spesso. 
Anzi, quasi mai. 

E mi fa un po' ridere perché sì, ad un certo punto ho anche avuto una cotta per te, ma non sei mai entrato nella top list delle mie cotte. 

Il primo posto sappiamo che è di NAC, per un periodo così lungo che non ci voglio nemmeno più pensare - lui davvero detiene il record. Della mia ingenuità.
Il secondo posto è di quel ragazzo che avevo notato alla fine del quarto anno di liceo e che poi ho osservato sospirando fino alla maturità. 
Il terzo posto è di quel ragazzo che era sempre in piazza, quando ancora giravo con la mia ex-migliore amica. 
Gli altri due ragazzi sono stati solo di passaggio, cotte della durata di tre/quattro mesi prima che iniziassi ad annoiarmi - oppure a capire che non sarebbe mai successo niente. Ecco, così suona meglio. 

Quella per te non è nemmeno registrabile come cotta tanto è stata breve ed effimera, nata più per "dovere" come per il terzo ragazzo della lista che per reale interesse. 

Ma eri il ragazzo più figo della scuola. 
Non che qualcuno l'avesse mai stabilito ufficialmente - non ci sono mai stati sondaggi o votazioni, non siamo mica stati in una high school americana - ma tutti conoscevano il tuo nome, tutti sapevano chi eri e scommetto che almeno metà della popolazione studentesca femminile ha avuto una cotta per te ad un certo punto delle superiori. 
Me compresa - ma forse, come già detto, era più il fascino del "ragazzo più figo della scuola" anche se non eravamo di fatto in una high school americana. 

E ogni tanto ti sogno - sempre vestito di bianco, non so perché. 
E il tuo sguardo mi segue e quegli occhi bruciano in maniera insopportabile - lo ricordo quello sguardo, ci sono stata sotto un paio di volte. 

Ti ho sognato anche questa notte. 
E anche questa volta ero a scuola, credo fosse l'ultimo giorno di scuola. 
Tutti erano in giro, tutti entravano e uscivano dai tre ingressi e io come sempre andavo controcorrente per andare in classe - probabilmente avevo dimenticato lo zaino come al solito oppure avevo un compito da recuperare. 
E poi andavo in aula magna e non c'era nessuno e le porte e le finestre che davano sul giardino interno erano aperte e non capivo se era estate oppure se nevicava - e questo non è un elemento nuovo, non sarebbe la prima volta che affronto una tempesta di neve mentre giro in corridoio oppure mentre aspetto alle macchinette in aula magna. 
E io stavo lì, in maniche corte e stavolta ero io quella vestita di bianco e avevo la maglietta e i jeans strappati in più punti mentre parlavo con questa mia ex-amica ed ex-compagna di classe - e nella realtà abbiamo fatto asilo, elementari e medie insieme e alle superiori eravamo nello stesso istituto, ma in indirizzi diversi. 
Ed eravamo amiche come una volta - prima che lei diventasse l'ape regina alle medie, prima che ci rivoltassimo l'una contro l'altra - e facevamo progetti per il pomeriggio perché la scuola era finita ed eravamo libere. E intanto camminavamo per i corridoi e arrivavamo alle porte d'ingresso da cui entravano quelli dello scientifico e tu eri lì, sempre nello stesso punto. 
Come negli altri sogni, per quanto riguarda la realtà non ne sono più sicura. 
E i tuoi occhi bruciavano mentre mi seguivi con lo sguardo. 

Da lì in poi il sogno ha cominciato a sfaldarsi, ricordo solo che arrivavo a casa ma non c'era nessuno e io non avevo le chiavi, così entravo dalla finestra. 
Poi non ricordo altro. 

Di solito i sogni in cui tu compari non trovano quasi mai posto qui su blog, di solito quel posto spetta alla mia ex-migliore amica oppure a NAC. 
E io sono quella che si è sempre interrogata sull'esistenza o meno delle coincidenze e solo nel pomeriggio ho capito perché il sogno continuava a tormentarmi e perché avevo necessità di scriverlo. 

Perché il primo sogno in cui ti ricordo distintamente e che non ho ancora dimenticato è stato quello in cui mio nonno mi diceva addio e io volevo correre da lui e trattenerlo, ma tu mi stringevi da dietro tra le tue braccia e me lo impedivi. 
E oggi è l'anniversario della sua morte, oggi sono quattordici anni che ci ha lasciati. 

E non so se sia solo una coincidenza oppure se sono io che voglio vedere "segni" quando in realtà non c'è nulla da vedere, ma avevo il bisogno di metterlo nero su bianco. 

Quindi in realtà questo post non è per te, ma è per mio nonno. 
Perché sono anni che non ho più canzoni da dedicargli se non sempre le stesse e le mie parole di scuse si sono esaurite e/o hanno perso significato molto tempo fa, ma tu mi hai aiutato a ricordarlo e a scrivere di lui in questo giorno che altrimenti sarebbe rimasto bianco. 

E allora, grazie a te, voglio ricordare quel primo sogno di tanti anni fa - e anche quello che feci più tardi. 
Lui di nuovo in salute, lui che mi sorride, lui che mi dice di stare bene. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

lunedì 13 novembre 2017

Ricordo questo giorno di quindici anni fa come se fosse ieri. 

Ricordo quella mattina in ogni suo piccolo dettaglio - ricordo le espressioni sui volti di chi mi ci circondava, ricordo l'oppressione al petto, ricordo l'ossigeno che disertava i miei polmoni, ricordo la corsa frenetica su per le scale, ricordo il bisogno di nascondermi, ricordo il rumore sordo di qualcosa dentro di me che si rompeva, ricordo le lacrime e ricordo i singhiozzi. 

Ricordo le domande assillanti, ricordo gli sguardi comprensivi di coloro che avrei ritenuto insospettabili di tale empatia, ricordo l'indifferenza di altri, ricordo la... saggezza di coloro che forse ci erano già passati e che sicuramente avevano visto scene così ripetersi forse ogni anno. 

Ricordo il primo dei tanti, lunghi silenzi. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno in cui una parte di me è morta. Anzi, non solo una parte - la persona che ero stata fino a quel momento e che non sarei stata mai più. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno del mio funerale - un funerale al quale non era venuto nessuno.  

On air: The Phantoms - This is a War 

domenica 29 ottobre 2017

Ieri sera sarei dovuta andare a letto presto perché stamattina avevo la sveglia alle sette, ma invece non ci ho neanche provato. 
L'intenzione c'era, ma poi sono rimasta su YouTube a guardare il concerto che i Linkin Park hanno tenuto - insieme a tante guest stars - in onore di Chester. 

E ancora non ho realizzato, ancora non riesco a capacitarmene. 

E in quelle performances ho rivisto così tanto della mia adolescenza da farmi onorare non soltanto Chester, ma anche la ragazzina che sono stata. 

Chester non potrà mai essere sostituito, lo sappiamo tutti. 
Nessuno canterà mai come lui e nessuno potrà mai prendere il suo posto, i Linkin Park non saranno mai più gli stessi, ma Mike Shinoda ha tenuto insieme la serata alla perfezione. 

Sono andata in pezzi quando hanno lasciato il palco al buio e solo il microfono illuminato mentre la base di Numb suonava e c'era solo il pubblico a cantare - e Numb è sempre stata la mia canzone preferita, ho questo ricordo così chiaro di me stessa alla fine della terza media in macchina con i miei genitori mentre andiamo ad un pranzo di famiglia dopo la fine dei miei esami e io con il mio lettore CD portatile che la ascolto in repeat.

Sono andata nuovamente in pezzi quando hanno suonato In the End e Mike un po' cantava le parti di Chester e un po' le lasciava cantare ai fans. 

Sul palco sono saliti M. Shadows e Synyster Gates degli Avenged Sevenfold - che nel 2009 hanno dovuto affrontare anche loro la morte di un loro componente. 
Sono saliti i Blink 182 - ma senza Tom Delonge con Mark e Travis non è affatto la stessa cosa. 
È salito Oliver Sykes dei Bring Me The Horizon - e una delle performance più belle è stata sua e se mi sentisse la ragazzina che sono stata mi guarderebbe come se avessi perso la testa. 
È salito il mio caro Jeremy McKinnon degli A Day To Remember, screamer come lo era Chester - e ancora avevo davanti agli occhi la loro performance insieme al Warped Tour di qualche anno fa in cui si tratteneva perché in fondo la canzone era di Chester ed era lui che doveva sentirsi, ma stavolta A Place for my Head ricadeva solamente sulle sue spalle. 
È salito il mio adorato Ryan Key degli (ex-)Yellowcard - riuscendo ad infilare con delicatezza e naturalezza con Mike Shinoda Without You degli U2 in mezzo a Shadow of the Day

E infine - e lo so, sembra strano che io metta qualcuno davanti a Ryan - è salito Deryck dei Sum 41 e quello sì che è stato un vero colpo al cuore. 
Non solo perché quella di Deryck è stata la performance migliore in assoluto e non solo perché mentre cantava Catalyst la sua voce in alcuni momenti assomigliava a quella di Chester, ma perché in quel momento sono tornata ad essere quella quattordicenne di... oddio, quattordici anni fa. 
Perché, come avevo scritto a luglio quando Chester si è tolto la vita, i Linkin Park e i Sum 41 sono state le prime band che mi hanno cambiato la vita - sono state le prime due band che mi hanno introdotta alla musica che ascolto ancora oggi. 
E vederli esibirsi insieme è qualcosa che mi annoda lo stomaco - qualcosa di bello, ma che avrei voluto avvenisse in altre circostanze. 
E queste due band con quei due album in particolare - Meteora e Does This Look Infected? - non smetteranno mai di avere un posto speciale nel mio cuore.

Ho citato solo band e cantanti che personalmente seguivo - alcuni più di altri, ma ci sono stati tanti altri artisti. 

Ho visto Mike e gli altri sorridere, ma li ho visti anche incupirsi e commuoversi a tratti - ed era un po' come se tutti aspettassimo che Chester spuntasse improvvisamente dal backstage per salire sul palco. 
Ho visto la devozione e l'amore dei fans, ho visto l'affetto e il rispetto che tutti gli artisti hanno mostrato e portato per Chester e per le sue canzoni e in realtà è stato un po' come se Chester fosse stato proprio nel mezzo di tutto. 

On air: Linkin Park & Friends Celebrate Life in Honor of Chester Bennington

giovedì 12 ottobre 2017

Oggi ho finito un libro che non dimenticherò mai. 

In comune con la sua protagonista non avevo solo il nome, ma anche altre cose - cose ben più spiacevoli di un nome. 

Il passato era diverso, ma ho riconosciuto l'ansia e il risentimento e le aspettative e il posare il proprio sguardo su qualcosa di impossibile proprio perché era impossibile da ottenere. 
Ho riconosciuto il rimpianto, la mancata accettazione e l'incapacità di lasciare andare. 
Ho riconosciuto il silenzio. 
Ho riconosciuto la sua voglia - inconscia o meno - di autodistruggersi e ho riconosciuto quel bisogno di alcol, necessario per perdere conoscenza e riuscire a dormire. 

Io non l'ho mai mischiato al Valium, ma ammetto che quando mi capitava di dover assumere qualche farmaco per qualche malattia a volte sono stata tentata di mandarli giù con un po' di alcol - così, giusto per vedere che effetto avrei ottenuto. 

Avevo già provato l'alcol da solo, avevo la lametta come fedele alleata ed erano tutti metodi e dolori che conoscevo - come sarebbe stato mescolare un po' le sostanze nel mio stomaco? 
Non l'ho mai fatto - o forse l'ho fatto una volta, durante la prima o la seconda otite con gli antibiotici e l'effetto non è stato affatto quello che avrei desiderato.
Sono ben consapevole che servono sostanze che agiscono sul cervello e gli antibiotici non servono a quello scopo - però ci ho provato.

Ho amato quella protagonista, ma non l'ho amata solo per l'autolesionismo in comune. 
L'ho amata per il cambiamento che è riuscita a fare di sé e della sua vita - un cambiamento che io ancora non riesco a fare. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

sabato 7 ottobre 2017

Quando avevo diciotto anni ed ero arrivata a toccare davvero il fondo, una delle canzoni che ascoltavo più spesso era Iris dei Goo Goo Dolls. 

Ricordo quel maggio 2007 quasi come se fosse ieri, quasi come se fosse appena accaduto - quasi come se lo stessi vivendo in questo momento. 

E ricordo che era stata una giornata di quelle completamente da dimenticare, che era sera ed ero seduta al tavolo del salotto con il mio diario cartaceo aperto davanti a me. 
E forse volevo andare a dormire ma allo stesso tempo lo temevo, ero stressata perché a scuola ancora non ci davano tregua tra compiti e interrogazioni e io litigavo furiosamente con fisica e filosofia e intanto cercavo di incastrare i quiz per la patente e le guide con mio padre e con l'istruttore nel poco tempo a mia disposizione. 
Senza parlare di tutto quello che succedeva a livello interpersonale e di amicizie oppure con i miei genitori. 

Ricordo quel maggio 2007 per le lacrime che non smettevo di versare, per il sonno che mi negavo, per le parole che non pronunciavo, per le urla che mi raschiavano la gola tentando di uscire, per tutto l'alcol che mandavo giù come se fosse stato acqua tanto che una mattina sono andata addirittura a scuola con i postumi di una sbronza, per tutto il sangue che ho versato lacerandomi la pelle di un polso con una lametta. 

Ricordo quella sera di maggio 2007 con me seduta al tavolo e davanti il mio diario cartaceo, alla fine di una giornata - l'ennesima - che mi aveva devastata e con ancora la cicatrice della ferita che mi ero fatta con l'unghia del pollice - la prima, la più dolorosa, la più soddisfacente - e tante linee rosse fatte con la lametta a farle compagnia. 

E ascoltavo Iris dei Goo Goo Dolls tra le altre. 
E ricordo di aver scritto chiaramente - sia sul blog su Splinder che avevo all'epoca sia sul diario cartaceo - uno dei suoi versi perché era una delle poche cose che mi ancorava alla realtà. 

Yeah, you bleed just to know you're alive

Una realtà che comunque non volevo e quindi diventava un circolo vizioso senza che io riuscissi a spezzarlo. 

Tagliarmi per sanguinare era l'unica cosa che mi facesse sentire viva, che mi svegliasse da quel torpore che mi avvolgeva.
Ma rendere fisico quel dolore lancinante che sentivo dentro allo stesso tempo mi intorpidiva abbastanza da permettermi di staccare la mente da quello che stava accadendo. 

Volevo la prova di essere viva, ma non volevo essere viva.


Iris dei Goo Goo Dolls non è mai stata una di quelle canzoni che ho abbandonato per strada nel corso degli anni, a differenza di altre canzoni oppure di altre band. 
Quella particolare frase mi farà sempre effetto, mi farà sempre venire i brividi, per me sarà sempre vera - prova inconfutabile di quanto io sia malata, di quanto io ancora sappia pensare in quella maniera anche se ora sono più brava a frenarmi.

Eppure l'altro giorno l'ho riascoltata mentre ero in macchina e stavolta sono stata colpita dai due versi precedenti della strofa - l'unica strofa che per me abbia mai significato qualcosa. 
Ed è stato come sentirli per la prima volta. 

And you can't fight the tears that ain't coming
Or the moment of truth in your lies

E ho pensato alle lacrime che non riesco più a versare - non che comunque io lo permetta a me stessa - e mi sono seriamente chiesta se ci siano ancora momenti di verità nelle mie bugie. 

Non ho saputo rispondermi. 


Ieri mi è capitato di sentirmi dire nuovamente da una persona come e quanto si ricordasse bene di me a scuola nonostante fossero passati dieci anni e questa cosa non smetterà mai di gettarmi nel panico perché l'unica versione di me che riesco a farmi davanti non è neanche più la quindicenne colta da un attacco di panico perché circondata dai bulli sull'autobus e neanche quella diciannovenne che poi ha alzato un muro ed è uscita dal liceo come quasi una persona normale in apparenza, ma quella diciottenne autolesionista dipendente da una lametta e con troppo alcol in circolo. 
Quella diciottenne insonne e spezzata che ogni mattina doveva trovare uno straccio di motivo per alzarsi dal letto, fosse anche solo il pensiero del sollievo che le avrebbe dato la lametta in caso di necessità. 

Io vedo quella diciottenne in giro per i corridoi della scuola la mattina mentre si dirige in classe o alla fine delle lezioni - per me non esistono altre versioni. 
Non esistono versioni di una me stessa migliore o più stabile che gli altri possano ricordare con il sorriso sulle labbra, trattandomi come se fosse stata un'abitudine o la normalità vedermi senza prendermi in giro oppure chiedersi quale cazzo fosse il mio problema

Quando mi dicono di ricordarsi di me a scuola, io ricordo quella diciottenne che una parte ancora malata della mia anima e della mia testa non hanno mai smesso di essere - bloccata in quei 365 giorni tra un compleanno e l'altro come se il tempo non fosse mai passato e si fosse cristallizzato.
Gli anni di inferno sono stati due - da poco prima dei diciassette al compimento dei diciannove, ma i diciotto anni sono stati i peggiori. 

E forse ancora una volta il problema sono io - forse dove io vedevo solo sangue e cicatrici e alcol e lacrime, gli altri vedevano qualcosa di diverso. 
Forse gli altri vedevano stabilità e normalità mentre io mi sentivo mancare la terra sotto i piedi ad ogni respiro che maledicevo. 

Forse gli altri ricordano una persona che non sono mai stata. 
Forse mi piacerebbe conoscere la persona che si ricordano di aver visto passare in quei corridoi. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay