giovedì 7 giugno 2018

Per ogni scelta che facciamo, ce n'è una che non abbiamo fatto.
E così all'infinito. 

L'ultimo libro che ho letto mi ha dato molto da pensare.  
Tante possibilità, tante strade non prese, tante scelte fatte o non fatte. 

Se davvero esistesse più di una realtà oltre a questa che conosciamo?
Se davvero esistessero altre versioni di noi, versioni di noi che hanno scelto diversamente da come abbiamo scelto noi, versioni di noi che hanno detto invece di no oppure no invece di ?

Magari esiste una versione di me che a tredici anni è andata fino in fondo.
Magari esiste una versione di me che quel primo agosto 2006 non se n'è andata.
Magari esiste una versione di me che quel messaggio nel 2012 l'ha davvero mandato.

Magari in un'altra realtà siamo ancora amiche, ma il messaggio a lui non l'ho mai mandato. 
Forse siamo ancora amiche e il messaggio gliel'ho mandato. 
Forse quella sera me ne sono andata e anni dopo ho trovato il coraggio da sola di premere invio. 

Siamo il frutto delle nostre scelte e magari da qualche parte nell'universo c'è una versione di me che ad un certo punto della sua vita ha avuto il coraggio e la forza che io non ho avuto e adesso sta vivendo la vita che io posso solo immaginare, la vita che merita, la vita che si è scelta.

Forse. 


Venerdì prossimo esce il nuovo album dei Mayday Parade - Sunnyland - e io ho già ascoltato i tre singoli usciti e un pezzo del quarto sull'account Instagram della band.

Non parlo spesso di loro - forse perché gli ultimi due album non li avevo amati tanto quanto avevo amato A Lesson in Romantics e Mayday Parade.
Ma con queste tre canzoni (e un quarto) ho già ritrovato il sound che ho sempre amato di loro. 

Piece of Your Heart mi ha un po' ricordato Miserable at Best e adoro i loro titoli lunghissimi per alcune canzoni. Una delle mie preferite è sempre stata If You Wanted A Song Written About You, All You Had To Do Was Ask e quella dal titolo lunghissimo contenuta nel nuovo album si chiama It's Hard to Be Religious When Certain People Are Never Incinerated by Bolts of Lightning - adoro. 
Che poi è una di quelle canzoni dalle atmosfere che mi riportano alle ultime canzoni di Mayday Parade, di quelle che io potrei dedicare a qualcuno ma che in realtà sembrano parlare di me. 

Never Sure è quella delle tre che ho ascoltato meno e poi c'è Stay The Same e posso già affermare che è la mia preferita senza neanche averla ascoltata per intero e senza neanche aver ascoltato le restanti nove tracce?
Questa canzone parla, mi parla ad un livello che poche canzoni sono riuscite a raggiungere - solo quelle degli Yellowcard. 

Ho grandissime aspettative per questo nuovo album dei Mayday Parade, sento che stiamo tornando in sintonia e non vedo l'ora.

On air: Mayday Parade - Piece Of Your Heart

martedì 29 maggio 2018

Pensavo di avere un'armatura. 
O meglio, l'ho sempre pensato e poi ho pensato di aver scelto quella sbagliata. 
Ho pensato che quella che avevo prima - i vestiti neri, i polsini, il trucco pesante, il ciuffo sugli occhi - mi avesse disegnato addosso un bersaglio, invece di nasconderlo. 

E così ho cambiato armatura. 
E credevo di essere invincibile. 
Credevo che i miei capelli ricci e lo smalto mai sbeccato e il rossetto rosso fossero perfetti, fossero la perfetta distrazione da tutto quello che non va in me. 

E mi sono sbagliata un'altra volta. 


Una volta credevo che le mie umiliazioni più grandi venissero causate da coloro che mi prendevano in giro oppure da me stessa quando facevo una pessima figura in qualche ambito. 
Ho scoperto che non è così, che preferisco essere presa in giro di fronte a tutti piuttosto che subire un'altra volta quello che ho vissuto lo scorso weekend. 

Credevo che la mia armatura mi rendesse invicibile, imperturbabile, indifferente - una pagina bianca su cui nessuno riusciva a leggere niente. 
Ho scoperto che non è così. 

Ho scoperto che a quanto pare tutti i miei difetti, tutte le mie debolezze sono chiaramente visibili al mondo e mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi quando la verità è saltata fuori. 

E si sa che la verità è sempre stata un problema per me. 

Ho scoperto che per me l'umiliazione più grande è uno sconosciuto che davanti a tutti - davanti anche alle persone che presumibilmente possono dire di "conoscermi" - mi analizza al microscopio ed evidenzia tutte le mie mancanze. 
Tutto lo schifo, tutte le debolezze che ancora cerco di nascondere sotto capelli ricci, smalto impeccabile e rossetto rosso. 

Venerdì sera mi è sembrato di perdere tutto: la mia dignità, la mia riservatezza, la mia apparente stabilità. 

Mi sono sentita così umiliata che volevo solo nascondermi o andarmene o non guardare più in faccia nessuno. 
Cosa che in parte ho fatto perché se già di mio ho un problema con il contatto visivo, venerdì sera non riuscivo neanche più a guardare in faccia le persone che conosco. 

Quello di venerdì è stato uno dei momenti più umilianti di tutta la mia vita. 
Mi sono sentita spogliata di qualsiasi cosa, di qualsiasi barriera e improvvisamente tutti potevano vedere quanto fossi poco stabile - tutti potevano vedere quello che non va in me. 
E io, che non ho mai neanche voluto le persone più vicine a me a conoscenza della cosa, quasi mi sono messa ad urlare per quella che ho vissuto come una vera e propria violazione della mia persona. 

Ed era tutto lì, che aleggiava tra noi sul tavolo, mentre questo sconosciuto parlava e io sentivo tutti gli occhi addosso - questi occhi che bruciavano e scavavano e facevano male. 

E io volevo farmi ancora più male perché non sopportavo quel dolore e ne volevo un altro, un dolore che fosse invece causato da me - di cui io fossi l'unica responsabile e lontana da testimoni. 


Volevo una vita diversa, una volta. 
Forse una parte di me la vuole ancora. 
Forse c'è ancora quella parte di me che desidera essere notata, quella parte di me era disperata quando negli anni precedenti invece venivo sempre ignorata. 
E invece venerdì ho rimpianto quei momenti in cui in una serata nessuno faceva caso a me, cose non se fossi nemmeno presente.

Una volta volevo le luci dei riflettori, ma quelle luci ora mettono in evidenza soltanto le mie mancanze e desidero solamente il buio e le ombre - quelle ombre in cui credevo di potermi camuffare senza rivelare nulla di me. 

Venerdì mi sono sentita umiliata, mi sono sentita come se non avessi più niente di mio a cui aggrapparmi e ora so che il modo in cui le persone che conosco mi guardano è irrimediabilmente cambiato - che ora quando mi guardano, vedono solo le cose messe in evidenza da quello sconosciuto e non lo sopporto. 



When You're Through Thinkin, Say Yes è stato l'album che ha sancito il mio amore per gli Yellowcard - probabilmente perché è stato il primo che ho davvero ascoltato e che davvero mi ha parlato. 

E l'ho risentito e For You, and Your Denial mi ha fatta tremare perché mi sono riconosciuta in due strofe - due strofe cattive che mostrano un pessimo ritratto della mia persona. 

You've got sadness twisted up with jealousy
You show your fists to make them look like loyalty
And I have seen what holding on can take away
If it's the past you love, then that's where you can stay
[...]
Desperation kills
When it's on your sleeve, you wear it well
Underneath it all
You'll always have this war inside yourself

Ogni tanto mi chiedo perché non sono andata fino in fondo quando avevo tredici anni.

On air: Yellowcard - Ready and Willing (New Found Glory cover)

venerdì 18 maggio 2018

Questo di oggi sarà un post brevissimo, ma non perché di cose non ne siano successe - in realtà sì, ma sono tutte sfighe, quindi lascerei anche perdere - ma perché la notizia che conta è soltanto una. 

Oggi è uscito il primo singolo di Ryan Key tratto dal suo EP solista e sto ascoltando in loop Vultures e la amo. 
La sua voce è veramente un balsamo per la mia anima, è tipo una droga.

Non vedo l'ora di avere l'EP autografato tra le mie mani. 

On air: William Ryan Key - Vultures

venerdì 11 maggio 2018

Rompo il silenzio dopo più di un mese. 

Ma non per un motivo particolare - o forse sì, forse perché ho ritrovato una delle colonne sonore della mia vita e fino a questo momento non mi ero resa conto di quanto il silenzio mi stesse uccidendo. 
Quanto, sebbene ascoltassi anche altro, era proprio quella voce a mancarmi. 

Ma a questo arriveremo più tardi.


Non è che sia successo qualcosa di particolare in questo mese di assenza. 
C'è stato il mio compleanno il mese scorso e qui l'ho lasciato passare completamente sotto silenzio - che senso avrebbe avuto dargli voce? 
C'è stato un po' di alcol - abbastanza da sciogliermi un po', ma non abbastanza da permettermi di perdonare me stessa e gli altri. 
Non abbastanza da permettermi di non fare incubi.

Maggio si sta rivelando il solito mese schifoso - come dal 2002 a questa parte. 
Il fatto che sia anche un anno pari è la ciliegina sulla torta. 
Ho di nuovo problemi con il computer e nelle ultime settimane ho fatto due coliche - prima episodi molto isolati nella mia vita e ora più frequenti. 

E con quella di due/tre settimane fa avrei voluto uccidermi.
Sono stata preda di un dolore acuto per tre o quattro ore e fino alle sei del mattino non c'è stato verso di addormentarsi - e non è che i due giorni successivi stessi una favola. 

Ma non l'ho detto a nessuno. 
O meglio, solo ai miei genitori perché erano testimoni e mia madre mi ha fatto compagnia alle cinque del mattino seduta al tavolo della cucina mentre tentavo di mandare giù una tazza di tè e intanto i sintomi della colica mi stritolavano i polmoni, quasi impedendomi di respirare. 


Una volta non riuscivo a stare senza scrivere. 
Anche quando tenevo un diario cartaceo avevo bisogno di scrivere e scrivere e scrivere perché il veleno che riversavo sotto forma di inchiostro sembrava non finire mai e fissandolo sulla pagina mi sembrava meno soffocante. 

Mi sono accorta che guardo fuori dalla finestra della mia camera come se stessi guardando fuori dalla finestra di una prigione. 
E alla fine è così, la mia camera è diventata la mia cella. Mi ci sono rinchiusa e ora il mondo mi fa paura. Lo guardo con nostalgia, ma anche con terrore. 
E sto in silenzio. 


Ieri Ryan Key ha annunciato l'uscita del suo EP - già, perché in questo mese di assenza dal blog ci sono state novità: il nome di alcune tracce, un piccolo pezzo di brano, poi tutta la tracklist e infine il nome, a libera interpretazione del fan. 
E io so già cosa ci leggo e cosa ci vedo in quel Thirteen - sarà poi liberissimo di smentirmi, ma credo che anche questa volta Ryan Key sarà capace di farmi a pezzi. 
E per ultima l'indicazione generale che l'EP sarebbe uscito alla fine di questo mese.

E ieri è arrivata la data, il 25 maggio - ehi, forse maggio sarà finalmente ricordato per qualcosa di positivo! 
E non ho perso tempo perché ha aperto il pre-order con le copie autografate e costa più la spedizione dagli USA che l'EP in sé, ma chissenefrega. 

On air: The August Empire - Letting Go

sabato 7 aprile 2018

Avevo pensato diverse volte di scrivere qualcosa il mese scorso - avevo in mente almeno due post, ma poi le circostanze e il tempo mi hanno tenuta lontana dalla tastiera e in un'occasione non avevo carta e penna con me. 

Così è rimasto tutta nella mia testa - alcuni pensieri se ne sono andati, altri sono rimasti ma hanno cambiato forma. 

C'era qualcosa sul fatto che lascio conoscere agli altri solo la mia parte superficiale perché mi terrorizza il pensiero di portare alla luce tutto il resto. 
Non riesco proprio ad immaginarmi mentre parlo a qualcuno dei miei attacchi d'ansia, del mio rapporto non esattamente sano con l'alcol che oscilla tra il non bere nulla per mesi fino all'esagerare tutto in una volta per riuscire finalmente a dormire, del fatto che anche se ora riesco a frenarmi se prima mi distraggo in qualche modo comunque il pensiero di tagliarmi con la lametta è sempre presente nella mia mente quando non riesco a gestire una situazione o quello che provo, del fatto che non mi sono mai pentita così tanto come in questi anni di non essere andata fino in fondo quella volta a tredici anni con la cintura intorno al collo. 

C'era qualcosa sul fatto che il mese scorso ero fuori a cena, ma l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che in realtà ero io ad essere fuori posto - fuori posto in quell'occasione, in quelle conversazioni, tra quelle persone, nella vita. 
C'ero io che guardavo fuori dalla vetrata e mi chiedevo cosa ci facessi lì e perché, c'ero io che volevo tornare nella mia gabbia, c'ero io con uno sconforto dentro di me che mi faceva salire le lacrime agli occhi, c'ero io che pensavo che una volta a casa non sarei riuscita a trattenermi e avrei infranto di nuovo la promessa di non tagliarmi - tanto che poi mi ero procurata pure tutto l'occorrente, ma mi sono costretta a perdermi con qualcosa da fare per dare il tempo alla voglia nel mio stomaco di riassorbirsi. 

E a Pasqua ero in macchina e stavo andando al consueto pranzo dai nonni quando mi è venuta voglia di ascoltare Lights and Sounds degli Yellowcard. 
Sono gli Yellowcard, direte voi, cosa c'è di nuovo? 
Lights and Sounds è l'album che tendo ad ascoltare meno perché legato a quel 2006 infernale, ma ho pensato che era aprile e perché no? In fondo, quell'album lo ascoltai per la prima volta proprio in quell'aprile di dodici anni fa e sotto un certo punto di vista quel mese non faceva ancora parte di quei mesi terribili - certo, se escludiamo che proprio quel giorno avevo visto NAC con mia cugina, ma dettagli. 

Però nella riproduzione della canzone omonima il mio iPod aveva qualche problema, così sono andata indietro di un paio di tracce per vedere se si trattava solo di un glitch momentaneo e nell'ordine alfabetico in cui sono nella playlist prima di Lights and Sounds c'è Lift a Sail del 2014, la cui ultima traccia è la bonus track In Time.

Ho avuto sin da subito un rapporto intenso con In Time, ma l'ho sempre pensata in relazione a coloro che ho perso a causa di una strofa in particolare sul finale.
Eppure domenica scorsa qualcosa è cambiato - l'ho ascoltata e fin da subito l'ho sentita mia come mai prima d'ora. 

Mi è capitato spesso di parlare qui della frattura che sento dentro di me, tra la persona che ero prima e quella che sono adesso - delle crepe che hanno portato alla frattura che ha fatto il suo primo crack quando avevo tredici anni e di quella che è seguita a diciassette anni. 
Ci sono state tante di quelle versioni di me da quella prima frattura - alcune simili, altre opposte.

C'è stata la tredicenne che ha fatto il funerale a se stessa quel 13 novembre 2002.
C'è stata la quattordicenne stupida che non è stata capace di restare accanto a suo nonno. 
C'è stata la quindicenne che si credeva invincibile e padrona del mondo. 
C'è stata la sedicenne che ha sentito tremare la terra sotto i piedi e ci ha riprovato di nuovo dopo tre anni dalla prima volta.
C'è stata la diciassettenne a cui sono crollati il mondo e ogni certezza. 
C'è stata la diciottenne che ha iniziato a tagliarsi. 
C'è stata la diciannovenne così arrabbiata da riuscire involontariamente a mettere un'intera classe contro una singola persona fino a diventare completamente indifferente ad ogni cosa.
C'è stata la ventenne che ha provato a rimettere insieme i pezzi. 

E da lì in poi è qualcosa di così completamente confuso, qualcosa che non assomiglia nemmeno ad un essere umano - specialmente negli ultimi due/tre anni.

Ci sono versioni di me che spiccano sulle altre, in particolar modo la tredicenne e la diciassettenne.

Ho ascoltato In Time degli Yellowcard e ho avuto i brividi perché sembravano davvero due versioni di me faccia a faccia che si parlavano. 

You got secrets in your heart
I got mysteries in mine
I tried to fix you and you tried to fix me
We broke in time
Now it’s storming in your soul
It’s always raining in mine
All the days we would wake up in sunshine
Did fade in time

In time, in time, in time
Fade in time

I see rivers in your eyes
You see oceans in mine
All these poems we’ve written with our lives
Change in time

In time, in time, in time
Change in time

Needed so much time
So much time

I hear goodnight in your voice
You hear goodbye in mine
I will be with you and you will be with me
Somewhere in time

In time, in time, in time
Somewhere in time

Sembra una mescolanza di voci: la diciassettene che parla alla me quasi ventinovenne, la me odierna che parla alla diciassettenne, la tredicenne che parla alla me bambina e le dice addio, ognuna di noi che ha cercato di aggiustare l'altra ma per quanto ci provassimo non ci siamo mai riuscite.

On air: Yellowcard - In Time

sabato 10 marzo 2018

Sembra andare così ormai - al ritmo di un post al mese. 

Non parlo di te da un po' di tempo, ma nei giorni scorsi mi è capitata sotto gli occhi una tua foto - ok, non è che è "capitata", la sono volutamente andata a cercare - e sono rimasta a studiarla per un po'. 
Pensando. 

Ho osservato il tuo viso e non ci ho visto più nulla di tutto ciò che una volta mi faceva battere furiosamente il cuore. 
Ho osservato il tuo viso, ho ascoltato me stessa e regnava il silenzio più assoluto. 

Ho ripensato a quegli anni, ho ripensato alla me stessa di allora, ho ripensato al tuo viso di allora - e quello sì che mi ha accelerato il cuore. 
Io non ero ancora così spezzata, tu incarnavi ancora il mio ideale di perfezione e non mi avevi ridotta in pezzi con quella che io credevo essere crudeltà ma che invece era solo indifferenza - o forse era semplicemente il modo in cui la vita ci insegna che nella maggior parte dei casi la gente non ricambia i nostri sentimenti. 

Come dico sempre che farei, se mi trovassi davanti una certa versione di me stessa la prenderei e le fracasserei la testa contro il muro. 
Un'altra versione di me l'abbraccerei per consolarla perché non avrà nessun altro a parte se stessa. 

Una certa versione di te - la mia preferita - è quella che voglio ricordare, ma anche dimenticare. 
La voglio ricordare perché, se mai mi trovassi davanti quella certa versione di te, risveglierebbe quel mio cuore ormai silenzioso da troppo tempo e lo farebbe battere come solo tu sapevi fare.  
E la devo anche dimenticare perché mi serve per andare avanti, per essere in grado di voltarmi dall'altra parte con assoluta indifferenza nel remotissimo caso che io un giorno ti riveda - perché la vita adesso è un'altra cosa e noi non siamo più quelle versioni di noi stessi, non potremo mai esserlo. 

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You've been here before?

On air: Bastille - Pompeii 

lunedì 19 febbraio 2018

Un mese di assenza - va bene, sarebbe un mese domani, ma non stiamo qui a spaccare il capello in quattro. 
Un mese dal mio ultimo post e sinceramente non ho la più pallida idea di quello che ho fatto in questo lasso di tempo - non ho idea di cosa mi sia passato per la mente. 

Perché siamo alle solite: cerco in tutti i modi di non pensare e le uniche parole e frasi che accetto nella mia mente sono quelle di film, telefilm e libri - a volte anche di canzoni. 
Le altre - le mie - cerco di soffocarle nel sonno. 

Ma ehi, non sempre ci riesco. 


Venerdì mi sono vista con una mia amica nel tardo pomeriggio e poi siamo rimaste a cena fuori e di solito cerco di mangiarmi le parole che minacciano di sfuggire al mio controllo, ma forse complice la musica nel posto in cui eravamo che era esattamente quella che amo - e ricordo Closer dei The Chainsmokers con Halsey, un paio dei Linkin Park tra cui One More Light, Counting Stars dei OneRepublic e Somebody Told Me dei The Killers, We Don't Talk Anymore nella sua versione originale anche se io preferisco quella degli Our Last Night e Andie Case - e che mi faceva sentire un po' come se fossi in camera mia davanti ad una pagina bianca del blog pronta a sputare tutto il veleno della mia anima con la musica sotto ad aiutarmi nel tirare fuori le parole, ho un po' parlato degli attacchi d'ansia che mi vengono quando devo uscire di casa. 
L'ho buttata in ridere, ho trasformato un po' il discorso perché in fondo non riesco a non mentire o comunque a non omettere perché per me è una sofferenza fisica ammettere le debolezze e volevo evitare gli sguardi di compassione che già vedevo affiorare sul viso della mia amica. 
E ho sorvolato su tutto il resto mandandolo giù. 

Non mi ero mai resa conto prima di questo weekend appena passato di come, oltre alle varie maschere che ho sempre indossato, io avessi iniziato ad indossare anche un'armatura. 
E ho capito perché i libri di Courtney Summers e le sue protagoniste vanno sempre a colpire parti di me che non sempre riesco a vedere chiaramente: Parker Fadley con la sua idea di perfezione, Regina Afton per il bullismo, Eddie Reeves per la sua ossessione, Romy Grey per la sua armatura fatta di smalto e rossetto rosso.

Le somiglianze con Parker e Regina le avevo viste subito, ma con Romy avevo sentito la connessione senza capire davvero perché - almeno fino a questo weekend.

Una sorta di armatura in fondo l'ho sempre avuta: aveva il volto della maschera dell'indifferenza che doveva farmi scivolare addosso tutte le prese in giro e quando ero nei miei anni d'inferno era fatta di ombretto nero, vestiti neri, ciuffo che mi copriva gli occhi, musica screamo nelle orecchie e polsini per coprire i tagli della lametta. 
Era un'armatura, ma in realtà ero più vulnerabile che mai perché mostravo a tutti tutte le mie fragilità e il mio disagio. 
Quindi forse non era un'armatura: io lo credevo, ero convinta che dicesse a tutti che ero una tosta e quindi di andare a fanculo, ma forse mi ero dipinta da sola addosso un bersaglio ancora più grande di quanto già non fossi. 

Romy si dà con cura smalto e rossetto continuamente e quelli sono la sua armatura, quelli sono il suo modo di dire che può essere ancora una persona normale.
E io faccio la stessa cosa: devo sempre avere le unghie smaltate, devo sempre avere qualche anello alle dita, i miei capelli devono essere perfettamente voluminosi e mossi, le mie labbra devono essere sempre rosse. 

Il rossetto rosso era qualcosa che destinavo alle uscite del sabato sera e per il giorno tendevo a preferire tonalità più neutre o comunque sul rosa - mai troppo chiare perché ho la carnagione chiara e al massimo di giorno mi spingevo su un ciliegia. Il rosso scarlatto invece era un colore che usavo solo il sabato sera. 

Da un paio d'anni invece non riesco ad uscire di casa - non importa l'ora - se non ho il rossetto rosso. Magari sto un po' più leggera e non lo "carico" come sono solita fare alla sera, ma anche di giorno adesso uso il rossetto rosso. 

Mi sale l'ansia ad uscire di casa, ma quando so di avere lo smalto sulle unghie e il rossetto rosso e ho messo un paio di anelli e i miei capelli hanno l'aspetto che ho sempre sognato, allora uscire diventa un po' più facile. 
Il rossetto rosso, lo smalto, gli anelli e le onde mosse dei miei capelli sono la mia armatura - un'armatura che nasconde quello che c'è al di sotto e che non mette in mostra tutto quello che non va come faceva quella che indossavo a diciotto anni. 


Mi sono sentita dire ancora una volta che non sono affatto cambiata dagli anni del liceo, che ho ancora lo stesso aspetto e se da una parte significa che dimostro meno anni di quelli che ho, dall'altra mi ha fatta rabbrividire. 

E ho capito anche un'altra cosa, una cosa che si ricollega in qualche modo al mio ultimo post. 
Come scrivevo che quando parlo del bullismo mi riferisco sempre al liceo ma che tutto era cominciato alle medie, allo stesso modo funziona con i sogni e me ne sono accorta l'altra notte. 
I miei incubi potranno anche cominciare con me che devo prendere l'autobus - fonte dei miei attacchi di panico e teatro di una buona parte del bullismo al liceo - ma quando poi sogno di essere a scuola è sempre con gente con cui ero alle medie. 

Forse questo avrebbe dovuto farmi riflettere, se non fossi stata troppo impegnata a rimpiangere amicizie che ora non esistono più e amicizie oniriche che inspiegabilmente sembravano più solide e concrete della realtà. 

Forse non sono poi così perspicace come sono convinta di essere. 

On air: Jason Koiter - Amanda's Song

sabato 20 gennaio 2018

Mi rendo conto che predico bene, ma razzolo male. 
Davvero male. 
Malissimo. 

Nelle recensioni scrivo cosa insegna un libro, affermo determinate cose e poi mi rendo conto che sono io la prima che non ci crede - che ancora non riesce a farlo perché forse sono troppo danneggiata.  


Non è un mistero che io legga libri che parlano di bullismo. 
Soffro, mi faccio del male da sola, ma in qualche modo per me hanno anche qualcosa di catartico - vedo che non sono sola, leggo le possibili "scuse" con cui i bulli si giustificano. 
Non arrivano mai ad essere le "risposte" che ancora cerco e che probabilmente non troverò mai, ma sono un buon palliativo. 

Di solito però leggo libri ambientati nelle scuole superiori americane, che presentano somiglianze con la mia vita ma che non combaciano mai perfettamente. 
E soffro, lo faccio, ma con un sistema scolastico così diverso c'è sempre una sorta di... distacco.  

Quando parlo di bullismo e ci penso, mi viene sempre in mente il liceo. 
E mi viene in mente perché la mia "rottura" è avvenuta in quegli anni - il primo attacco di panico, la prima telefonata in lacrime a mio padre supplicandolo di venirmi a prendere perché non ce la facevo a salire sul pullman, la violenza verbale che a volte diventava fisica. 

Sono anni che ancora mi fanno tremare - di sofferenza, ma anche di rabbia.  
Eppure mi rendo conto che è stato il culmine di un processo che era cominciato molti anni prima. 

Nel libro che ho finito ieri, la protagonista cominciava ad essere umiliata a dieci anni e improvvisamente mi sono resa conto che parlo sempre del liceo, ma in realtà le medie sono state il mio vero calvario. 

Perché se al liceo ho subito insulti e umiliazioni verbali e fisiche, è anche vero che accadevano al di fuori della classe - perché se anche sono non sono mai stata la leader, se anche non sono mai stata l'amica di tutte, se anche ero silenziosa e ascoltavo musica diversa dalle altre, nessuno in quella classe mi ha mai presa in giro direttamente in faccia. 
Magari c'erano occhiate strane, frasi sussurrate a mezza bocca, cose che venivo a sapere quando restavo a casa per qualche motivo da qualcuno che me le riferiva e che sì, mi facevano stare male, ma alla fine non erano niente di che - eravamo divise in fazioni in quella classe, quindi alla fine c'era sempre almeno una persona "nel mio angolo". 

Il mio problema con il bullismo al liceo aveva a che fare con tutto quello che era esterno alla mia classe - e quindi finché non uscivo da quell'aula ero relativamente al sicuro.  

Il mio problema era con le tipe più piccole del mio stesso liceo, il mio problema era con i geometri, il mio problema era con la gente in corridoio oppure nelle proprie aule mentre io passavo - il mio problema era con tutta quella gente che saliva sul mio stesso pullman e che poi mi ritrovavo ad un'aula oppure ad un corridoio di distanza. 
Il mio problema era quel soprannome che mi aveva seguita dalle medie e che si era diffuso a macchia d'olio. 

Il mio problema ero io che ero un bersaglio fin troppo facile. 

E quando penso al bullismo penso sempre a quello. 
E penso a quello perché ho volutamente dimenticato - o perlomeno "oscurato" e annebbiato - quello delle medie. 

E penso a quella ragazza di carta di cui ho letto ieri, di come è cominciato tutto per lei alle medie e di come l'ha seguita. 
E ho ricordato com'era insostenibile essere in quella classe cinque ore al giorno, ignorata e terrorizzata dal più piccolo movimento che avrebbe attirato l'attenzione su di me. 
Ho ricordato quelle che erano mie amiche e per le quali non valevo più niente, che mi prendevano in giro e mi umiliavano e fingevano che io non esistessi. 
Ho ricordato quelle volte in mensa quando ero lasciata sempre sola in fondo alla tavolata e non sentivo nulla di quello che veniva detto - apposta.  

Ho ricordato come tutto ha cominciato a diffondersi, ho ricordato la sorpresa nello scoprire che qualcuno si accorgeva di come mi trattavano ma che alla fine lasciava che accadesse, ho ricordato il tema che avevo scritto e come la mia professoressa di italiano mi avesse risposto a parte, ma ora mi rendo conto che di fatto non era stato fatto niente. 

Ho ricordato come è andata avanti mesi, anni - dalla seconda media per quanto posso ricordare e poi improvvisamente alla fine della terza media hanno iniziato a comportarsi come se non fosse mai accaduto nulla. 
Ma la frattura c'era e stava cominciando ad allargarsi perché io già non ero più la stessa - non dopo quel 13 novembre 2002, non potevo più esserlo. 

Penso sempre alle superiori come al periodo in cui ho cominciato con l'autolesionismo perché ho cominciato a tagliarmi con la lametta, ma la verità è che già in seconda media mi piantavo le unghie in un braccio per riuscire a calmarmi e a riprendere a respirare. 

E da lì è stata una valanga senza freni. 

La protagonista del libro stava male fisicamente all'idea di andare a scuola, considerava come vittorie i giorni in cui veniva ignorata oppure le prese in giro erano al minimo, voleva essere invisibile o addirittura avrebbe preferito essere morta - e tutto questo l'ho provato anche io. 

La protagonista arriva a trent'anni ed è un vero disastro e, cazzo, io sono uguale.  

Nella recensione ho scritto che il libro insegna che noi non siamo inferiori a nessuno, che nessuno è davvero "strano" oppure "normale" e che con sostegno e terapia si può iniziare a guarire. 

Ma io sono ancora quella che abbassa gli occhi quando incontra qualcuno di quei bulli oppure distoglie lo sguardo, sono quella che in situazioni sociali si "mette i tappi" e non ascolta oltre il tavolo a cui è seduta per paura di cogliere conversazioni e frasi sgradevoli - cosa che ho fatto anche la settimana scorsa e io cado sempre dalle nuvole quando qualcuna delle mie amiche mi riferisce cosa è stato detto perché io mi isolo volontariamente. 
Sono quella che ancora trema e a cui ancora si rivolta lo stomaco con il bisogno di vomitare per l'ansia e il panico quando vede qualcuno che l'aveva presa di mira. 

Sono ancora quella che trema quando vede un adolescente - a quasi 29 anni non riesco a rendermi conto di essere adulta. 
Non l'ho mai scritto perché sono stata assente per tutta l'estate sul blog, ma al lavoro mi veniva quasi un attacco di panico ogni volta che entrava in negozio un gruppo di adolescenti e dovevo servirli io. 
Due volte quest'estate, quando sono arrivata al lavoro nel pomeriggio, mi sono trovata fuori dal negozio uno dei peggiori aguzzini della mia adolescenza e stavo quasi per crollare a terra perché le gambe non mi tenevano su, tanto che poi mi sono inventata qualcosa da fare in magazzino per non averci nulla a che fare anche se al contempo fremevo di rabbia. 

Perché dovevo essere io a nascondermi? Perché dovevo essere io quella che si vergognava quando lui era solamente un grandissimo ipocrita che mi tormentava ogni giorno quando andavamo a scuola e che qualche anno dopo su Facebook si faceva passare per quello che "come si fa a prendersela con delle povere ragazzine?" nel periodo in cui al telegiornale non si vedevano altro che i video di quei pestaggi femminili? 
E io, eh? E io? 

Come ho fatto quella volta a non dare un pugno al muro dalla rabbia non lo so nemmeno.

Ma sono anche quella che una volta si è rifiutata di stringere una mano in un giro di presentazioni "sociali", durante il quale mi sono trovata davanti un altro di quelli che mi prendevano in giro e in quel caso l'ho guardato talmente male che è stato lui ad abbassare lo sguardo. 
Questo però sarà capitato solo due o tre volte, perché in realtà sono ancora io quella distoglie lo sguardo e fa finta di guardare qualcos'altro oppure cambia strada. 

Io sono quella che ancora non riesce a salire su un pullman in tranquillità, forse perché già a sei/sette anni ho cominciato a sentirmi indesiderata. 
Quello è un ricordo che è sepolto così a fondo che quasi sempre dimentico sia accaduto: io alle elementari che salivo a bordo del pulmino che mi avrebbe portata a scuola ed ero la più piccola in mezzo a tutti quei ragazzi così grandi - alcuni che andavano anche già alle medie. 
E ricordo che chiedevo sempre a questa ragazza dall'aria simpatica se potevo sedermi con lei davanti, ma lei sbuffava sempre e sentivo tutti dalla seconda fila fino in fondo che mi prendevano in giro e una volta sono rimasta in piedi bloccata nel passaggio tra le due file perché non sapevo cosa fare o dove andare visto che tutti gli altri posti erano occupati. 
Ricordo come ero arrossita dalla vergogna e come poi non riuscissi più ad alzare lo sguardo. 
Da quella volta in poi, salire su un pullman mi ha sempre fatto venire un attacco d'ansia alla sola idea perché poi non è stata l'unica volta in cui qualcuno avrebbe rifiutato di farmi sedere accanto a sé facendomi restare in piedi di fianco ad un posto vuoto - e l'autista spesso se ne fregava oppure mi urlava di sedermi come se fosse stata colpa mia. 

Forse sarei uscita dall'adolescenza ammaccata, ma sarei sopravvissuta al bullismo incessante. 
Invece sono convinta che il lavoro di distruzione della mia autostima alle medie abbia minato fin da subito qualsiasi possibilità io avessi di farcela. 

Perché ancora sento nella testa quelle frasi e quelle parole. 
Perché ancora vedo quelle occhiate. 
Perché ancora sono quella dodicenne umiliata e presa in giro e ignorata, a cui veniva detto che non valeva nulla e che faceva schifo e che sarebbe rimasta sola per sempre. 
Perché ancora sono quella che ci crede e, ehi, la vita alla fine ha dato ragione a tutti loro. 

Ho adorato il messaggio di quel libro nel finale, ma io proprio non sono in grado di seguirlo. 

On air: God Is An Astronaut - All Is Violent, All Is Bright 

lunedì 15 gennaio 2018

Da un po' di tempo pensavo di scrivere, ma mi è sempre mancata la voglia. 
Ho pensato a diverse cose che avrei potuto mettere nero su bianco, ma con il passare dei giorni le ho dimenticate oppure si sono offuscate - o forse la matassa confusa di mormorii nella mia mente non si è mai sbrogliata.  


Uno dei miei punti deboli è sempre stato il bisogno di appartenenza - un bisogno così viscerale che a volte è capace di togliermi il respiro dai polmoni. 

Il mese scorso mi sono trovata ad una cena e si può quasi dire che mi trovassi nel centro della tavolata, ma c'era sempre quella nota stonata che trillava nelle mie orecchie - nelle mie viscere. 
Mondi che cozzavano tra loro, mondi che forse in qualche modo si sono incontrati grazie alla mia persona in comune con entrambi, mondi che forse non si amalgameranno mai del tutto ma che sanno convivere. 
E io sento di non appartenere a nessuno dei due. 

Ero seduta nel mezzo e osservavo le persone attorno a me e ascoltavo le conversazioni che stavano avvenendo e non ho potuto fare a meno di sentire quella nota dissonante - e forse quella nota dissonante sono io, sono io che non sono in armonia con il resto del mondo. 
Provo sempre quella sensazione di estraneità in mezzo alle persone - persone che si conoscono da una vita, persone che hanno in comune un passato, persone che hanno alle spalle molti più momenti di quanti ne abbiano mai avuti con me. 

E io stavo lì, annuivo, forse sorridevo e dentro sentivo il suono del vuoto. 
O forse sentivo il suono della mia voce che urlava - forse è proprio quella la nota dissonante, forse è la mia voce che urla. 

Invidiosa di amicizie che durano da una vita, invidiosa di confidenze di cui io non sono stata fatta partecipe, invidiosa di rapporti che io non sono stata capace di tenermi o forse addirittura di costruire. 

Forse la nota dissonante non è la mia voce che urla, ma la mia invidia. 

In occasioni come queste ero solita sentire la tua mancanza come l'aria, ora ho smesso di farlo. 
Oppure forse una parte di me non ha smesso, ma la maggior parte della mia persona ha smesso di pensare a te come a qualcuno che avrebbe potuto affermare di conoscermi da tutta la vita - perché non più così da dodici anni. 
Perché non ha più senso.

Nessuno lo può affermare - forse nel mio caso nessuno lo ha mai potuto fare. 

Tutti hanno visto solo pezzi di me prima che io cominciassi a nascondere anche quelli. 
Forse la nota dissonante non è la mia voce che urla e non è neanche la mia invidia - forse è che manca proprio qualcosa che possa suonare un'armonia. 

Forse non è neanche più la tua mancanza in particolare che sento perché negli ultimi tempi non eri più la stessa persona, forse semplicemente sento la mancanza di qualcuno - qualcuno che sappia guardarmi e possa dire di conoscermi, quel qualcuno che sembrano avere tutti gli altri in quei due mondi che a volte si scontrano. 
Mondi per i quali io faccio da collante, ma ai quali non appartengo davvero.

E forse la nota dissonante è proprio il mio bisogno di appartenere a qualcosa, un bisogno che provo a colmare sin da quando ero solo una bambina ma che mi rimanda indietro ancora l'eco del vuoto. 


Non sono nuova alle ossessioni, le mie sono sempre le stesse da anni e si danno il cambio a seconda della necessità. 
Divento ossessionata da film e serie televisive e libri e mi riempio la testa con tutte le loro immagini e le loro parole così che non resti spazio per nient'altro - e io ho parecchie cose che non voglio far entrare nella mia testa. 
Mi stordisco di film e serie televisive e libri, ne divento dipendente, ne faccio una malattia per tenermi occupata - se sono ossessionata da una storia non ho tempo per pensare alla mia. 
Non mi concedo pause tra uno e l'altro perché potrebbe essere fatale: potrei ricominciare a pensare, potrei forse perdere le staffe, potrei urlare, potrei dire cattiverie, potrei riprendere in mano la lametta - ed è già difficile com'è adesso riuscire ad uscire di casa a volte. 

Mi rinchiudo tra le mie ossessioni, mi anestetizzo, ma mi sento un animale in gabbia. 
E alla fine, quando a volte esco dalla gabbia, non vedo l'ora di tornarci perché tra le mie ossessioni mi sento al sicuro. 
Perché non sono solo le persone a farmi paura, a farmi più paura di tutto sono io con quello che potrei pensare o che potrei fare oppure che potrei dire.  

On air: Andrew McMahon in the Wilderness - Love and Great Buildings 

domenica 17 dicembre 2017

Quest'anno sono stata presa da una smania natalizia, ma questo è successo nei mesi scorsi. 
Non ricordo se stavo guardando un telefilm oppure leggendo un libro, ma improvvisamente mi era venuta voglia di fare l'albero di Natale - cosa che non facevamo da quindici anni. 

Nel 2003 non l'abbiamo fatto perché con la tradizione di fare l'albero l'8 dicembre era troppo presto e non era proprio il caso visto che mio nonno era morto il 15 novembre. 
L'anno dopo era appunto passato solo un anno e nel caso avrei dovuto farlo da sola quando invece una volta mia madre mi aiutava e la cosa mi deprimeva così tanto che alla fine ho lasciato perdere. 
E alla fine è diventata una tradizione in casa nostra non addobbare niente. 

Quest'anno invece ho sentito la voglia di tornare alle origini, di tornare un po' bambina con i regali sotto l'albero e così ho deciso di cominciare daccapo: un nuovo albero - questo un po' più piccolo di quello solito - e nuove decorazioni in aggiunta a qualcuna di quelle vecchie e meno fragili visto che non sapevo che reazione Alaska avrebbe avuto di fronte alla novità. 
E incredibilmente mia madre mi ha pure aiutata di sua spontanea iniziativa. 

Eppure già mentre organizzavo il materiale sentivo la voglia scemare e sì, l'albero è carino, però non so se sono io che guardo il tutto con il disincanto di un'adulta che non può più provare l'entusiasmo di una bambina che aspetta Babbo Natale oppure se è perché quindici anni sono tanti e non sono più abituata un albero addobbato in casa mia in questo periodo dell'anno. 

Tanto più che manca una settimana a Natale e... meh.


Venerdì sera mi sono vista con una mia amica e siamo andate a bere qualcosa. 
Da quando è finita l'estate mi sarà capitato forse solo una volta di bere alcol, quindi avendo perso un po' l'abitudine il cocktail che avevo preso aveva fatto un po' effetto - nel corso degli anni ci volevano dosi sempre più elevate per raggiungere anche solo il livello minimo in cui puoi dire di essere un po' alticcia. 
E venerdì ero in quella fase fantastica in cui l'alcol scorre nelle vene, ma è nella quantità giusta: quando senti che non sei più esattamente te stessa, ma solo un po' più allegra - quel giusto necessario per ridere e fare qualche battuta che di solito resta trincerata dietro il silenzio. 
Probabilmente è una delle mie sensazioni preferite.

Ed è andata ancora meglio quando ho finito di bere il cocktail della mia amica perché lei non aveva intenzione di finirlo. 
Mi sono sentita ancora un po' più sulle nuvole e per la prima volta ho seriamente considerato l'idea di andare dritta a dormire una volta arrivata a casa - niente computer, niente libro, niente film fino a notte fonda, quasi mattina.
E cavoli, l'ho fatto: ho letto solo un capitolo e poi ho sentito gli occhi chiudersi e ho dormito profondamente. Ho dormito così profondamente che non mi sono svegliata ogni ora e non ho fatto incubi - almeno che io ricordi. 

Ed è sempre stato questo a farmi paura, sin da quando avevo 16 anni e avevo cominciato ad esagerare con l'alcol per riuscire ad affrontare una serata fuori.
È una delle paure che ho sin da adolescente, sin da quando ho iniziato a bere - sin da quando ho capito di avere il minimo controllo sui miei impulsi più malati: la paura di diventare un'adulta che ha bisogno dell'alcol per funzionare. 
Nel mio caso di averne bisogno per dormire. 
Mi sono svegliata ieri mattina con il sapore di alcol in bocca e mi sono chiesta perché, poi ho ricordato - e la sera prima non mi ero nemmeno ubriacata, arrivata a questo punto ci vuole ben altro. Probabilmente ci vorrebbero almeno tre drink - e di quelli che hanno qualsiasi cosa dentro. 
E mi ha presa una morsa allo stomaco perché mi sono vista tra qualche anno con la pessima abitudine di bere prima di andare a letto perché apparentemente è l'unico modo per riuscire a dormire. 


Questo mese - o almeno questa metà - è all'insegna dei Boys Like Girls. 
Non perché hanno rilasciato qualcosa di nuovo - anche se sarebbe ora che lo facessero perché l'ultimo album del 2012 e avanti! Qui c'è gente che freme impaziente e dall'altra parte non riesco a credere che sia passato così tanto perché sembra ieri che sentivo per la prima volta le canzoni di Crazy World
Eppure in questo mese non riesco ad ascoltare altro, non voglio ascoltare altro.

Se gli Yellowcard parlano all'adulta che sono e invece i Simple Plan all'adolescente che sono stata, Boys Like Girls e A Day To Remember parlano ad entrambe le versioni a seconda delle canzoni che ascolto. 

E non vedo l'ora che torni il bel tempo e i Boys Like Girls li ho sempre associati alla primavera a causa di The Great Escape - la loro prima canzone, che ricordo ancora di averla ascoltata nel maggio 2007. 

E sai, una volta ti vedevo in ogni testo di Boys Like Girls e in metà di quelli di Love Drunk e il resto era mio. 
Ma ora mi sto riprendendo possesso di tutte quelle canzoni e tu stai sparendo - certo, non sparirai mai da The Great Escape e da Thunder, ma sai che c'è? 
Questa mattina ho ascoltato Thunder e ho trovato me stessa in quella canzone - ti ho detto di farti in là con il ritornello e in un verso mi sono vista: 

And now I'm itching for the tall grass
And longing for the breeze
I need to step outside
Just to see if I can breathe
I gotta find a way out
Maybe there's a way out

Questa sono io e mi sto riprendendo Thunder perché non esiste che io ti lasci contaminare una delle mie band preferite, non te lo permetterò mai più. 


Ah, e ho finito per sempre di vedere Person of Interest - ho finito la quinta e ultima stagione. 
E ho pianto come una fontana. 
È stata una delle mie serie televisive del cuore, la quarta stagione forse sarà sempre la mia preferita e ricomincerei a guardarla dall'inizio anche subito.

On air: Boys Like Girls - Go