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venerdì 22 luglio 2016

Mi rendo conto di essere peggiorata caratterialmente nel corso degli anni - sono più acida, scontrosa e asociale. 
Non giriamoci attorno: sono antipatica. 

I miei parenti di Bergamo sono venuti giù questo weekend e non riesco a fare a meno di paragonare la ragazzina che ero a quella che sono oggi. 
È sbagliato, lo so - troppi anni e troppe cose nel mezzo. 
Più che "sbagliato" direi che non è un paragone "corretto" - le differenze sono abissali tra una bambina di 7 o 12 anni e un'adulta di 27. 
15/20 anni sono troppi per poter essere obiettivi o anche solo per fare un ragionamento sensato. È un paragone che non ha ragione di esistere. 

Eppure ci penso. 

Ogni volta che vedo Lara - la cugina di mia madre - non riesco a farne a meno. 

Ripenso a quando avevo dieci anni e lei era una ventenne e io volevo essere come lei - volevo darmi lo smalto, volevo truccarmi, volevo avere delle amiche con cui uscire. 
Volevo essere grande e cercavo di passare sempre più tempo possibile con lei ogni volta che salivamo a Bergamo. 

Ripenso a quanto ero allegra, a quanto ridevo, a quanto fossi contenta nonostante la timidezza e sebbene io non abbia mai avuto il sorriso facile. 
Probabilmente rompevo anche le scatole e ogni tanto chiedo ai miei genitori come abbiano resistito all'impulso di affogarmi. 
Mia madre si limita a ridermi in faccia. 

Non è la prima volta che faccio un discorso del genere, ma per anni poi non siamo più saliti se non era per matrimoni o battesimi o altre cerimonie e si sa come sono stati in particolare due anni della mia vita. 

Sono sempre stata l'ombra sbiadita di quella che ero, è un fantasma che mi tormenta sempre quando vedo Lara e gli zii. 
È come se vedessi di fianco a loro la bambina che ero e non posso fare a meno di chiedermi cosa pensano quando mi vedono adesso. 

Non ho mai avuto il sorriso facile, ma oggi faccio fatica anche a stiracchiare una smorfia. 
Non parlo quasi mai. 
Me ne sto in disparte. 

Non so cosa vedano quando mi guardano, che cambiamenti siano in grado di notare ma di sicuro non è qualcosa di piacevole. 

Guardo Lara, ricordo quanto volevo essere come lei e quanto mi sembrava fantastica ogni cosa che faceva e oggi mi rendo conto che non abbiamo niente in comune - forse non l'abbiamo mai avuto. 

Sono diventata insofferente. 
Non solo sono insofferente nei confronti delle persone in generale, ma specialmente verso chi mi ricorda la persona che ero una volta. 

Mio zio Michele, Lara e un altro cugino di mia madre hanno tutti 11 anni più di me e una volta non mi sembravano tanti. 
Una volta pensavo che non potevano vedermi come una nipote o comunque una bambina perché la differenza di età non era enorme rispetto a quella che avevano per esempio le mie compagne di scuola con i loro zii e cugini - volevo che mi trattassero da "grande". 

Negli ultimi post ho parlato - come faccio quasi sempre, del resto - di quanto io mi senta ancora addosso diciassette anni. 
E mi rendo conto che è vero, non solo quando ripenso a quei due anni di inferno o a quell'adolescenza che mi sembra di non essermi affatto goduta e che cerco di recuperare in qualche modo ogni tanto.. tossico. 

Stasera guardavo Lara con i suoi due figli e mai come prima 11 anni mi sono sembrati una vita. 
Anche Michele ha un figlio e lui e Lara sono sempre stati i miei modelli quando ero piccola, ma io non riesco più ad interagire in nessun modo con loro. 
Come dicevo prima, non abbiamo niente in comune - forse non l'abbiamo mai avuto. 

Mi limito a fare presenza in casa perché non sarebbe educato scappare in camera mia, me ne sto in silenzio e ogni tanto stiracchio le labbra sperando di spacciare quel movimento per un sorriso.

Guardavo Lara con i suoi due figli e dentro di me facevo delle smorfie e pensavo che io non voglio assolutamente diventare così - sono insofferente verso i bambini e sono sicura di non volerne di miei. 

Forse è in questo che si vedono i miei 17 anni repressi: ragiono come una ragazzina e ora che sono "adulta" e ho l'età per essere trattata "alla pari" e non essere più vista come la bambina che li tallonava, non me ne frega niente. 
Voglio solo essere lasciata in pace nella mia stanza come una fottuta adolescente rabbiosa e problematica. 
Ho forse mai smesso di esserlo? 

Ogni tanto vedo il fantasma di quella bambina correre e ridere e spero sempre che si allontani così tanto da non trovare più la strada di casa. 

On air: Breaking Benjamin - The Diary Of Jane

venerdì 3 giugno 2016

È ormai risaputo quanto io ami sguazzare nella mia apatia e nella mia indifferenza, ma forse non è risaputo il fatto che ogni tanto voglio scrollarmele di dosso - che ogni tanto fremo per la troppo energia in circolo quando non trova uno sfogo. 

Se siete degli habitué di questo blog ormai avrete la nausea nel sentirmi sempre parlare di Yellowcard e di tutto il resto della compagnia che suona nella mia camera o in macchina. 
Se siete degli habitué di questo blog sapete che ho un tatuaggio dedicato agli Yellowcard e che ho scritto qualche tempo fa di volerne fare un altro per i Simple Plan. 
Non vi ho mai però esplicitato il suo design. 

Non scenderò nei dettagli, vi basti sapere che è presente la scritta #TSSML.
Potreste dire "ma cosa fai, ti tatui un hashtag?" oppure "cosa sei, una bimbaminkia?" 
È vero, potreste. 

Ma quel simbolo e quelle cinque lettere significano molto, ma molto di più. 

I fans dei Simple Plan hanno due modi per identificarsi: con il nome "astronauts" - che deriva dalla canzone omonima - oppure con la sigla #TSSML. 
E anche #TSSML deriva da una canzone, deriva dall'ultima traccia di Get Your Heart On! e quelle lettere sono l'acronimo del titolo - This Song Saved My Life. 

E mi sono resa conto che tatuarmi questa sigla per me non sarebbe solo un tributo alla mia seconda band preferita, ma lo sarebbe anche per tutte le altre che amo e per tutte quelle canzoni "sciolte" che hanno mai significato un minimo per me. 

Ieri pomeriggio ho visto il video della nuova canzone degli A Day To Remember, Bad Vibrations - e l'album omonimo uscirà il 19 agosto. 
Questa canzone è puro screamo, a parte qualche parte piccina di melodico e mi ci vorrà un po' per abituarmici - again, non ho voglia di spiegare per l'ennesima volta il mio rapporto con lo screamo. 
In ogni caso non vedo l'ora che esca questo nuovo album perché anche gli ADTR significano tantissimo per me da anni. 

E ieri sera, mentre io e i miei genitori andavano a cena a casa di mia nonna, nelle cuffie dell'iPod ho fatto suonare proprio gli ADTR ed è stato sentendo una delle loro canzoni che amo di più che mi sono resa conto davvero di cosa significherebbe tatuarmi #TSSML. 

Chi frequenta spesso questo blog sa quanto spesso io parli dei miei crolli nervosi, della mia insonnia, della mia apatia, della mia indifferenza verso la maggior parte del mondo e delle persone. 

Gli Yellowcard e i Boys Like Girls mi fanno venire i brividi, i Simple Plan mi fanno sorridere ma forse sono proprio gli A Day To Remember a "svegliarmi". 

Ieri sera nelle mie orecchie è risuonata Right Back At It Again e mentre guardavo il sole al tramonto ho iniziato a sorridere. 
Ho iniziato a muovere le dita a ritmo. 
Right Back At It Again è una canzone che mi fa venire voglia saltare e cantare a squarciagola ad un concerto, di viaggiare in macchina con i finestrini abbassati e il vento che mi scompiglia i capelli, di urlare e poi di mettermi a ridere - Right Back At It Again è capace di farmi muovere, è capace di infondermi di nuovo vitalità. 
Cantando Right Back At It Again, con la sua voce, Jeremy è capace di farmi sentire perfettamente a posto con me stessa e con la mia vita.


E così so che quando ho bisogno di una botta di vita mi basta ascoltare questa canzone e le cose vanno già meglio. 

#TSSML tatuato sulla mia pelle non sarà solo per i Simple Plan, ma sarà per tutte quelle band che mi hanno tenuta a galla in questi anni. 
Per tutte quelle band che mi hanno salvato - e continuano a farlo - la vita semplicemente con una loro canzone. 

When the curtain falls it rolls, unwraps, reminds me
The person that I am.
I'm still afraid, ashamed, of what's behind me,
But you gave me the strength to stand.

On air: A Day To Remember - Life @ 11 

martedì 22 marzo 2016

Domani si laurea Alessia nella magistrale e per l'occasione mi ha chiesto se mi va di portare la fotocamera e fare qualche foto. 
Ho accettato, ma poi mi sono sentita prendere dal panico. 

Ho messo le mani avanti dicendo che ci avrei provato perché erano mesi che non prendevo in mano la reflex e non sapevo se ero ancora in grado di fare foto decenti e ieri, quando l'ho tirata fuori, mi sono resa conto che non sapevo più da che parte cominciare con ISO ed esposizione e otturatore. 

In realtà era più di un anno che non scattavo qualche foto, altro che qualche mese. 
La memory card è ancora piena e l'ultima foto che ho fatto risale al 17 agosto 2014 e quell'ultima foto ritrae Cico. 
Probabilmente aver visto quell'ultima foto che gli ho fatto con la reflex ed essermi sentita stringere lo stomaco me l'ha fatto sognare stanotte e stamattina quasi chiedere a mia madre dove fosse. 

Mi è sempre piaciuta la fotografia, me la cavavo abbastanza anche quando usavo la vecchia macchina fotografica dei miei genitori con il rullino. 
Mi reputavo anche abbastanza bravina, di certo non ai livelli di un fotografo professionista ma di alcune mie foto ne andavo estremamente orgogliosa. 

Ieri pomeriggio mi sono esercitata, un po' in casa e un po' in giardino per riprendere la mano con la luce e tutte le funzioni manuali e Alaska non è una modella così collaborativa come lo era Cico. 
E in realtà sento la mancanza dell'obiettivo 70-300mm che mio zio Michele mi aveva lasciato per mesi prima di riprenderselo - il 18-55mm lo trovo così limitante. 
E dire che quando ho visto Michele a febbraio aveva detto che me l'avrebbe dato perché lui non lo usa più e io sto ancora aspettando. 

Domani andrò di messa a fuoco automatica perché già non mi sento più brava come credevo di essere due anni fa, ma in realtà a me piace tanto la messa a fuoco manuale - chissà, potrei anche provare nei momenti meno concitati. 

Riguardavo le foto che ho fatto ieri e boh, non mi sembra di essere più all'altezza di quella che ero - credevo di avere un qualche talento, ma forse era l'ennesima illusione che mi ero fatta. 
Queste ultime foto mi sembrano senza un'anima. 

E tanto per concludere, da quasi una settimana ho le orecchie tappate e così ieri mi sono decisa e sono andata dal dottore. 
Diagnosi: otite catarrale e sono sotto antibiotici e aerosol e solo stamattina, nel giro di cinque ore, ho mandato giù quattro pastiglie. 

Datemi tregua. 

On air: Halsey - Colors 

lunedì 21 dicembre 2015

Il libro numero 49 della mia Reading Challenge è stato Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry. 

Sebbene sia presente in casa mia da più di dieci anni, la settimana scorsa è stata la prima volta che l'ho letto perché ricordo benissimo che quando avevo letto la storia dell'autore prima che iniziasse il libro vero e proprio e avevo scoperto che era morto nella Seconda Guerra Mondiale, mi ero presa malissimo e non ho più voluto toccarlo.

Ogni tanto mi è capitato di scrivere che a volte serve un momento specifico per leggere un determinato libro. 
So che High Fidelity di Nick Hornby non mi avrebbe fatto lo stesso effetto se l'avessi letto appena l'ho comprato, esattamente come leggere The Fault In Our Stars di John Green appena dopo la scomparsa di Cico mi ha aiutata a stare un po' meglio. 

Probabilmente Il Piccolo Principe è un libro che avrei dovuto leggere da piccola, quando ancora ero una bambina e credevo che tutto fosse possibile. 
Ora sono come quegli adulti additati nel libro che non hanno più immaginazione. 

Probabilmente l'adulta che sono ora è troppo cinica per cogliere il senso vero e proprio della storia, sebbene sia vero che c'è una parte di me che si crede Peter Pan e si rifiuta di crescere.  

Il Piccolo Principe è arrivato in casa mia tramite la mia zia di Bergamo, quando un anno ci ha portato giù questo scatolone di libri che Lara non leggeva più e che loro non sapevano dove mettere. 
E tra quei libri c'era anche la mia prima copia di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen e sul serio, la quantità di copie che possiedo di quel romanzo è quasi imbarazzante. 
Avevo forse dodici anni, magari tredici e Orgoglio e Pregiudizio è stato il primo libro di cui mi sono innamorata. 

Sebbene io abbia iniziato Il Piccolo Principe giovedì mattina e sia piuttosto corto come libro, l'ho finito solamente ieri notte.
La storia non riusciva a prendermi e sul serio, l'ho ritenuto altamente sopravvalutato. 

Perlomeno fino a quando non sono arrivata a questo punto: 

«..Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha...»
«Che cosa vuoi dire?»
«Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!»
E rise ancora. 
«E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così per il piacere... E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai: "Sì, le stelle mi fanno sempre ridere!" e ti crederanno pazzo. T'avrò fatto un brutto scherzo...» 
E rise ancora.
«Sarà come se t'avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere...»

E niente, sono scoppiata a piangere come una dannata ragazzina. 
E so anche perché. 

Perché quel pezzo di storia ha toccato quelle corde che lascio vengano toccate solo due volte l'anno. 
Perché tutto quel pezzo sulle stelle e su come il guardarle avrebbe ricordato al narratore il piccolo principe era fin troppo simile al mio alzare lo sguardo al cielo in agosto e pensare a mio nonno quando vedo una stella cadente. 
Al pensare ingenuamente che sia lui che ricambia il mio saluto.

E io ero sdraiata sul mio letto all'una di notte a singhiozzare come una disperata cercando di non farmi sentire.
Ultimamente non ho proprio nessuna sorta di controllo sulle mie lacrime. 

On air: Placebo - Running Up That Hill

sabato 26 settembre 2015

Com'è possibile sentire la mancanza di qualcuno che non si ha mai conosciuto?

Prima ho sentito il telefono suonare e quando sono scesa perché dovevo lavarmi i capelli, mia madre mi ha incrociata in corridoio - o sarebbe meglio dire che mi è venuta incontro apposta - e mi ha detto che a quanto pare è morto il padre di mio padre.
Mio nonno, dunque.

Il mio primo pensiero è stato "sì, vabbè, e quindi?"
Orribile, lo so.
Ma io non l'ho mai conosciuto, quindi perché la notizia avrebbe dovuto avere qualche impatto su di me?

Sentivo ancora mio padre parlare al telefono con questa sua cugina che gli ha dato la notizia e ho cominciato ad arrabbiarmi, mentre intanto accarezzavo Alaska per calmarmi.

Non so se l'ho mai scritto qui oppure se era ancora sul blog che avevo su Splinder, ma io non ho alcun legame di sangue con la persona che ho sempre chiamato nonno.
Non ricordo quando ho scoperto/mi hanno detto la verità - forse quando andavo già a scuola ed ero abbastanza grande da domandare perché mio padre e mio nonno non avessero lo stesso cognome.
E allora mi avevano spiegato che quello che io ancora oggi chiamo nonno è il secondo marito di mia nonna e che quindi mio padre e Michele sono fratellastri, non fratelli veri e proprio.
Da qui la tanta differenza di età e il fatto che Michele non abbia mai voluto che io lo chiamassi zio - in fondo io ho 26 anni e lui ne ha 37.

Ricordo un mio compleanno festeggiato a casa mia con tutti i parenti in cui ho abbracciato mio nonno e gli ho detto che anche se sapevo che non era il mio vero nonno, comunque gli volevo bene come se lo fosse.

Di questo "vero" nonno ho sempre saputo soltanto il nome, che se mio padre lo vedeva per caso in giro si salutavano con un cenno e basta, che a quanto pare metteva le mani addosso a mia nonna - o almeno questo è quanto mi ha detto mia nonna un'estate in cui ho passato una settimana a casa sua.
Questo è tutto quello che ho sempre saputo su mio nonno paterno in ventisei anni.

Mentre ascoltavo mio padre al telefono e dopo la mia prima reazione menefreghista - perché il fregarmene e il negare è SEMPRE la mia prima reazione di fronte alla morte di qualcuno prima che la cosa venga finalmente assimilata dal mio cervello - mi sono sentita triste perché ho perso un altro membro della mia famiglia senza averlo conosciuto.
Ma poi mi sono arrabbiata perché non è che mio zio Roberto abbia volontariamente scelto di non conoscermi visto che è morto in un incidente in moto prima che io nascessi - e ricordo di aver scritto in merito a questo tre anni fa e me lo ricordo perché stavo per compiere 23 anni all'epoca e pensavo che Roberto aveva quell'età quando è morto.
Questa persona invece non ha più tenuto i contatti con suo figlio e sapeva poi della mia esistenza? Sapeva di avere una nipote?

Mia madre poi mi ha raggiunta in bagno e non sono riuscita a trattenermi.
Mi ha risposto che una volta era venuto a vedermi quando ero nata da poco e quando ancora abitavamo nell'altra casa, che lei stessa non l'ha visto più di due volte e che una volta ha telefonato qui quando a mio padre si era paralizzata metà faccia a causa di un colpo di aria fredda.
E allora perché se sapeva che io esistevo non ha mai voluto avere niente a che fare con me?
Mia madre mi ha detto che era stato un brutto divorzio quello tra lui e mia nonna e che avevano litigato tantissimo per le cose da dividersi, che non aveva la patente e girava in motorino e che, come sempre, a causa dei soldi le sue sorelle l'avevano tipo "ricattato" e gli avevano detto che si sarebbero prese cura di lui a patto che mio "nonno" troncasse tutti i rapporti con noi.
Sembra tipo una di quelle storie che senti a Forum e che pensi sempre che non potrebbero mai far parte di te e allora oh, quanto ti sbagli.

Ho chiesto a mia madre come mio padre l'abbia presa e mi ha risposto che non lo sa con certezza perché non ne parla e sta zitto e oh, come ci assomigliamo in questo.
Che sicuramente una parte di lui è dispiaciuta perché in fondo era suo padre e che non sa se ha idea di andare al funerale.
Io però una foto di questo fantomatico nonno vorrei vederla perché non so nemmeno che faccia ha.
Aveva.
E dicono tutti che assomiglio a mio padre e allora vorrei sapere se c'era qualcosa di me anche in quest'uomo che io non ho mai visto.

Dicono sempre che la famiglia è quella che ci costruiamo noi con le persone a cui vogliamo bene e che non sono i legami di sangue a creare la famiglia.
Sarà anche vero, ma è la seconda volta che la morte di qualcuno che non ho mai conosciuto mi colpisce così tanto.

Ovviamente per Roberto il discorso è totalmente diverso.
Di lui ho sempre visto le foto in casa mia e di mia nonna, nelle foto del matrimonio dei miei genitori, potevo immaginarmelo anche senza dover chiedere a mia madre per non farla scoppiare in lacrime - anche perché io sono figlia unica e non ho idea di cosa significhi avere un fratello e poi ritrovarsi soli.

Ma questo nonno non è mai esistito nella mia vita se non come pensiero sepolto in fondo alla mia mente e sempre e comunque solo come un nome.
Non aveva un volto, non aveva una voce, non aveva niente se non un nome e un cognome che incidentalmente era lo stesso di mio padre e quindi anche mio.
Questo nonno non era "concreto" come lo è sempre stato Roberto, era solo un insieme di lettere.
Era solo qualcuno che sai che esiste solo perché ricordi benissimo che quello che chiami nonno non è il padre di tuo padre, non importa il fatto che con gli "estranei" alle vicende famigliari tu senta il tuo stesso padre riferirsi a tuo nonno come "mio papà".
Si trattava di una di quelle cose che dai per assodate perché sono sempre state così.
Perché io stessa ho sempre saputo fin da piccola di avere un nonno che non avevo mai conosciuto e con il passare degli anni è diventato un fatto inconscio, mentre coscientemente non mi sarebbe mai passato per la testa di domandare che fine avesse fatto quest'uomo perché semplicemente non ha mai fatto parte della mia vita.
Come si può dire che non abbia mai fatto parte della vita di mio padre.

Ma ora è morto e mi chiedo molte cose.
Mi chiedo se comunque pensasse ogni tanto a suo figlio e a sua nipote.

Onestamente non credo che se anche avessi saputo come mi sarei sentita in questo momento, avrei fatto qualcosa per cercarlo.
Forse me l'avrebbero impedito, forse mi sarei io stessa spaventata dall'idea di un rifiuto - perché non era già un rifiuto in sé il sapere che non parlava nemmeno con suo figlio?
Che mai avrebbe potuto dire ad una ragazzina che si era messa in testa di allacciare un rapporto con qualcuno se ne era sempre fregato?

No, onestamente credo che anche sapendo quello che so adesso, avrei lo stesso lasciato le cose come sono sempre state.
Ho sempre avuto due nonni e basta: quello materno che è morto nel 2003 e quello paterno che ho sempre saputo essere il patrigno di mio padre e con cui non ho alcun legame di sangue ma che mi ha sempre voluto un bene immenso.
Loro sono i miei nonni, non questo sconosciuto di cui non ho mai nemmeno visto il volto.

Però lo stesso sento questo peso sul cuore, lo stesso che provo quando penso a Roberto.
Quel peso dovuto al fatto di aver perso un membro della famiglia senza averlo mai conosciuto, non importa il modo in cui sia andata.
Quella fantomatica tessera del puzzle mancante, quella che ti impedisce di vederti per la persona che realmente sei perché è andata persa prima ancora che tu iniziassi a farlo quel puzzle.

On air: Boyce Avenue - Every Breath

martedì 3 marzo 2015

Se c'è una cosa che detesto più del fatto che mi tocchino i capelli è che mi tocchino il naso. 

Mia madre mi ha sempre detto di essere invidiosa del mio naso e non si sa nemmeno da che parente io l'abbia ereditato visto che non ricorda nessuno con il naso così regolare e dritto come il mio. 
Ma non è questione di estetica. 

Il naso è probabilmente la parte più delicata di me, anche più del mio stomaco e della sua gastrite. 
Sempre facendo riferimento a quelle tendenze mancine che dovrei avere ereditato dalla mia bisnonna, io sono assolutamente incapace di soffiarmi il naso con la mano destra: sebbene sia la mia mano dominante e quella con cui scrivo, non riesco ad avere abbastanza "sensibilità" per soffiarmi il naso senza farmi un male atroce. 
Fin da piccola mi sono sempre soffiata il naso con la mano sinistra, è l'unica delle mie due mani con la quale riesco a toccarmi il naso e non provocarmi un'emorragia. 

Già, perché sono soggetta ad epistassi all'improvviso, anche dal nulla - non parliamo poi di quando ho il raffreddore.
Ho perso il conto di quanto volte alle medie mi sono dovuta alzare all'improvviso per andare in bagno perché avevo cominciato a perdere sangue dal naso dal nulla e due mie compagne di classe dovevano accompagnarmi, una tenendomi una salvietta bagnata sulla nuca e l'altra sulla fronte. 
E il sangue non si fermava mai.

Ho sempre avuto il naso sensibile e ho sempre detestato - odiato - i parenti che per gioco da piccola mi stringevano il naso tra due dita: sentivo un male cane e avevo sempre paura che mi provocassero la rottura di qualche capillare. 
Mio nonno paterno ancora ci prova ogni tanto e io mi scanso sempre di scatto perché lui, esattamente come mio padre quando mi stritola in un abbraccio, non ha coscienza di quanta forza ci mette e so perfettamente come andrebbe a finire. 

Quindi non è solo esperienza passata di bullismo che mi fa venire un attacco di panico quando qualcuno mi si avvicina troppo alla faccia - diffido di chiunque venga a contatto ravvicinato con il mio naso. 

Sabato mattina mi sono svegliata di nuovo con la congiuntivite e male ad uno zigomo e un dolore saltuario all'orecchio. 
Così ieri sono tornata dal medico dei miei e mi ha detto che ho fatto una recidiva - ma va? 
Ho speso praticamente 30 euro in nuovi medicinali per aerosol e anti-infiammatori e devo continuare ad avvelenarmi fino a venerdì. 

E siccome si tratta della mia solita fortuna, ora tutto è concentrato all'altezza del naso e stanotte ho perso per ben due volte sangue dal naso - così tanto sangue che il lavandino del mio bagno faceva invidia alla doccia di Psycho.
Ed erano le due passate di notte, avevo sonno e non potevo dormire per restare un po' seduta a letto e aspettare di vedere che non ci fosse il famoso "due senza tre". 

Mi chiamate un esorcista? 

On air: Gloriana - Sunset Lovin'

sabato 15 novembre 2014

Era un sabato anche undici anni fa.

Non ricordo praticamente nulla di quel giorno, se non le ultime ore.
Non ricordo quando ti ho salutato per l'ultima volta, senza sapere che sarebbe stata l'ultima volta che l'avrei fatto - non ricordo se era la sera prima o quella prima ancora.
Non ricordo se invece è stato diversi giorni prima.

Ricordo l'aria pesante a casa.
Ricordo il silenzio.
Ricordo che avevo quattordici anni e non uscivo di sera perché ero ancora piccola e comunque, date le circostanze, proprio non era il caso.
Ricordo che i miei genitori mi avevano lasciata a casa della zia di mia madre che abita nella nostra stessa via e che ho passato la serata in camera di Patrizia, la minore delle figlie di zia Maria.
Ma Patrizia era già una ragazza adulta e avevo sempre preferito la sua compagnia a quella di sua sorella Monica.

Ricordo che abbiamo passato la serata in camera sua al buio, con solo la televisione ad illuminare la stanza.
Non ricordo di cosa abbiamo parlato; molto probabilmente abbiamo parlato della mia cotta per il ragazzo che mi piaceva all'epoca e di quando lo vedevo in piazza.
Molto probabilmente abbiamo parlato di come stessero andando i miei primi due mesi di liceo e di altre cose triviali che a quattordici anni sembravano avere un'importanza fondamentale per me.

Ricordo che inconsciamente sapevo che qualcosa non andava e che, anche se i miei genitori mi avevano detto il meno possibile, avevamo raggiunto il punto di non ritorno.
Ma io a quattordici anni ero troppo piccola e stupida per capire esattamente cosa significassero per la vita di una persona le parole "tumore" e "ictus".

Ricordo il momento in cui è suonato il telefono, ma non ricordo se era il telefono di casa o il cellulare di Patrizia.
Probabilmente è stata lei a darmi la notizia e non ricordo la mia reazione, se semplicemente sono rimasta in silenzio o se ho detto qualcosa.
Non ricordo che ore fossero e dove ho dormito, ma so che era notte quindi probabilmente ho dormito nella stanza di Patrizia e ho visto i miei genitori il giorno dopo.

E da lì ho un blackout fino al lunedì pomeriggio.
Non ricordo la mia reazione, ma so che ho negato che fosse successo con tutte le mie forze perché non lo potevo accettare.
Non potevo accettare la morte di mio nonno, non potevo accettare i rimpianti che improvvisamente mi assalivano e non potevo accettare la vergogna che provavo verso me stessa una volta che mi sono trovata a sbattere contro la mia stupidità.

Ricordo che lunedì pioveva.
Ricordo che ho cercato di farmi forza e vedere per l'ultima volta mio nonno, ma vederlo nella bara mi ha quasi fatta cadere in ginocchio in lacrime se non fosse stato per mio padre che mi ha afferrata praticamente al volo.
Ricordo gli occhi rossi e le lacrime di mia madre.
Ricordo l'abbraccio disperato di mia nonna, proprio lei che non mostra mai le emozioni.

Ricordo vagamente la funzione in chiesa.
Ricordo di aver visto fuori nella folla una mia ex-amica che mi ha fatto le condoglianze.
Ricordo vagamente quando hanno chiuso la bara al cimitero.

E da lì ho un altro blackout e in questo caso non ricordo da che giorno ricomincio ad avere memoria delle cose.


Era un sabato anche undici anni fa e forse proprio per questo mi manchi più del solito.
 

I can't come back from where I've gone, but I'll be close
I left myself in every song and every note
And if you need me, I will never be too far
I'm always with you, like the child in your heart

On air: Yellowcard - My Mountain

sabato 19 aprile 2014

Sapevo già di essere "problematica" nell'esprimere quello che provo, ma nei giorni scorsi mi sono resa conto che preferirei tagliarmi ripetutamente un polso piuttosto che ammettere persino a me stessa che qualcosa non va. 
Figuriamoci se lo direi a qualcun altro, non esiste proprio. 
Probabilmente preferirei tagliarmi l'intera mano piuttosto che affrontare una situazione di intimità - sia fisica che psicologica - con una qualsiasi persona. 

Nei giorni passati ho avuto delle crisi di pianto da paura e ho sempre detto quanto io sia del partito "ignora un problema fino a quando scompare da solo", ma non mi ero mai resa pienamente conto di quanto io avessi fatto mio quel modo di pensare/agire. 
È stato uno schiaffo in piena faccia. 
Io ignoro, faccio finta di niente perché non riuscirei a sopportarlo e mi rendo conto che è sbagliato, ma non ho mai negato di essere una codarda. 
E soprattutto non so come fare a smettere. 


La mia amica Anna è laureata in Infermieristica e l'altro ieri ha partecipato ad un concorso a Brescia e ha chiesto a me e Serena di accompagnarla. 
Serena alla fine non ha potuto, ma io sono andata. 

Abbiamo fatto la stessa strada che facciamo io e i miei quando andiamo a trovare gli zii a Bergamo e mi si è riaccesa una voglia incredibile di viaggiare. 

Mentre l'aspettavo nel parcheggio, osservavo l'autostrada A4 a poca distanza da me e non potevo fare a meno di avere la pelle d'oca nel pensare a quanto mi sentissi libera e che ogni volta che mi allontano, poi mi rendo conto di quanto sia veramente tossico il posto in cui vivo. 

Non so se sia la Lombardia in sé o se dipenda dal fatto che una volta andare dai miei zii rappresentava la fuga perfetta o se dipenda dal fatto che ci andavamo quasi tutti gli anni e adoravo fare le valigie e mettermi in strada per andarli a trovare perché mi divertivo sempre tanto e alcuni dei miei ricordi più belli sono proprio legati a quei posti. 

Non lo so e in realtà non mi interessa affatto quale sia la vera ragione, so solo che una volta partita poi non tornerei più a casa. 
Non so se si tratti di wanderlust o meno, ma mi piace.

Non nego però che anche quando è ora di tornare con i piedi per terra e vedo sui cartelli stradali il nome di casa, pure quello è capace di farmi venire la pelle d'oca. 


Piccolo off-topic: auguri ad una delle mie prime celebrity crush che oggi compie 33 anni, Hayden Christensen. 
Se sono la nerd che sono oggi è anche merito suo, visto che è stato a causa sua se mi sono avvicinata a Star Wars.

On air: The Afters - Light Up The Sky

martedì 7 gennaio 2014

Per quanto possa sembrare assurdo - e lo so, me ne rendo conto - quando si tratta di musica ho sempre (avuto) timore della riproduzione casuale perché ci sono canzoni che sanno fare un male tremendo. 

Nel mio iPod ci sono almeno tre o quattro playlists, ma di solito ascolto sempre i soliti artisti - i miei preferiti - e anche loro hanno canzoni che fanno male, ma proprio perché sono loro è tutto più sopportabile. 
Perché li amo così, canzoni che fanno bene e canzoni che feriscono. 

Ci sono altre volte in cui sono più autolesionista del solito e allora cambio playlist e scelgo quella dove ci sono canzoni di una vita fa, canzoni che ascoltava una persona che oggi forse non esiste più. 

Immagino che sia anche una questione di controllo, il fatto che io debba sempre avere le cose come le voglio io. 
Non sono mai stata un'amante delle sorprese, sempre per il fatto che amo - ho bisogno - di avere il controllo sulla maggior parte degli aspetti della mia vita, su tutto quello in cui posso mettere sopra le mani. 
Quindi la riproduzione casuale non fa affatto al caso mio perché metti che sono di buon umore e poi una canzone mi coglie di sorpresa e addio alla bella giornata. 
Lo so, non è normale. 
Ma sono fatta così: sono io a voler decidere quando affondare il coltello nella piaga o quando lasciarlo semplicemente lì, a riposo. 
Quindi è per questo che nella mia vita la riproduzione casuale non esiste, mi sento già troppo caotica di mio senza aggiungere canzoni che mi colpiscono a tradimento. 

E domenica sera ero da mia nonna e mi stavo malignando il sangue perché mi ero dimenticata a casa il bloc-notes e morivo dalla voglia di scrivere, così ho deciso di cambiare playlist e sono andata a trovare canzoni risalenti al 2008. 
Canzoni che la versione diciannovenne di me ascoltava e amava e sono rimasta sorpresa nello scoprire che ancora le trovavo orecchiabili e ancora ricordo le parole come se fosse ieri il giorno in cui le cantavo e le conoscevo a memoria.

La riproduzione casuale è semplicemente la perdita di controllo di cui non ho assolutamente bisogno. 


Lo spazio personale è qualcosa a cui tengo molto. 
Lo so, sembra che io abbia detto l'ennesima cazzata visto che ho un blog pubblico, ma io mi riferisco allo spazio personale fisico.

Non sono affatto a mio agio quando qualcuno mi si avvicina troppo. 
Ho dei parenti che per parlarmi mi si piazzano dritti in faccia e io inizio a sudare freddo. 
Allora indietreggio sempre un passo alla volta e loro continuano ad avanzare non capendo che, cazzo, devono rispettare i miei spazi.
Quando poi la mia schiena a volte urta un muro, inizia a venirmi proprio l'ansia perché mi sento in trappola e il mio cervello inizia a viaggiare alla velocità della luce con l'istinto di sopravvivenza che immediatamente si attiva e allora inizio a spostarmi di lato. 
E loro ancora mi seguono e per me è una tortura senza fine.

Non è una cosa che puoi fare con una ragazza abituata a scappare da sempre. 
E mi comporto così con i parenti, immaginate solo cosa faccio con gli estranei. 

Paradossalmente con gli estranei è quasi più facile. 
Non so, forse sono veloce sui piedi o forse lo faccio in maniera sottile in modo che non sia troppo evidente e faccio in modo che ci sia sempre una delle mie amiche in mezzo, ma i parenti quasi si sentono in "diritto" di starti dritti in faccia e non è che puoi improvvisamente mollare un urlo e dire loro di starti lontano. 

Non ricordo se ho sempre avuto problemi con il contatto fisico. 
Dai miei genitori lo accetto e lo cerco anche ed è normale; sono i miei genitori. 
Con le mie amiche.. 
Boh, lo accetto presumo, anche se rimango sempre un po' rigida però non sono mai io a ricercare il contatto per prima; il massimo che faccio è una mano su un braccio per attirare l'attenzione o se qualcosa mi fa ridere. 

Credo che nella mia testa si susseguano tutti questi flash di pugni, spintoni e tirate di capelli di tanto tempo fa ogni volta che qualcuno mi si avvicina troppo e allora mi irrigidisco e sono sempre sull'orlo della paranoia per cogliere anche il minimo di cenno di violenza e, nel caso, darmi alla fuga. 
Si tratta di qualcosa di radicato così profondamente dentro di me che non riesco a separarlo dal resto della mia persona. 

Ho seri problemi di fiducia, non è qualcosa di nuovo che salta fuori solamente adesso. 
Non mi fido nemmeno di me stessa perché commetto sempre i soliti errori e ricado sempre nei soliti vizi. 
Sono pessima sotto questo punto di vista.


Proprio perché non mi fido delle persone e non lascio avvicinare nessuno a me - né fisicamente né mentalmente - non credo che sarò mai in grado di innamorarmi. 
Le infatuazioni, quando sono abbastanza "sveglia" da accorgermi delle persone che mi stanno accanto, le posso anche accettare. 
Sono leggere, passeggere e non hanno un seguito. 
Non permetto che lo abbiano. 

È normale che, quando penso al mio primo bacio, il primo aggettivo che mi viene in mente sia "traumatico"? 
Non credo. 

On air: Avril Lavigne - Hush Hush

lunedì 28 ottobre 2013

La settimana scorsa sono andata a trovare alcuni miei parenti a Bergamo con mio padre per un paio di giorni. 
Ho sempre amato andarci; più che altro ho sempre amato fare la valigia e mettermi in viaggio e quel senso di aspettativa crescente che aumentava in proporzione ai chilometri che mi lasciavo alle spalle. 

Con un orecchio ascoltavo mio padre e con l'altro il mio fedele iPod e quando è partita The Great Escape dei Boys Like Girls mi sono sentita di nuovo quella sciocca quasi-diciottenne. 
Mi è venuto in mente il marzo 2007, il mese in cui ti sei messo con lei e il mese in cui con la scuola sono andata in gita a Vienna, maledicendo qualsiasi divinità esistente perché la sua camera era giusto di fronte alla mia. 
E non so perché la canzone dei Boys Like Girls mi ha fatto venire in mente tutto questo, visto che avrei scoperto The Great Escape solo due mesi dopo.
Ma non importa.

Non so perché tu mi sia venuto in mente quando, in realtà, la casa dei miei zii è stato il mio rifugio in molteplici occasioni di fuga, ma nessuna di loro riguardava te. 
Mi confondo perché era sempre marzo quando sono andata al battesimo del mio cuginetto, ma era il marzo del 2008. 
Ero sempre un disastro perché non ero ancora per niente sulla via della riabilitazione, ma tu non c'entravi niente con il sollievo che cercavo lontano da qui. 

La verità è che The Great Escape mi farà sempre pensare a te, molto più di quanto dovrebbe fare Hang You Up degli Yellowcard o qualsiasi altra canzone che ha segnato l'estate del 2001.
Forse perché parla(va) di una fuga che desideravo disperatamente ma che non potevo mettere in atto, vuoi perché ero ancora al quarto anno di liceo o perché, dovunque mi girassi, tu eri lì con lei.

La verità è che non so perché sto a fare ancora tutto questo casino e a pensare a te quando so benissimo di non essere mai stata innamorata di te. 
Forse lo sono stata nel modo in cui lo intendono i ragazzini, ma di sicuro non nel modo adulto in cui si concepisce l'amore. 
Non so nemmeno se sarò mai capace di innamorarmi di qualcuno e, se mai accadrà, quel qualcuno di sicuro non sarai tu. 

Mentre aspettavo di addormentarmi, nella mia mente ho ricreato il nostro primo incontro e ho cercato di rievocare anche le sensazioni che mi avevi fatto provare, ma non ci sono riuscita. 
Solo silenzio invece di un cuore che avrebbe dovuto battere in maniera forsennata. 

E ho pensato anche a te, intanto che c'ero. 
Ho pensato a come sarai adesso, a quello che succede nella tua vita e mi chiedo se hai anche tu un vuoto che ti rode dentro.
E mi pongo la solita domanda di sempre: ne è valsa la pena? 

On air: Goldhouse - The Moment

martedì 24 aprile 2012

Devo ammettere che era da un po' che non succedeva.
Stanotte, o sarebbe meglio dire stamattina visto che non riuscita ad addormentarmi prima delle cinque, ho sognato di essere su un treno che poi si rivelava quello sbagliato.
Non sapevo nemmeno quale fosse la destinazione e sapevo solamente che ci sarebbe volute ore prima della prossima fermata, o almeno così mi era stato detto.
Ero insieme alle mie amiche, ma loro erano tranquillissime mentre io diventavo sempre più ansiosa e irrequieta.
Poi mia madre è venuta in camera mia a dirmi che andava fuori a fare delle commissioni e io mi sono svegliata urlando.
In realtà credo di sapere bene cosa si nasconde dietro a quell'incubo.

Ci sono notti in cui non riesco a prendere sonno se non ascolto della musica e altre in cui invece, proprio quella musica che dovrebbe farmi addormentare, non fa altro che tenermi sveglia.
Non ricordo esattamente quando è stato, se venerdì notte o domenica, ma a random è capitata "Sorry" di Lene Marlin.
E improvvisamente mi è sembrato di essere tornata ad avere 14 anni, in quel freddo novembre del 2003.
Dopo essermi lasciata alle spalle un'estate di Linkin Park con "Meteora", ascoltavo solamente "Another Day" di Lene Marlin in quei viaggi quotidiani verso l'ospedale dove era ricoverato mio nonno.
E di nuovo mi è sembrato di essere in quella stanza e di vederlo sdraiato in quel letto, di nuovo ho sentito l'odore di quel posto e di nuovo ho sentito il sapore della lattina di Coca Cola che bevevo da sola sulle scale buie del terzo piano.
Di nuovo mi sono sentita quella quattordicenne stupida che non capiva assolutamente niente, che pensava solo ad andare in piazza per vedere il ragazzo per cui aveva una cotta e che ogni volta che si trovava in quella stanza non vedeva l'ora di andare a casa.

Ed è proprio quando ricordo che razza di persona fossi e che in realtà sono ancora che mi rendo conto di quanto io sia orribile.
Di quanto i sensi di colpa mi stiano ancora divorando da allora e in realtà uno pensa che dopo quasi nove anni non ci dovrebbe essere più nulla da divorare e invece no.
È quasi come la storia di Prometeo (era lui, almeno?) e delle Arpie che ogni notte lo divoravano e poi il fegato gli ricresceva e le Arpie tornavano a divorarlo.
Ecco, a volte mi sento esattamente così.

On air: Lene Marlin - "Never To Know"

mercoledì 28 marzo 2012

Ci sono momenti, esattamente come questo, in cui ripenso alla mia vita, alle persone che ho conosciuto e a quelle forse coincidenze che mi hanno portata qui e che hanno unito persone che non avrei mai pensato avessero qualcosa in comune.
E mi metto a ridere, proprio di gusto.
Come sia possibile, a dire il vero non lo so.
So solo che sto ridendo, qui, da sola, nella mia camera.

Non sono più la persona che ero una volta e ci sono momenti in cui mi chiedo se quella persona sia mai esistita, se sia mai stata reale.
Ma non lo so, esattamente come non so quanto ci sia di reale in me adesso anche se forse sono più me stessa in questi ultimi anni di quanto non sia mai stata in tutta la mia intera vita.

Osservo la vita delle mie amiche procedere mentre io sto ferma e mi sta bene perché è sempre necessario che qualcosa resti immutato.
Ho sempre avuto bisogno di stabilità e quando non sono riuscita a trovarla negli altri, ho deciso di diventare io stessa il mio punto fermo.
Anche per questo non rischio nulla; perché sono una vigliacca e ho troppa paura di perdermi ancora una volta.
Perché dentro di me sospetto che se mi perdessi ancora una volta, sarebbe l'occasione in cui forse non riuscirei più ad uscirne e a tornare indietro.
Perlomeno non come una persona intera.
Sotto questa apparenza ci sono solamente pezzi di una persona malconcia e pestata incollati malamente e che stanno in piedi per miracolo.
Non rischio nulla perché so che alla minima scossa potrebbe crollare tutto e io finirei sepolta sotto le macerie di quello che ero una volta.
Di quello che in realtà sono.

E anche tu sei sempre una costante che non manca e ci credi che ieri sera avevo iniziato a scriverti ma poi, stranamente, ho lasciato perdere?
Ma sto per cedere, sono sul punto di farti tutto quello che ho dentro da 11 anni ma tu non ne vorrai affatto sapere.
Ed è proprio quella la frattura che cerco con tutte le mie forze di evitare.

Ieri si è parlato spesso di te e mi sono stupita di quanto fosse ferma la voce di mia nonna mentre pronunciava il tuo nome mentre con la coda dell'occhio vedevo mia madre sul punto di crollare.
E io non sarei stata molto lontana da lei.
Mi manchi.

On air: Yellowcard - "One Year, Six Months"

giovedì 15 marzo 2012

Lo so, è molto che non scrivo.
Un po' perché la settimana scorsa è stata veramente frenetica e un po' perché me ne è mancata la voglia.
La verità è che mi manca il mio vecchio blog su Splinder.
Quella era casa mia, non questa.
So che anche su questo blog sono sempre io a scrivere, come è sempre stato anche con l'altro, ma non riesco a trovarmici.
So che anche questo è un blog come lo era l'altro, ma non è la stessa cosa.
Non la è affatto.
L'altro l'avevo plasmato a mio piacimento, esattamente come faccio con le parole, ma qui.. Boh, è diverso.

La settimana scorsa mi sono laureata.
E giovedì, quando a casa mia si è svolta la festa con i parenti ed è venuto anche lo zio Felice che mi ha abbracciata e mi ha dato un bacio sulla guancia, mi sono quasi messa a piangere.
Non per la gioia o la felicità o chissà che altro, ma perché ti assomiglia così tanto.
E non ho mai voluto vedere quanto la somiglianza fosse palese perché sapevo che avrebbe fatto solamente male.

Mancavi davvero solo tu quel giorno e le cose sarebbero state perfette.
E ti ho pensato e ho pensato a come avresti sorriso e che forse avresti avuto anche gli occhi lucidi per l'orgoglio e la commozione, esattamente come li ha avuti la mamma.
O forse avresti avuto lo stesso sorriso bonario della nonna.
Però tu non c'eri e la tua assenza io l'ho sentita, sebbene continuassi a sorridere.
Non ho mai smesso di sentire la tua assenza e riesco anche a ricordare qualche aneddoto e a raccontarlo senza scoppiare subito in lacrime.

Invece non ho rivolto nemmeno un pensiero a te, che per me eri come una sorella.
E a volte mi sento in colpa per questo e penso che sia tremendo, che sto diventando una persona orribile.
O forse lo sono sempre stata e non l'ho mai manifestato a nessuno.
Anche tu avresti dovuto esserci, ma tu non sei stata costretta a lasciarmi bensì hai scelto di farlo.
Quindi scusami se il giorno della mia laurea e quello della festa il tuo nome non mi ha mai sfiorato la mente.
Accontentati di farlo per buona parte del resto dell'anno.

Friendship:
it begins when two people choose each other.
But what happens when we outgrow the choice?
When, little by little, our paths diverge,
our needs change, and one day we wake up and
realize that we need to choose something different?

Ultimamente mi addormento sempre ascoltando la musica.
Mi rilassa, anche se spesso riporta alla memoria pensieri scomodi.
E mi ritrovo a desiderare le calde notti primaverili per poter dormire con la finestra aperta e lasciarmi cullare dal rumore del vento.
Ma quelle sono forse ancora peggiori per la mia salute mentale.

Sono almeno tre notti che faccio lo stesso incubo, in cui sono sempre costretta a scegliere e a mente lucida non saprei nemmeno dire cosa, e mi sveglio ogni ora oppure ogni mezz'ora.
Poi mi riaddormento, ma il sogno arriva sempre allo stesso punto e ancora mi sveglio con l'angoscia.
Non sono più capace di dormire.

Il mio unico talento è la fuga.
Fuggire è la cosa che so fare meglio.
Fuggire da persone, da implicazioni sentimentali, da legami, da emozioni per poi magari ritrovarmi incastrata in qualcosa di peggio.
E allora ricomincio a fuggire.

La verità è che sono un disastro.
Una sindrome da Peter Pan accoppiata ad una sindrome abbandonica e con una personalità a volte borderline.
Bella presentazione che faccio di me.
Ma ehi, questa sono io.

Sorrido davvero poco.
Me ne sono resa conto quando ho dovuto sorridere continuamente mercoledì, giovedì e sabato e alla fine di ogni giornata mi facevano male tutti i muscoli della faccia.
Non importa che anche Serena mi dica che sorrido troppo poco.
Sorridere non mi piace e non fa più parte della mia natura da così tanti anni che non ricordo nemmeno più quando ho smesso di farlo.

In questo momento ho solamente voglia di Yellowcard e You Me At Six nelle cuffie e di sole e aria primaverile sulla pelle.

On air: Stone Sour - "Hesitate"