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martedì 26 gennaio 2021

Ieri gli A Day To Remember hanno trasmesso in diretta streaming su YouTube un set acustico - o meglio, tutti (compresa io) avevano capito che sarebbe stato live e invece era registrato. 

La cosa mi è importata? 
Sì e no. 

Ovviamente live sarebbe stato molto più bello, ma anche registrato è stato per me emozionante lo stesso. 
Si è trattato di un set veramente piccolo - sette canzoni e mezza (e dico mezza perché l'ultima l'avevano rilasciata acustica un paio di giorni prima e chiudeva il set facendo da sottofondo ai credits del video). Però in questo set ci sono state alcune delle mie canzoni preferite - in primis I Surrender, I'm Already Gone e If It Means a Lot to You. E davvero, perdonate il gioco di parole, ma If It Means a Lot to You means a lot to me - è una delle mie preferite da sempre. 

In attesa del nuovo album a marzo è stato bellissimo risentire la voce di Jeremy, soprattutto con qualcosa di acustico. E mentre ero cullata da I'm Already Gone, ho riflettuto ancora una volta sul fatto che sebbene io rispetti tutti i gusti musicali, credo avrei seri problemi con qualcuno che non rispetta i miei e non ama la musica che amo io con (quasi) la stessa intensità. 

Ho ripensato agli ultimi anni di liceo, a quando il mio malessere interiore era espresso anche dal mio modo di vestire, di truccarmi, di pettinarmi, di isolarmi dal mondo ascoltando musica che coprisse i rumori esterni e soprattutto quelli provenienti dai miei pensieri. 
 
Nonostante questo ho sempre amato le versioni acustiche delle mie canzoni preferite, ho sempre sperato che venissero realizzate e le ho sempre cercate quando sapevo che esistevano. Le versioni acustiche erano - e sono ancora - per me una coccola, qualcosa che già amavo ma che potevo amare in una sfumatura diversa e più profonda. 

Non ho mai pensato che questo facesse valere meno il mio amore per la versione originale, per tutte quelle canzoni che "picchiavano duro" - che fossero per i riff di chitarra, che fossero per le percussioni di batteria o per le urla screamo. 

Eppure c'era una persona nella mia vita che sminuiva questo mio amore per le versioni acustiche e, sentendo questo, mi sentivo sminuita anche io - come se amare una versione più "soft" di una canzone fosse un punto di demerito. 
Come se mi rendesse "meno" - meno emo, meno dura, meno accettabile, meno interessante, meno degna della musica che amavo. 

E so che è una cosa stupida, lo so bene - non ho mai rinnegato le versioni acustiche e non lo farò di certo ora, ma all'epoca mi turbava. 

E anzi, mai come ieri sera quando ho sentito Jeremy cantare I'm Already Gone, mi sono resa conto di quanto siano una parte imprescindibile di me stessa.

sabato 21 settembre 2019

Non ho mai sentito di appartenere ad un posto preciso - sono nata in una città, abito in una frazione distante dal lido turistico più vicino a me appena dieci minuti di macchina e appartenente ad un comune che non ho mai sentito mio perché non ho quell'accento e non conosco quel dialetto specifico. 

A separare casa mia dal confine con il comune del paese vicino ci sono a malapena 500 metri - quello è il comune del paese dove ho frequentato asilo, elementari e medie. Dove giravo in piazza con la mia ex-migliore amica quando ero adolescente, dove c'è il cimitero in cui sono sepolti mio nonno e mio zio - quel fratello di mia madre che io non ho mai conosciuto perché è morto sei mesi prima che io nascessi. 

Il liceo l'ho frequentato in un altro paese ancora. 

La fiera di paese del mio comune di residenza non l'ho mai frequentata, andavo a quella del paese in cui ho frequentato tutti i gradi scolastici inferiori fino a quando io e E siamo state amiche e, da quando le mie amicizie si sono cementate con l'età adulta - perché forse i genitori hanno ragione quando dicono che gli amici di una vita non sono quelli che hai alle medie, ma quelli che ti fai e ti scegli crescendo - ogni anno mi presento a quella del paese in cui ho frequentato il liceo. 

Ha sempre un sapore dolceamaro: cade il secondo weekend di settembre - mese che negli anni ho imparato ad amare - e anche oggi a 30 anni mi fa tornare inevitabilmente adolescente perché la fiera coincide quasi sempre con l'inizio dell'anno scolastico. 

Quella fiera in particolare per me ha sempre il sapore della coda dell'estate e dell'inizio della stagione fredda - ha il sapore di qualcosa che finisce e di cui in qualche modo sentirò la nostalgia anche se non sopporto il caldo e le folle di turisti che discendono come cavallette nei territori che frequento, anche se poi io e le mie amiche finiamo inevitabilmente per lamentarci che poi non resta più nulla di aperto e che non c'è più nulla da fare fino alla primavera successiva quando comincerà una nuova stagione turistica. 

Una parte di me ha sempre bramato la città e l'anonimato che può offrire, ma allo stesso tempo non sopporterei di allontanarmi dal mare. 
E ogni anno mi ritrovo alla fiera - fiera di paesi che mi sono sempre andati troppo stretti e con troppi occhi addosso. Ogni anno mi ritrovo alla fiera e mi guardo intorno vedendo facce conosciute, magari facce appartenenti ad una vita o due fa e mi sento sia adulta che ragazzina. Poi arriva quel momento, quel momento in cui tutti siamo riuniti in piazza per la tombola e in quei minuti mi guardo intorno e sono felice di essere lì - forse sono gli unici minuti in cui mi sembra di appartenere a qualcosa o qualcuno. 
In realtà ci sono tante facce sconosciute e a farmi restare con i piedi per terra ci sono le mie amiche accanto a me, però in quei momenti penso ogni anno che in fondo nemmeno la vita di paese è poi tanto male alla fine. 

Poi la tombola viene vinta da qualcuno e la piazza si svuota della gente che torna a farsi i suoi giri e la sua vita e l'incantesimo si spezza - e allora io torno a sentirmi un po' alla deriva senza un posto preciso a cui io possa dire di tenere. 

Tre paesi, tre frammenti di identità e nessuno di essi più determinante di un altro.


Ci sono volte in cui mi guardo allo specchio e non mi riconosco - forse perché so cos'ho passato, forse perché quegli anni hanno lasciato cicatrici che ai miei occhi sono così evidenti che mi chiedo come nessuno possa vederle. O forse le vedono, ma fanno finta di niente per quieto vivere. 
Forse perché conosco il male che mi è stato fatto e so il male che mi sono fatta da sola, consciamente o inconsciamente, che a volte continuo a farmi perché non riesco a smettere e perché evito di rispondermi alla domanda assillante che ogni tanto mi pongo quando sembra palese che ci sia qualcosa che non vada in me. 

A me sembra di essere irrimediabilmente diversa, ma forse agli occhi degli altri non è così. Anzi, so che non è così - anche se io spesso mi sento come Dorian Gray e il suo quadro nascosto in soffitta.  
E una parte di me ne è conscia perché è ovvio che io riesca a riconoscere ancora i miei compagni di classe delle elementari e delle medie - insomma, otto anni insieme non sono pochi anche se da allora ne è passata di acqua sotto i ponti. 

Però proprio perché io non riesco più a conciliare la persona che ero allora con la persona che poi sono diventata e con quella che sono oggi - per non parlare poi di tutte le maschere che ho provato ad indossare nel corso degli anni - rimango sempre sconvolta quando qualcuno mi dice che non sono affatto cambiata. 

Mercoledì stavo camminando per il paese perché avevo una commissione da fare e da lontano mi è sembrato di riconoscere uno dei miei ex-compagni di classe e mi sono stupita del fatto che sia stato lui il primo a salutarmi - forse voleva anche fermarsi a fare due chiacchiere, ma io ero di fretta. 

Eppure ho continuato a pensarci e a chiedermi come ha fatto a riconoscermi - mi sono detta che avevo gli occhiali da sole indosso, che ho i capelli lunghi come non li ho mai avuti in vita mia e che nessuno di quelli che mi conosceva all'epoca mi ha mai vista con dei capelli che non fossero lisci (prima che gli ormoni dell'adolescenza facessero spuntare le onde ereditate da mia madre) e con una lunghezza diversa da quella che mi sfiorava a malapena le spalle.

E lì ho capito che quelle cicatrici, quei cambiamenti così radicali e quella sconosciuta che spesso mi osserva di rimando dallo specchio sono cose dentro di me e che solo io vedo e che forse per loro sono ancora quella quattordicenne con cui si sono diplomati alle medie e che solo alcuni di loro hanno forse intravisto nei cinque anni successivi nei corridoi del polo scolastico superiore. 

Non so se ho mai raccontato questa storia, ma prima di NAC c'era stato quest'altro ragazzo per cui ho avuto una cotta. 
Mi hanno sempre detto che si vede quando mi piace qualcuno - evidentemente do uno spettacolo imbarazzante di me stessa quando succede. Se con tutti gli altri però era stata una continua presa in giro quando lo si veniva a sapere - e specialmente con NAC era stato un inferno - con il ragazzo che ho salutato l'altro giorno era stata tutta un'altra storia e, come sono grata a quella mia ex-compagna di classe che in quarta liceo ha fatto un gesto di gentilezza nei miei confronti che per lei era piccolo ma che per me in quel momento ha significato il mondo, sono grata anche a lui per non aver reso la situazione un circo. 

Sono grata perché dubito si trovino spesso ragazzi che cercano un momento di privacy per non umiliarti pubblicamente quando ti dicono di aver capito che hai una cotta per loro - sussurrandotelo all'orecchio addirittura perché nessuno senta - e che ascoltino davvero quando li preghi di non dire niente a nessuno. 
E lui l'ha fatto, non ha detto niente a nessuno - né quella sera né in quelle a venire. O se l'ha fatto, a me non è mai arrivata voce che avesse spifferato tutto. 
O magari semplicemente era lui il primo che non voleva essere messo in imbarazzo se si fosse saputo che avevo una cotta per lui.

È passata veramente una vita da allora, ma quella è ancora la prima cosa che mi viene in mente nelle rare occasioni in cui lo vedo o qualcuno lo nomina e ancora penso che sia stata una delle gentilezze più grandi che qualcuno abbia mai avuto nei miei confronti. 


Ieri gli Our Last Night hanno rilasciato un nuovo singolo e ne sono follemente innamorata perché, come ogni mia band preferita che si rispetti, il testo è qualcosa che mi ha presa a calci nello stomaco. 

Followed my own footsteps
Time and time again
I thought I'd never see the end
Staring at myself in the mirror
Waiting for me to change
Hoping to break a habit of repeating history

I was fighting the same battles over and over again
I was lost in the middle of the crowd
Stuck on the beaten path
Going nowhere fast [...]

I made the same mistakes
Over and over again
I thought I'd never see the end
I rode the waves in a shipwreck
Sinking into the sea
Hoping to break a habit of repeating history

On air: Our Last Night - The Beaten Path 

lunedì 29 aprile 2019

Con gli artisti che amo provo sempre cose diverse - in particolare con quelli che mi hanno accompagnata per la maggior parte della mia vita ricordo sì momenti della mia adolescenza e momenti anche dolorosi, ma ricordo pure i momenti da adulta proprio perché sono stati una presenza fissa e costante. 

E poi ci sono quelli che sì, ancora mi piacciono, ma con cui nel corso degli anni ho avuto un rapporto saltuario. 

E quando la scorsa settimana ho sentito il nuovo singolo dei Sum 41 che anticipa l'album in uscita a luglio, la voce di Deryck mi ha riportata immediatamente ai miei 14 anni - alla prima scoperta dell'album Does This Look Infected? e di canzoni come The Hell Song e Still Waiting che mi sono entrate nel sangue e non se ne sono mai andate. 

La voce di Deryck mi riporta anche alla memoria la mia ex-migliore amica perché in un periodo in cui i nostri gusti musicali stavano prendendo direzioni diverse - prima che lo facessimo anche noi - quelle canzoni dei Sum 41 erano alcune delle poche che avevamo in comune.  

E io, che mentalmente non ho mai smesso di avere 17 anni, ho accolto questa canzone con un nodo allo stomaco - con un po' la voglia di ridere e con un po' la voglia di mettermi a piangere per quegli anni che sono passati, ma che allo stesso tempo non sono passati affatto. 

On air: Sum 41 - Out For Blood 

lunedì 21 gennaio 2019

Sono in silenzio da molto tempo - forse perché ho messo sotto silenzio tutto il resto di me stessa. 

Ricordo che quando ero piccola leggevo proprio per il gusto di farlo, mi piaceva l'idea di conoscere altre storie. 
Poi ho smesso per anni e quando ho ripreso negli anni universitari - esattamente come avevo fatto negli anni di liceo, ma con la scrittura - cercavo storie che parlassero di me e che mi aiutassero ad affrontare il dolore, la rabbia e tutto lo schifo degli anni precedenti. Cercavo qualcosa che mi analizzasse, ma che fosse anche più economico di uno psicologo. 

Non ho mai smesso davvero di scrivere, ma poi le cose hanno iniziato ad andare così male che con il tempo ho perso anche quello, preferendo soffocare tutto. 
Perché le parole possono essere molto pericolose e la rabbia che ho dentro potrebbe causare seri danni.  
E così mi sono messa a cercare libri che parlassero di altre storie, di storie che avevano poco a che fare con la mia - storie di persone a cui è andata molto peggio. 
E forse in qualche modo ho fatto un po' evaporare la rabbia.  


Avrei voluto scrivere il mese scorso perché mi era sembrato di averti visto. 
Ero uscita da questo posto e in strada c'era un ragazzo che ti assomigliava così tanto che per un momento mi sei sembrato tu e non nego che la cosa inizialmente mi ha fatto un certo effetto. 
Ma poi ho iniziato a camminare e non mi sono più voltata indietro. 

Avrei voluto scriverlo il giorno dopo, ma in quel modo mi sembrava di dargli troppa importanza - razionalmente so bene che quello che "provavo" per te non aveva nessuna base o ragione di esistere, eppure quando mi sembra di incontrarti ancora sento quel filo che mi "tira" verso quegli anni e quella ragazzina che sono stata. 


Nel corso di questo ultimo anno e mezzo ho riscoperto gli Our Last Night e ora stanno tra le mie band preferite in assoluto. 

Ricordo l'album con cui li ho scoperti - The Ghosts Among Us del 2008. 
Ma ero già in quel periodo in cui il troppo screamo iniziava a darmi fastidio e di quell'album ho sempre conservato solo le prime due canzoni - Symptoms of a Failing System e Timing Is Everything.  
E poi sappiamo tutti che ho iniziato a distaccarmi da certa musica di quegli anni. 

Ma nel corso dell'ultimo anno e mezzo ho recuperato tutto e sì, sono cambiati - fanno sempre canzoni "pesanti", ma Trevor ora canta anche invece di fare solo lo screamer. 

E non esiste molto materiale video di quegli anni in merito ai concerti - gli smartphone di adesso non c'erano e i video ufficiali delle due canzoni che amavo di quell'album non esistono, ma ho visto qualche breve video live e il video ufficiale di Escape ed è stato come fare un tuffo nel passato: Trevor e Matt avevano i capelli lunghissimi come si usava portarli tra i musicisti e le stesse movenze sul palco che ho visto con i miei stessi occhi ai concerti di alcune band emergenti. 
E Trevor era adorabile, all'epoca aveva solo 15 anni e già era uno screamer con una voce incredibile.  

Oggi amo tutte le loro canzoni e le loro cover sono persino più belle delle versioni originali e sono profondamente innamorata delle voci dei fratelli Wentworth, al pari di quelle di Ryan Key e di Martin Johnson.  

On air: Our Last Night - Same Old War (acoustic)

martedì 18 settembre 2018

A volte ancora mi stupisco di come certa musica riesca a farmi tornare adolescente in pochi secondi - nel giro di una canzone. 

Tra gli amici su Facebook ho ancora i componenti di quelle band che amavo a vent'anni e che sono riuscita a vedere - quando sono stata fortunata - anche più di una volta. 

Ieri sera uno di loro ha condiviso un vecchio video della band e nei commenti sotto da parte degli altri ne sono seguiti altri. 
E sono passati dieci anni dalla prima volta che ho scoperto quella band e mi sono sentita quella ragazzina nel giro di poche note - nel giro di una strofa. 
E mio dio, quanto ero cotta del cantante e quanto mi tremavano le ginocchia quella volta che l'ho abbracciato. 

Che tempi. 


E tra un video di YouTube e l'altro non solo ho rivisto i soliti che cito sempre in queste occasioni come The Electric Diorama, Vanilla Sky, Airway, Hopes Die Last, My Last Fall, The Glamour Manifesto, The New Story e Your Hero - mi sono anche ricordata gli Adam Kills Eve, i NoTimeFor, i Melody Fall, i New Hope, i Romantic Emily. 

Che sensazione dolceamara, che ricordi di una vita fa - ricordi che ancora mi fanno attorcigliare lo stomaco se ripenso che quelli in realtà sono stati grandi anni. 

On air: Adam Kills Eve - Ready, Steady, Save The World! 

mercoledì 12 settembre 2018

Quando eravamo ancora amiche, ricordo che avevamo fatto una conversazione su piercings e tatuaggi. 

Tu avevi già quello al naso e non ricordo se all'epoca di quella conversazione ti fossi già fatta quello al sopracciglio. 
Io non avevo nemmeno i buchi alle orecchie - non li ho tuttora - perché non li ho mai voluti, ma volevo il piercing al naso. Peccato che mio padre minacciasse di buttarmi fuori di casa. 
Quando poi sono entrata in fase emo - ma non eravamo già più amiche - volevo farmelo al labbro inferiore a sinistra. 

Non ricordo bene il tuo pensiero al riguardo, ma credo che tutte e due fossimo contrarie ai tatuaggi - erano una responsabilità troppo grande, qualcosa che una volta fatto non potevi più togliere e restava per sempre e invece il piercing era diverso, quello lo potevi togliere se ti stancavi e al massimo ti sarebbe restata una piccola cicatrice al ricordo dei tuoi anni adolescenziali. 

Come cambiano le cose. 

Piercings non me ne sono mai fatta alla fine, ma ho due tatuaggi e sto pensando ossessivamente al terzo da un paio di giorni. 

Per quanto io ammiri le persone piene di tatuaggi e resti a guardarle incantata, so di non essere il tipo che si tatua qualcosa solo perché trova il disegno figo.
Ma non ho nulla in contrario con chi si tatua anche solo per il gusto di tatuarsi - la mia ex-compagna di banco è così.

I miei due tatuaggi invece sono stati studiati e ragionati per molto tempo - l'ho scritto una volta, avevo scritto che anche il posto in cui li ho fatti ha per me un significato. 

Tempo fa avevo accennato ad un terzo tatuaggio che volevo farmi, ma poi non mi sono mai data una mossa per farlo - ancora ci sto ragionando, ancora mi sto chiedendo se sono sicura di volerlo fare. 
E adesso ho quest'altra idea in testa da giorni e quasi non ci sto più dentro dalla voglia di correre dal tatuatore. 

Capisco la riservatezza di chi non vuole spiegare il significato dei propri tatuaggi. 
Quello che ho sul polso non mi crea (quasi) problemi se qualcuno chiede, ma per fortuna che quello sul costato non lo vede nessuno perché so che comunque non avrei le parole per spiegarlo. 

E se decido di mettere in pratica quest'idea che ho in testa, so che non spiegherò mai il significato se qualcuno me lo dovesse chiedere - è personale, la vivo come qualcosa che appartiene solo a me e alla mia pelle. 


Non indugio mai con lo sguardo sulle mie cicatrici, soprattutto adesso che ne ho quattro nuove di cui prendermi cura - lo faccio in maniera assente, lo faccio come se non fossero mie. 
Perché vederle allo specchio è diverso rispetto all'abbassare lo sguardo e vederle con i propri occhi. 
Con i miei occhi sono più brutte che viste riflesse. 

Il tatuaggio sul polso non l'ho fatto lì solo per ciò che significava farlo lì. 

L'ho fatto lì anche perché speravo che mi aiutasse a smettere con l'autolesionismo - perché mi disgustasse l'idea di fare dei tagli così vicino alla rappresentazione grafica di qualcuno che avevo amato profondamente. 
Il fatto che io poi mi sia messa a tagliare altre zone quando stavo male dimostra che è difficile guarire, che l'istinto di tagliare è radicato in me. 

L'ho fatto lì anche perché speravo che distogliesse l'attenzione da quello che io so esserci poco più sopra. 
Lo so, sembra un controsenso - farsi un tatuaggio proprio sotto la zona che non vuoi gli altri osservino. 

Ma ha senso per me: tutti vedono la macchia nera d'inchiostro e puntano lì lo sguardo e se anche la luce colpisce la pelle in un certo modo, solo io so dove cercare le linee bianche sul mio polso.  

On air: The Night Game - Die a Little 

venerdì 11 maggio 2018

Rompo il silenzio dopo più di un mese. 

Ma non per un motivo particolare - o forse sì, forse perché ho ritrovato una delle colonne sonore della mia vita e fino a questo momento non mi ero resa conto di quanto il silenzio mi stesse uccidendo. 
Quanto, sebbene ascoltassi anche altro, era proprio quella voce a mancarmi. 

Ma a questo arriveremo più tardi.


Non è che sia successo qualcosa di particolare in questo mese di assenza. 
C'è stato il mio compleanno il mese scorso e qui l'ho lasciato passare completamente sotto silenzio - che senso avrebbe avuto dargli voce? 
C'è stato un po' di alcol - abbastanza da sciogliermi un po', ma non abbastanza da permettermi di perdonare me stessa e gli altri. 
Non abbastanza da permettermi di non fare incubi.

Maggio si sta rivelando il solito mese schifoso - come dal 2002 a questa parte. 
Il fatto che sia anche un anno pari è la ciliegina sulla torta. 
Ho di nuovo problemi con il computer e nelle ultime settimane ho fatto due coliche - prima episodi molto isolati nella mia vita e ora più frequenti. 

E con quella di due/tre settimane fa avrei voluto uccidermi.
Sono stata preda di un dolore acuto per tre o quattro ore e fino alle sei del mattino non c'è stato verso di addormentarsi - e non è che i due giorni successivi stessi una favola. 

Ma non l'ho detto a nessuno. 
O meglio, solo ai miei genitori perché erano testimoni e mia madre mi ha fatto compagnia alle cinque del mattino seduta al tavolo della cucina mentre tentavo di mandare giù una tazza di tè e intanto i sintomi della colica mi stritolavano i polmoni, quasi impedendomi di respirare. 


Una volta non riuscivo a stare senza scrivere. 
Anche quando tenevo un diario cartaceo avevo bisogno di scrivere e scrivere e scrivere perché il veleno che riversavo sotto forma di inchiostro sembrava non finire mai e fissandolo sulla pagina mi sembrava meno soffocante. 

Mi sono accorta che guardo fuori dalla finestra della mia camera come se stessi guardando fuori dalla finestra di una prigione. 
E alla fine è così, la mia camera è diventata la mia cella. Mi ci sono rinchiusa e ora il mondo mi fa paura. Lo guardo con nostalgia, ma anche con terrore. 
E sto in silenzio. 


Ieri Ryan Key ha annunciato l'uscita del suo EP - già, perché in questo mese di assenza dal blog ci sono state novità: il nome di alcune tracce, un piccolo pezzo di brano, poi tutta la tracklist e infine il nome, a libera interpretazione del fan. 
E io so già cosa ci leggo e cosa ci vedo in quel Thirteen - sarà poi liberissimo di smentirmi, ma credo che anche questa volta Ryan Key sarà capace di farmi a pezzi. 
E per ultima l'indicazione generale che l'EP sarebbe uscito alla fine di questo mese.

E ieri è arrivata la data, il 25 maggio - ehi, forse maggio sarà finalmente ricordato per qualcosa di positivo! 
E non ho perso tempo perché ha aperto il pre-order con le copie autografate e costa più la spedizione dagli USA che l'EP in sé, ma chissenefrega. 

On air: The August Empire - Letting Go

sabato 7 aprile 2018

Avevo pensato diverse volte di scrivere qualcosa il mese scorso - avevo in mente almeno due post, ma poi le circostanze e il tempo mi hanno tenuta lontana dalla tastiera e in un'occasione non avevo carta e penna con me. 

Così è rimasto tutta nella mia testa - alcuni pensieri se ne sono andati, altri sono rimasti ma hanno cambiato forma. 

C'era qualcosa sul fatto che lascio conoscere agli altri solo la mia parte superficiale perché mi terrorizza il pensiero di portare alla luce tutto il resto. 
Non riesco proprio ad immaginarmi mentre parlo a qualcuno dei miei attacchi d'ansia, del mio rapporto non esattamente sano con l'alcol che oscilla tra il non bere nulla per mesi fino all'esagerare tutto in una volta per riuscire finalmente a dormire, del fatto che anche se ora riesco a frenarmi se prima mi distraggo in qualche modo comunque il pensiero di tagliarmi con la lametta è sempre presente nella mia mente quando non riesco a gestire una situazione o quello che provo, del fatto che non mi sono mai pentita così tanto come in questi anni di non essere andata fino in fondo quella volta a tredici anni con la cintura intorno al collo. 

C'era qualcosa sul fatto che il mese scorso ero fuori a cena, ma l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che in realtà ero io ad essere fuori posto - fuori posto in quell'occasione, in quelle conversazioni, tra quelle persone, nella vita. 
C'ero io che guardavo fuori dalla vetrata e mi chiedevo cosa ci facessi lì e perché, c'ero io che volevo tornare nella mia gabbia, c'ero io con uno sconforto dentro di me che mi faceva salire le lacrime agli occhi, c'ero io che pensavo che una volta a casa non sarei riuscita a trattenermi e avrei infranto di nuovo la promessa di non tagliarmi - tanto che poi mi ero procurata pure tutto l'occorrente, ma mi sono costretta a perdermi con qualcosa da fare per dare il tempo alla voglia nel mio stomaco di riassorbirsi. 

E a Pasqua ero in macchina e stavo andando al consueto pranzo dai nonni quando mi è venuta voglia di ascoltare Lights and Sounds degli Yellowcard. 
Sono gli Yellowcard, direte voi, cosa c'è di nuovo? 
Lights and Sounds è l'album che tendo ad ascoltare meno perché legato a quel 2006 infernale, ma ho pensato che era aprile e perché no? In fondo, quell'album lo ascoltai per la prima volta proprio in quell'aprile di dodici anni fa e sotto un certo punto di vista quel mese non faceva ancora parte di quei mesi terribili - certo, se escludiamo che proprio quel giorno avevo visto NAC con mia cugina, ma dettagli. 

Però nella riproduzione della canzone omonima il mio iPod aveva qualche problema, così sono andata indietro di un paio di tracce per vedere se si trattava solo di un glitch momentaneo e nell'ordine alfabetico in cui sono nella playlist prima di Lights and Sounds c'è Lift a Sail del 2014, la cui ultima traccia è la bonus track In Time.

Ho avuto sin da subito un rapporto intenso con In Time, ma l'ho sempre pensata in relazione a coloro che ho perso a causa di una strofa in particolare sul finale.
Eppure domenica scorsa qualcosa è cambiato - l'ho ascoltata e fin da subito l'ho sentita mia come mai prima d'ora. 

Mi è capitato spesso di parlare qui della frattura che sento dentro di me, tra la persona che ero prima e quella che sono adesso - delle crepe che hanno portato alla frattura che ha fatto il suo primo crack quando avevo tredici anni e di quella che è seguita a diciassette anni. 
Ci sono state tante di quelle versioni di me da quella prima frattura - alcune simili, altre opposte.

C'è stata la tredicenne che ha fatto il funerale a se stessa quel 13 novembre 2002.
C'è stata la quattordicenne stupida che non è stata capace di restare accanto a suo nonno. 
C'è stata la quindicenne che si credeva invincibile e padrona del mondo. 
C'è stata la sedicenne che ha sentito tremare la terra sotto i piedi e ci ha riprovato di nuovo dopo tre anni dalla prima volta.
C'è stata la diciassettenne a cui sono crollati il mondo e ogni certezza. 
C'è stata la diciottenne che ha iniziato a tagliarsi. 
C'è stata la diciannovenne così arrabbiata da riuscire involontariamente a mettere un'intera classe contro una singola persona fino a diventare completamente indifferente ad ogni cosa.
C'è stata la ventenne che ha provato a rimettere insieme i pezzi. 

E da lì in poi è qualcosa di così completamente confuso, qualcosa che non assomiglia nemmeno ad un essere umano - specialmente negli ultimi due/tre anni.

Ci sono versioni di me che spiccano sulle altre, in particolar modo la tredicenne e la diciassettenne.

Ho ascoltato In Time degli Yellowcard e ho avuto i brividi perché sembravano davvero due versioni di me faccia a faccia che si parlavano. 

You got secrets in your heart
I got mysteries in mine
I tried to fix you and you tried to fix me
We broke in time
Now it’s storming in your soul
It’s always raining in mine
All the days we would wake up in sunshine
Did fade in time

In time, in time, in time
Fade in time

I see rivers in your eyes
You see oceans in mine
All these poems we’ve written with our lives
Change in time

In time, in time, in time
Change in time

Needed so much time
So much time

I hear goodnight in your voice
You hear goodbye in mine
I will be with you and you will be with me
Somewhere in time

In time, in time, in time
Somewhere in time

Sembra una mescolanza di voci: la diciassettene che parla alla me quasi ventinovenne, la me odierna che parla alla diciassettenne, la tredicenne che parla alla me bambina e le dice addio, ognuna di noi che ha cercato di aggiustare l'altra ma per quanto ci provassimo non ci siamo mai riuscite.

On air: Yellowcard - In Time

sabato 10 marzo 2018

Sembra andare così ormai - al ritmo di un post al mese. 

Non parlo di te da un po' di tempo, ma nei giorni scorsi mi è capitata sotto gli occhi una tua foto - ok, non è che è "capitata", la sono volutamente andata a cercare - e sono rimasta a studiarla per un po'. 
Pensando. 

Ho osservato il tuo viso e non ci ho visto più nulla di tutto ciò che una volta mi faceva battere furiosamente il cuore. 
Ho osservato il tuo viso, ho ascoltato me stessa e regnava il silenzio più assoluto. 

Ho ripensato a quegli anni, ho ripensato alla me stessa di allora, ho ripensato al tuo viso di allora - e quello sì che mi ha accelerato il cuore. 
Io non ero ancora così spezzata, tu incarnavi ancora il mio ideale di perfezione e non mi avevi ridotta in pezzi con quella che io credevo essere crudeltà ma che invece era solo indifferenza - o forse era semplicemente il modo in cui la vita ci insegna che nella maggior parte dei casi la gente non ricambia i nostri sentimenti. 

Come dico sempre che farei, se mi trovassi davanti una certa versione di me stessa la prenderei e le fracasserei la testa contro il muro. 
Un'altra versione di me l'abbraccerei per consolarla perché non avrà nessun altro a parte se stessa. 

Una certa versione di te - la mia preferita - è quella che voglio ricordare, ma anche dimenticare. 
La voglio ricordare perché, se mai mi trovassi davanti quella certa versione di te, risveglierebbe quel mio cuore ormai silenzioso da troppo tempo e lo farebbe battere come solo tu sapevi fare.  
E la devo anche dimenticare perché mi serve per andare avanti, per essere in grado di voltarmi dall'altra parte con assoluta indifferenza nel remotissimo caso che io un giorno ti riveda - perché la vita adesso è un'altra cosa e noi non siamo più quelle versioni di noi stessi, non potremo mai esserlo. 

But if you close your eyes,
Does it almost feel like
Nothing changed at all?
And if you close your eyes,
Does it almost feel like
You've been here before?

On air: Bastille - Pompeii 

lunedì 19 febbraio 2018

Un mese di assenza - va bene, sarebbe un mese domani, ma non stiamo qui a spaccare il capello in quattro. 
Un mese dal mio ultimo post e sinceramente non ho la più pallida idea di quello che ho fatto in questo lasso di tempo - non ho idea di cosa mi sia passato per la mente. 

Perché siamo alle solite: cerco in tutti i modi di non pensare e le uniche parole e frasi che accetto nella mia mente sono quelle di film, telefilm e libri - a volte anche di canzoni. 
Le altre - le mie - cerco di soffocarle nel sonno. 

Ma ehi, non sempre ci riesco. 


Venerdì mi sono vista con una mia amica nel tardo pomeriggio e poi siamo rimaste a cena fuori e di solito cerco di mangiarmi le parole che minacciano di sfuggire al mio controllo, ma forse complice la musica nel posto in cui eravamo che era esattamente quella che amo - e ricordo Closer dei The Chainsmokers con Halsey, un paio dei Linkin Park tra cui One More Light, Counting Stars dei OneRepublic e Somebody Told Me dei The Killers, We Don't Talk Anymore nella sua versione originale anche se io preferisco quella degli Our Last Night e Andie Case - e che mi faceva sentire un po' come se fossi in camera mia davanti ad una pagina bianca del blog pronta a sputare tutto il veleno della mia anima con la musica sotto ad aiutarmi nel tirare fuori le parole, ho un po' parlato degli attacchi d'ansia che mi vengono quando devo uscire di casa. 
L'ho buttata in ridere, ho trasformato un po' il discorso perché in fondo non riesco a non mentire o comunque a non omettere perché per me è una sofferenza fisica ammettere le debolezze e volevo evitare gli sguardi di compassione che già vedevo affiorare sul viso della mia amica. 
E ho sorvolato su tutto il resto mandandolo giù. 

Non mi ero mai resa conto prima di questo weekend appena passato di come, oltre alle varie maschere che ho sempre indossato, io avessi iniziato ad indossare anche un'armatura. 
E ho capito perché i libri di Courtney Summers e le sue protagoniste vanno sempre a colpire parti di me che non sempre riesco a vedere chiaramente: Parker Fadley con la sua idea di perfezione, Regina Afton per il bullismo, Eddie Reeves per la sua ossessione, Romy Grey per la sua armatura fatta di smalto e rossetto rosso.

Le somiglianze con Parker e Regina le avevo viste subito, ma con Romy avevo sentito la connessione senza capire davvero perché - almeno fino a questo weekend.

Una sorta di armatura in fondo l'ho sempre avuta: aveva il volto della maschera dell'indifferenza che doveva farmi scivolare addosso tutte le prese in giro e quando ero nei miei anni d'inferno era fatta di ombretto nero, vestiti neri, ciuffo che mi copriva gli occhi, musica screamo nelle orecchie e polsini per coprire i tagli della lametta. 
Era un'armatura, ma in realtà ero più vulnerabile che mai perché mostravo a tutti tutte le mie fragilità e il mio disagio. 
Quindi forse non era un'armatura: io lo credevo, ero convinta che dicesse a tutti che ero una tosta e quindi di andare a fanculo, ma forse mi ero dipinta da sola addosso un bersaglio ancora più grande di quanto già non fossi. 

Romy si dà con cura smalto e rossetto continuamente e quelli sono la sua armatura, quelli sono il suo modo di dire che può essere ancora una persona normale.
E io faccio la stessa cosa: devo sempre avere le unghie smaltate, devo sempre avere qualche anello alle dita, i miei capelli devono essere perfettamente voluminosi e mossi, le mie labbra devono essere sempre rosse. 

Il rossetto rosso era qualcosa che destinavo alle uscite del sabato sera e per il giorno tendevo a preferire tonalità più neutre o comunque sul rosa - mai troppo chiare perché ho la carnagione chiara e al massimo di giorno mi spingevo su un ciliegia. Il rosso scarlatto invece era un colore che usavo solo il sabato sera. 

Da un paio d'anni invece non riesco ad uscire di casa - non importa l'ora - se non ho il rossetto rosso. Magari sto un po' più leggera e non lo "carico" come sono solita fare alla sera, ma anche di giorno adesso uso il rossetto rosso. 

Mi sale l'ansia ad uscire di casa, ma quando so di avere lo smalto sulle unghie e il rossetto rosso e ho messo un paio di anelli e i miei capelli hanno l'aspetto che ho sempre sognato, allora uscire diventa un po' più facile. 
Il rossetto rosso, lo smalto, gli anelli e le onde mosse dei miei capelli sono la mia armatura - un'armatura che nasconde quello che c'è al di sotto e che non mette in mostra tutto quello che non va come faceva quella che indossavo a diciotto anni. 


Mi sono sentita dire ancora una volta che non sono affatto cambiata dagli anni del liceo, che ho ancora lo stesso aspetto e se da una parte significa che dimostro meno anni di quelli che ho, dall'altra mi ha fatta rabbrividire. 

E ho capito anche un'altra cosa, una cosa che si ricollega in qualche modo al mio ultimo post. 
Come scrivevo che quando parlo del bullismo mi riferisco sempre al liceo ma che tutto era cominciato alle medie, allo stesso modo funziona con i sogni e me ne sono accorta l'altra notte. 
I miei incubi potranno anche cominciare con me che devo prendere l'autobus - fonte dei miei attacchi di panico e teatro di una buona parte del bullismo al liceo - ma quando poi sogno di essere a scuola è sempre con gente con cui ero alle medie. 

Forse questo avrebbe dovuto farmi riflettere, se non fossi stata troppo impegnata a rimpiangere amicizie che ora non esistono più e amicizie oniriche che inspiegabilmente sembravano più solide e concrete della realtà. 

Forse non sono poi così perspicace come sono convinta di essere. 

On air: Jason Koiter - Amanda's Song

sabato 20 gennaio 2018

Mi rendo conto che predico bene, ma razzolo male. 
Davvero male. 
Malissimo. 

Nelle recensioni scrivo cosa insegna un libro, affermo determinate cose e poi mi rendo conto che sono io la prima che non ci crede - che ancora non riesce a farlo perché forse sono troppo danneggiata.  


Non è un mistero che io legga libri che parlano di bullismo. 
Soffro, mi faccio del male da sola, ma in qualche modo per me hanno anche qualcosa di catartico - vedo che non sono sola, leggo le possibili "scuse" con cui i bulli si giustificano. 
Non arrivano mai ad essere le "risposte" che ancora cerco e che probabilmente non troverò mai, ma sono un buon palliativo. 

Di solito però leggo libri ambientati nelle scuole superiori americane, che presentano somiglianze con la mia vita ma che non combaciano mai perfettamente. 
E soffro, lo faccio, ma con un sistema scolastico così diverso c'è sempre una sorta di... distacco.  

Quando parlo di bullismo e ci penso, mi viene sempre in mente il liceo. 
E mi viene in mente perché la mia "rottura" è avvenuta in quegli anni - il primo attacco di panico, la prima telefonata in lacrime a mio padre supplicandolo di venirmi a prendere perché non ce la facevo a salire sul pullman, la violenza verbale che a volte diventava fisica. 

Sono anni che ancora mi fanno tremare - di sofferenza, ma anche di rabbia.  
Eppure mi rendo conto che è stato il culmine di un processo che era cominciato molti anni prima. 

Nel libro che ho finito ieri, la protagonista cominciava ad essere umiliata a dieci anni e improvvisamente mi sono resa conto che parlo sempre del liceo, ma in realtà le medie sono state il mio vero calvario. 

Perché se al liceo ho subito insulti e umiliazioni verbali e fisiche, è anche vero che accadevano al di fuori della classe - perché se anche sono non sono mai stata la leader, se anche non sono mai stata l'amica di tutte, se anche ero silenziosa e ascoltavo musica diversa dalle altre, nessuno in quella classe mi ha mai presa in giro direttamente in faccia. 
Magari c'erano occhiate strane, frasi sussurrate a mezza bocca, cose che venivo a sapere quando restavo a casa per qualche motivo da qualcuno che me le riferiva e che sì, mi facevano stare male, ma alla fine non erano niente di che - eravamo divise in fazioni in quella classe, quindi alla fine c'era sempre almeno una persona "nel mio angolo". 

Il mio problema con il bullismo al liceo aveva a che fare con tutto quello che era esterno alla mia classe - e quindi finché non uscivo da quell'aula ero relativamente al sicuro.  

Il mio problema era con le tipe più piccole del mio stesso liceo, il mio problema era con i geometri, il mio problema era con la gente in corridoio oppure nelle proprie aule mentre io passavo - il mio problema era con tutta quella gente che saliva sul mio stesso pullman e che poi mi ritrovavo ad un'aula oppure ad un corridoio di distanza. 
Il mio problema era quel soprannome che mi aveva seguita dalle medie e che si era diffuso a macchia d'olio. 

Il mio problema ero io che ero un bersaglio fin troppo facile. 

E quando penso al bullismo penso sempre a quello. 
E penso a quello perché ho volutamente dimenticato - o perlomeno "oscurato" e annebbiato - quello delle medie. 

E penso a quella ragazza di carta di cui ho letto ieri, di come è cominciato tutto per lei alle medie e di come l'ha seguita. 
E ho ricordato com'era insostenibile essere in quella classe cinque ore al giorno, ignorata e terrorizzata dal più piccolo movimento che avrebbe attirato l'attenzione su di me. 
Ho ricordato quelle che erano mie amiche e per le quali non valevo più niente, che mi prendevano in giro e mi umiliavano e fingevano che io non esistessi. 
Ho ricordato quelle volte in mensa quando ero lasciata sempre sola in fondo alla tavolata e non sentivo nulla di quello che veniva detto - apposta.  

Ho ricordato come tutto ha cominciato a diffondersi, ho ricordato la sorpresa nello scoprire che qualcuno si accorgeva di come mi trattavano ma che alla fine lasciava che accadesse, ho ricordato il tema che avevo scritto e come la mia professoressa di italiano mi avesse risposto a parte, ma ora mi rendo conto che di fatto non era stato fatto niente. 

Ho ricordato come è andata avanti mesi, anni - dalla seconda media per quanto posso ricordare e poi improvvisamente alla fine della terza media hanno iniziato a comportarsi come se non fosse mai accaduto nulla. 
Ma la frattura c'era e stava cominciando ad allargarsi perché io già non ero più la stessa - non dopo quel 13 novembre 2002, non potevo più esserlo. 

Penso sempre alle superiori come al periodo in cui ho cominciato con l'autolesionismo perché ho cominciato a tagliarmi con la lametta, ma la verità è che già in seconda media mi piantavo le unghie in un braccio per riuscire a calmarmi e a riprendere a respirare. 

E da lì è stata una valanga senza freni. 

La protagonista del libro stava male fisicamente all'idea di andare a scuola, considerava come vittorie i giorni in cui veniva ignorata oppure le prese in giro erano al minimo, voleva essere invisibile o addirittura avrebbe preferito essere morta - e tutto questo l'ho provato anche io. 

La protagonista arriva a trent'anni ed è un vero disastro e, cazzo, io sono uguale.  

Nella recensione ho scritto che il libro insegna che noi non siamo inferiori a nessuno, che nessuno è davvero "strano" oppure "normale" e che con sostegno e terapia si può iniziare a guarire. 

Ma io sono ancora quella che abbassa gli occhi quando incontra qualcuno di quei bulli oppure distoglie lo sguardo, sono quella che in situazioni sociali si "mette i tappi" e non ascolta oltre il tavolo a cui è seduta per paura di cogliere conversazioni e frasi sgradevoli - cosa che ho fatto anche la settimana scorsa e io cado sempre dalle nuvole quando qualcuna delle mie amiche mi riferisce cosa è stato detto perché io mi isolo volontariamente. 
Sono quella che ancora trema e a cui ancora si rivolta lo stomaco con il bisogno di vomitare per l'ansia e il panico quando vede qualcuno che l'aveva presa di mira. 

Sono ancora quella che trema quando vede un adolescente - a quasi 29 anni non riesco a rendermi conto di essere adulta. 
Non l'ho mai scritto perché sono stata assente per tutta l'estate sul blog, ma al lavoro mi veniva quasi un attacco di panico ogni volta che entrava in negozio un gruppo di adolescenti e dovevo servirli io. 
Due volte quest'estate, quando sono arrivata al lavoro nel pomeriggio, mi sono trovata fuori dal negozio uno dei peggiori aguzzini della mia adolescenza e stavo quasi per crollare a terra perché le gambe non mi tenevano su, tanto che poi mi sono inventata qualcosa da fare in magazzino per non averci nulla a che fare anche se al contempo fremevo di rabbia. 

Perché dovevo essere io a nascondermi? Perché dovevo essere io quella che si vergognava quando lui era solamente un grandissimo ipocrita che mi tormentava ogni giorno quando andavamo a scuola e che qualche anno dopo su Facebook si faceva passare per quello che "come si fa a prendersela con delle povere ragazzine?" nel periodo in cui al telegiornale non si vedevano altro che i video di quei pestaggi femminili? 
E io, eh? E io? 

Come ho fatto quella volta a non dare un pugno al muro dalla rabbia non lo so nemmeno.

Ma sono anche quella che una volta si è rifiutata di stringere una mano in un giro di presentazioni "sociali", durante il quale mi sono trovata davanti un altro di quelli che mi prendevano in giro e in quel caso l'ho guardato talmente male che è stato lui ad abbassare lo sguardo. 
Questo però sarà capitato solo due o tre volte, perché in realtà sono ancora io quella distoglie lo sguardo e fa finta di guardare qualcos'altro oppure cambia strada. 

Io sono quella che ancora non riesce a salire su un pullman in tranquillità, forse perché già a sei/sette anni ho cominciato a sentirmi indesiderata. 
Quello è un ricordo che è sepolto così a fondo che quasi sempre dimentico sia accaduto: io alle elementari che salivo a bordo del pulmino che mi avrebbe portata a scuola ed ero la più piccola in mezzo a tutti quei ragazzi così grandi - alcuni che andavano anche già alle medie. 
E ricordo che chiedevo sempre a questa ragazza dall'aria simpatica se potevo sedermi con lei davanti, ma lei sbuffava sempre e sentivo tutti dalla seconda fila fino in fondo che mi prendevano in giro e una volta sono rimasta in piedi bloccata nel passaggio tra le due file perché non sapevo cosa fare o dove andare visto che tutti gli altri posti erano occupati. 
Ricordo come ero arrossita dalla vergogna e come poi non riuscissi più ad alzare lo sguardo. 
Da quella volta in poi, salire su un pullman mi ha sempre fatto venire un attacco d'ansia alla sola idea perché poi non è stata l'unica volta in cui qualcuno avrebbe rifiutato di farmi sedere accanto a sé facendomi restare in piedi di fianco ad un posto vuoto - e l'autista spesso se ne fregava oppure mi urlava di sedermi come se fosse stata colpa mia. 

Forse sarei uscita dall'adolescenza ammaccata, ma sarei sopravvissuta al bullismo incessante. 
Invece sono convinta che il lavoro di distruzione della mia autostima alle medie abbia minato fin da subito qualsiasi possibilità io avessi di farcela. 

Perché ancora sento nella testa quelle frasi e quelle parole. 
Perché ancora vedo quelle occhiate. 
Perché ancora sono quella dodicenne umiliata e presa in giro e ignorata, a cui veniva detto che non valeva nulla e che faceva schifo e che sarebbe rimasta sola per sempre. 
Perché ancora sono quella che ci crede e, ehi, la vita alla fine ha dato ragione a tutti loro. 

Ho adorato il messaggio di quel libro nel finale, ma io proprio non sono in grado di seguirlo. 

On air: God Is An Astronaut - All Is Violent, All Is Bright 

domenica 17 dicembre 2017

Quest'anno sono stata presa da una smania natalizia, ma questo è successo nei mesi scorsi. 
Non ricordo se stavo guardando un telefilm oppure leggendo un libro, ma improvvisamente mi era venuta voglia di fare l'albero di Natale - cosa che non facevamo da quindici anni. 

Nel 2003 non l'abbiamo fatto perché con la tradizione di fare l'albero l'8 dicembre era troppo presto e non era proprio il caso visto che mio nonno era morto il 15 novembre. 
L'anno dopo era appunto passato solo un anno e nel caso avrei dovuto farlo da sola quando invece una volta mia madre mi aiutava e la cosa mi deprimeva così tanto che alla fine ho lasciato perdere. 
E alla fine è diventata una tradizione in casa nostra non addobbare niente. 

Quest'anno invece ho sentito la voglia di tornare alle origini, di tornare un po' bambina con i regali sotto l'albero e così ho deciso di cominciare daccapo: un nuovo albero - questo un po' più piccolo di quello solito - e nuove decorazioni in aggiunta a qualcuna di quelle vecchie e meno fragili visto che non sapevo che reazione Alaska avrebbe avuto di fronte alla novità. 
E incredibilmente mia madre mi ha pure aiutata di sua spontanea iniziativa. 

Eppure già mentre organizzavo il materiale sentivo la voglia scemare e sì, l'albero è carino, però non so se sono io che guardo il tutto con il disincanto di un'adulta che non può più provare l'entusiasmo di una bambina che aspetta Babbo Natale oppure se è perché quindici anni sono tanti e non sono più abituata un albero addobbato in casa mia in questo periodo dell'anno. 

Tanto più che manca una settimana a Natale e... meh.


Venerdì sera mi sono vista con una mia amica e siamo andate a bere qualcosa. 
Da quando è finita l'estate mi sarà capitato forse solo una volta di bere alcol, quindi avendo perso un po' l'abitudine il cocktail che avevo preso aveva fatto un po' effetto - nel corso degli anni ci volevano dosi sempre più elevate per raggiungere anche solo il livello minimo in cui puoi dire di essere un po' alticcia. 
E venerdì ero in quella fase fantastica in cui l'alcol scorre nelle vene, ma è nella quantità giusta: quando senti che non sei più esattamente te stessa, ma solo un po' più allegra - quel giusto necessario per ridere e fare qualche battuta che di solito resta trincerata dietro il silenzio. 
Probabilmente è una delle mie sensazioni preferite.

Ed è andata ancora meglio quando ho finito di bere il cocktail della mia amica perché lei non aveva intenzione di finirlo. 
Mi sono sentita ancora un po' più sulle nuvole e per la prima volta ho seriamente considerato l'idea di andare dritta a dormire una volta arrivata a casa - niente computer, niente libro, niente film fino a notte fonda, quasi mattina.
E cavoli, l'ho fatto: ho letto solo un capitolo e poi ho sentito gli occhi chiudersi e ho dormito profondamente. Ho dormito così profondamente che non mi sono svegliata ogni ora e non ho fatto incubi - almeno che io ricordi. 

Ed è sempre stato questo a farmi paura, sin da quando avevo 16 anni e avevo cominciato ad esagerare con l'alcol per riuscire ad affrontare una serata fuori.
È una delle paure che ho sin da adolescente, sin da quando ho iniziato a bere - sin da quando ho capito di avere il minimo controllo sui miei impulsi più malati: la paura di diventare un'adulta che ha bisogno dell'alcol per funzionare. 
Nel mio caso di averne bisogno per dormire. 
Mi sono svegliata ieri mattina con il sapore di alcol in bocca e mi sono chiesta perché, poi ho ricordato - e la sera prima non mi ero nemmeno ubriacata, arrivata a questo punto ci vuole ben altro. Probabilmente ci vorrebbero almeno tre drink - e di quelli che hanno qualsiasi cosa dentro. 
E mi ha presa una morsa allo stomaco perché mi sono vista tra qualche anno con la pessima abitudine di bere prima di andare a letto perché apparentemente è l'unico modo per riuscire a dormire. 


Questo mese - o almeno questa metà - è all'insegna dei Boys Like Girls. 
Non perché hanno rilasciato qualcosa di nuovo - anche se sarebbe ora che lo facessero perché l'ultimo album del 2012 e avanti! Qui c'è gente che freme impaziente e dall'altra parte non riesco a credere che sia passato così tanto perché sembra ieri che sentivo per la prima volta le canzoni di Crazy World. 
Eppure in questo mese non riesco ad ascoltare altro, non voglio ascoltare altro.

Se gli Yellowcard parlano all'adulta che sono e invece i Simple Plan all'adolescente che sono stata, Boys Like Girls e A Day To Remember parlano ad entrambe le versioni a seconda delle canzoni che ascolto. 

E non vedo l'ora che torni il bel tempo e i Boys Like Girls li ho sempre associati alla primavera a causa di The Great Escape - la loro prima canzone, che ricordo ancora di averla ascoltata nel maggio 2007. 

E sai, una volta ti vedevo in ogni testo di Boys Like Girls e in metà di quelli di Love Drunk e il resto era mio. 
Ma ora mi sto riprendendo possesso di tutte quelle canzoni e tu stai sparendo - certo, non sparirai mai da The Great Escape e da Thunder, ma sai che c'è? 
Questa mattina ho ascoltato Thunder e ho trovato me stessa in quella canzone - ti ho detto di farti in là con il ritornello e in un verso mi sono vista: 

And now I'm itching for the tall grass
And longing for the breeze
I need to step outside
Just to see if I can breathe
I gotta find a way out
Maybe there's a way out

Questa sono io e mi sto riprendendo Thunder perché non esiste che io ti lasci contaminare una delle mie band preferite, non te lo permetterò mai più. 


Ah, e ho finito per sempre di vedere Person of Interest - ho finito la quinta e ultima stagione. 
E ho pianto come una fontana. 
È stata una delle mie serie televisive del cuore, la quarta stagione forse sarà sempre la mia preferita e ricomincerei a guardarla dall'inizio anche subito.

On air: Boys Like Girls - Go

domenica 3 dicembre 2017

Non è la prima volta che lo scrivo e probabilmente non sarà neanche l'ultima.

Nel 2006 amavo una band - una band di cui non ho mai fatto il nome e di cui continuerò a non fare il nome.
C'erano gli Yellowcard con quel Lights and Sounds che poi sarebbe stato il primo passo verso l'amore che provo oggi, ma c'era anche quest'altra band.

E nel corso degli anni - nel corso dei post - ho scritto che poi ascoltarli aveva cominciato a fare troppo male.
In fondo lo stesso Lights and Sounds dei miei amati Yellowcard non lo ascolto quasi mai - solo quando sono così arrabbiata che potrei dare un pugno al muro.

Il 2003 mi ha reso difficile l'ascolto di tre album: Meteora dei Linkin Park, Does This Look Infected? dei Sum 41 e Another Day di Lene Marlin.
Il 2006 mi ha reso difficile l'ascolto di Lights and Sounds degli Yellowcard e dell'album di debutto di questa band di cui non farò il nome.

Ho scritto tante volte che nei successivi due anni ho ascoltato di tutto e di più, ho scoperto nuovi generi e nelle mie orecchie non c'era mai abbastanza musica nuova.
Uscita da quei due anni di inferno ho cominciato a fare una scrematura, ho cominciato a cercare il mio sound - alcune band sono rimaste, altre le ho lasciate andare.

Alcune le ho lasciate andare definitivamente, altre le ho "parcheggiate" momentaneamente per poi ascoltarle a più riprese - e so che c'è un post che parla esattamente di questo argomento.

Questa band ha significato tutto per me nel 2006 e ha continuato a farlo anche dopo, fino al giorno in cui solo sentire la voce del cantante mi faceva scoppiare in lacrime.
Fino al giorno in cui il loro sound e i loro testi hanno cominciato a non rispecchiarmi più.
Però ho continuato a seguirli in qualche modo - credo poi sia stato l'anno scorso che ho scritto un post sul matrimonio del cantante.
Musicalmente ci eravamo persi, ma non ha mai smesso di importarmi.

E in questa settimana appena passata mi sono tornati in mente perché ho letto di due ragazze diverse che sono andate al loro concerto.
E la cosa mi ha in parte sorpresa e in parte incuriosita - so che erano impegnati in varie cose, ma ignoravo totalmente che avessero qualcosa di nuovo sul fronte musicale.
Oltretutto mi sono sentita un po' gelosa perché nel 2006 io sono stata una delle prime fan quando ancora non li conosceva quasi nessuno.

E ieri, spinta dalla curiosità, sono andata a cercare informazioni visto che avendo letto dei concerti da due ragazze che so abitare a chilometri di distanza avevo intuito che non si trattava d un evento isolato, ma di un vero tour.
E qui ho scoperto che hanno pubblicato un nuovo album.

Non ho perso tempo e ho deciso di ascoltarlo.
Probabilmente la musica (insieme ai libri che so già mi entreranno nel cuore non appena leggo di cosa parlano) è l'unico campo in cui sono istintiva - dopotutto quell'istinto mi ha portata ai Boys Like Girls e agli A Day To Remember.
Ho guardato i titoli di questo nuovo album e non ho cominciato dalla prima, no - ho letto i titoli e quello della terza traccia mi chiamava a gran voce.
Così ho schiacciato play e come ho sentito la sua voce e le prime parole del testo mi sono messa a piangere, con questo nodo allo stomaco che mi faceva sentire come se fossi ancora nel 2006 con i miei diciassette anni.

Perché probabilmente, per quanto io lo voglia negare a me stessa visto il male che rappresenta quell'anno e il dolore con cui ha macchiato quella musica, la sua voce sarà sempre l'unica insieme a quelle di Ryan Key e Martin Johnson capace di farmi venire la pelle d'oca.

E io cerco di non pensarci, cerco di non vedere "segni" o qualcosa di "metafisico" quando alcune date coincidono, ma alcuni momenti me lo rendono veramente difficile.

Penso ad Alaska - notoriamente asociale - che mi è venuta in braccio il giorno dell'anniversario in cui avevamo portato a casa Cico e il giorno dell'anniversario in cui Cico è morto.
Penso agli album degli Yellowcard e alle canzoni di Ryan dedicate a suo nonno e a come quegli album sembravano sempre uscire vicino a date importanti per me - un album era uscito addirittura il giorno del compleanno di mio nonno.

E penso a questa band - a questa band e a me e a quel 2006 che ha cambiato letteralmente le nostre vite.
Penso che il mio primo concerto è stato loro e che io oggi ascolto con una gioia che non provavo da tanto tempo la loro musica a dieci anni di distanza da quel giugno 2007 nel quale li ho visti live.

Forse non ci sono "segni", forse sono solo coincidenze - non mi importa.

lunedì 27 novembre 2017

Oggi sono tre anni, tre anni da quella mattina orribile in cui sono stata svegliata da una delle più brutte notizie di sempre. 

E avevo insistito per vederti, nonostante io per prima sapessi che sarebbe stato meglio di no. 
E ho ancora quell'immagine impressa a fuoco nella mente, ma non avrei mai potuto lasciarti andare senza vederti un'ultima volta - senza salutarti e senza dirti quanto eri stato importante per me. 

Senza dirti quanto ti avevo amato e quanto mi ero sentita amata in risposta.

Eri stato la mia salvezza, la mia gioia, il mio tutto. 
E non potrò mai essere abbastanza grata per tutto il tempo che abbiamo passato insieme. 

... 'cause when I needed a place to hang my heart
you were there to wear it from the start
and with every breath of me
you'll be the only light I see

On air: Boyce Avenue - Every Breath

mercoledì 15 novembre 2017

Sognarti mi fa sempre un po' sorridere - anche se non ti sogno così tanto spesso. 
Anzi, quasi mai. 

E mi fa un po' ridere perché sì, ad un certo punto ho anche avuto una cotta per te, ma non sei mai entrato nella top list delle mie cotte. 

Il primo posto sappiamo che è di NAC, per un periodo così lungo che non ci voglio nemmeno più pensare - lui davvero detiene il record. Della mia ingenuità.
Il secondo posto è di quel ragazzo che avevo notato alla fine del quarto anno di liceo e che poi ho osservato sospirando fino alla maturità. 
Il terzo posto è di quel ragazzo che era sempre in piazza, quando ancora giravo con la mia ex-migliore amica. 
Gli altri due ragazzi sono stati solo di passaggio, cotte della durata di tre/quattro mesi prima che iniziassi ad annoiarmi - oppure a capire che non sarebbe mai successo niente. Ecco, così suona meglio. 

Quella per te non è nemmeno registrabile come cotta tanto è stata breve ed effimera, nata più per "dovere" come per il terzo ragazzo della lista che per reale interesse. 

Ma eri il ragazzo più figo della scuola. 
Non che qualcuno l'avesse mai stabilito ufficialmente - non ci sono mai stati sondaggi o votazioni, non siamo mica stati in una high school americana - ma tutti conoscevano il tuo nome, tutti sapevano chi eri e scommetto che almeno metà della popolazione studentesca femminile ha avuto una cotta per te ad un certo punto delle superiori. 
Me compresa - ma forse, come già detto, era più il fascino del "ragazzo più figo della scuola" anche se non eravamo di fatto in una high school americana. 

E ogni tanto ti sogno - sempre vestito di bianco, non so perché. 
E il tuo sguardo mi segue e quegli occhi bruciano in maniera insopportabile - lo ricordo quello sguardo, ci sono stata sotto un paio di volte. 

Ti ho sognato anche questa notte. 
E anche questa volta ero a scuola, credo fosse l'ultimo giorno di scuola. 
Tutti erano in giro, tutti entravano e uscivano dai tre ingressi e io come sempre andavo controcorrente per andare in classe - probabilmente avevo dimenticato lo zaino come al solito oppure avevo un compito da recuperare. 
E poi andavo in aula magna e non c'era nessuno e le porte e le finestre che davano sul giardino interno erano aperte e non capivo se era estate oppure se nevicava - e questo non è un elemento nuovo, non sarebbe la prima volta che affronto una tempesta di neve mentre giro in corridoio oppure mentre aspetto alle macchinette in aula magna. 
E io stavo lì, in maniche corte e stavolta ero io quella vestita di bianco e avevo la maglietta e i jeans strappati in più punti mentre parlavo con questa mia ex-amica ed ex-compagna di classe - e nella realtà abbiamo fatto asilo, elementari e medie insieme e alle superiori eravamo nello stesso istituto, ma in indirizzi diversi. 
Ed eravamo amiche come una volta - prima che lei diventasse l'ape regina alle medie, prima che ci rivoltassimo l'una contro l'altra - e facevamo progetti per il pomeriggio perché la scuola era finita ed eravamo libere. E intanto camminavamo per i corridoi e arrivavamo alle porte d'ingresso da cui entravano quelli dello scientifico e tu eri lì, sempre nello stesso punto. 
Come negli altri sogni, per quanto riguarda la realtà non ne sono più sicura. 
E i tuoi occhi bruciavano mentre mi seguivi con lo sguardo. 

Da lì in poi il sogno ha cominciato a sfaldarsi, ricordo solo che arrivavo a casa ma non c'era nessuno e io non avevo le chiavi, così entravo dalla finestra. 
Poi non ricordo altro. 

Di solito i sogni in cui tu compari non trovano quasi mai posto qui su blog, di solito quel posto spetta alla mia ex-migliore amica oppure a NAC. 
E io sono quella che si è sempre interrogata sull'esistenza o meno delle coincidenze e solo nel pomeriggio ho capito perché il sogno continuava a tormentarmi e perché avevo necessità di scriverlo. 

Perché il primo sogno in cui ti ricordo distintamente e che non ho ancora dimenticato è stato quello in cui mio nonno mi diceva addio e io volevo correre da lui e trattenerlo, ma tu mi stringevi da dietro tra le tue braccia e me lo impedivi. 
E oggi è l'anniversario della sua morte, oggi sono quattordici anni che ci ha lasciati. 

E non so se sia solo una coincidenza oppure se sono io che voglio vedere "segni" quando in realtà non c'è nulla da vedere, ma avevo il bisogno di metterlo nero su bianco. 

Quindi in realtà questo post non è per te, ma è per mio nonno. 
Perché sono anni che non ho più canzoni da dedicargli se non sempre le stesse e le mie parole di scuse si sono esaurite e/o hanno perso significato molto tempo fa, ma tu mi hai aiutato a ricordarlo e a scrivere di lui in questo giorno che altrimenti sarebbe rimasto bianco. 

E allora, grazie a te, voglio ricordare quel primo sogno di tanti anni fa - e anche quello che feci più tardi. 
Lui di nuovo in salute, lui che mi sorride, lui che mi dice di stare bene. 

On air: Vancouver Sleep Clinic - Someone to Stay

lunedì 13 novembre 2017

Ricordo questo giorno di quindici anni fa come se fosse ieri. 

Ricordo quella mattina in ogni suo piccolo dettaglio - ricordo le espressioni sui volti di chi mi ci circondava, ricordo l'oppressione al petto, ricordo l'ossigeno che disertava i miei polmoni, ricordo la corsa frenetica su per le scale, ricordo il bisogno di nascondermi, ricordo il rumore sordo di qualcosa dentro di me che si rompeva, ricordo le lacrime e ricordo i singhiozzi. 

Ricordo le domande assillanti, ricordo gli sguardi comprensivi di coloro che avrei ritenuto insospettabili di tale empatia, ricordo l'indifferenza di altri, ricordo la... saggezza di coloro che forse ci erano già passati e che sicuramente avevano visto scene così ripetersi forse ogni anno. 

Ricordo il primo dei tanti, lunghi silenzi. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno in cui una parte di me è morta. Anzi, non solo una parte - la persona che ero stata fino a quel momento e che non sarei stata mai più. 

Ricordo di aver sempre pensato a quel 13 novembre 2002 come al giorno del mio funerale - un funerale al quale non era venuto nessuno.  

On air: The Phantoms - This is a War 

domenica 29 ottobre 2017

Ieri sera sarei dovuta andare a letto presto perché stamattina avevo la sveglia alle sette, ma invece non ci ho neanche provato. 
L'intenzione c'era, ma poi sono rimasta su YouTube a guardare il concerto che i Linkin Park hanno tenuto - insieme a tante guest stars - in onore di Chester. 

E ancora non ho realizzato, ancora non riesco a capacitarmene. 

E in quelle performances ho rivisto così tanto della mia adolescenza da farmi onorare non soltanto Chester, ma anche la ragazzina che sono stata. 

Chester non potrà mai essere sostituito, lo sappiamo tutti. 
Nessuno canterà mai come lui e nessuno potrà mai prendere il suo posto, i Linkin Park non saranno mai più gli stessi, ma Mike Shinoda ha tenuto insieme la serata alla perfezione. 

Sono andata in pezzi quando hanno lasciato il palco al buio e solo il microfono illuminato mentre la base di Numb suonava e c'era solo il pubblico a cantare - e Numb è sempre stata la mia canzone preferita, ho questo ricordo così chiaro di me stessa alla fine della terza media in macchina con i miei genitori mentre andiamo ad un pranzo di famiglia dopo la fine dei miei esami e io con il mio lettore CD portatile che la ascolto in repeat.

Sono andata nuovamente in pezzi quando hanno suonato In the End e Mike un po' cantava le parti di Chester e un po' le lasciava cantare ai fans. 

Sul palco sono saliti M. Shadows e Synyster Gates degli Avenged Sevenfold - che nel 2009 hanno dovuto affrontare anche loro la morte di un loro componente. 
Sono saliti i Blink 182 - ma senza Tom Delonge con Mark e Travis non è affatto la stessa cosa. 
È salito Oliver Sykes dei Bring Me The Horizon - e una delle performance più belle è stata sua e se mi sentisse la ragazzina che sono stata mi guarderebbe come se avessi perso la testa. 
È salito il mio caro Jeremy McKinnon degli A Day To Remember, screamer come lo era Chester - e ancora avevo davanti agli occhi la loro performance insieme al Warped Tour di qualche anno fa in cui si tratteneva perché in fondo la canzone era di Chester ed era lui che doveva sentirsi, ma stavolta A Place for my Head ricadeva solamente sulle sue spalle. 
È salito il mio adorato Ryan Key degli (ex-)Yellowcard - riuscendo ad infilare con delicatezza e naturalezza con Mike Shinoda Without You degli U2 in mezzo a Shadow of the Day. 

E infine - e lo so, sembra strano che io metta qualcuno davanti a Ryan - è salito Deryck dei Sum 41 e quello sì che è stato un vero colpo al cuore. 
Non solo perché quella di Deryck è stata la performance migliore in assoluto e non solo perché mentre cantava Catalyst la sua voce in alcuni momenti assomigliava a quella di Chester, ma perché in quel momento sono tornata ad essere quella quattordicenne di... oddio, quattordici anni fa. 
Perché, come avevo scritto a luglio quando Chester si è tolto la vita, i Linkin Park e i Sum 41 sono state le prime band che mi hanno cambiato la vita - sono state le prime due band che mi hanno introdotta alla musica che ascolto ancora oggi. 
E vederli esibirsi insieme è qualcosa che mi annoda lo stomaco - qualcosa di bello, ma che avrei voluto avvenisse in altre circostanze. 
E queste due band con quei due album in particolare - Meteora e Does This Look Infected? - non smetteranno mai di avere un posto speciale nel mio cuore.

Ho citato solo band e cantanti che personalmente seguivo - alcuni più di altri, ma ci sono stati tanti altri artisti. 

Ho visto Mike e gli altri sorridere, ma li ho visti anche incupirsi e commuoversi a tratti - ed era un po' come se tutti aspettassimo che Chester spuntasse improvvisamente dal backstage per salire sul palco. 
Ho visto la devozione e l'amore dei fans, ho visto l'affetto e il rispetto che tutti gli artisti hanno mostrato e portato per Chester e per le sue canzoni e in realtà è stato un po' come se Chester fosse stato proprio nel mezzo di tutto. 

On air: Linkin Park & Friends Celebrate Life in Honor of Chester Bennington