Visualizzazione post con etichetta famiglia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta famiglia. Mostra tutti i post

lunedì 13 agosto 2018

Manco da veramente tanto tempo. 
Ma non avevo voglia di scrivere e non avevo manco il tempo perché ci sono state altre cose che hanno avuto la precedenza - e il sopravvento. 

E il fatto di aver scoperto nel giro di due esami a fine giugno - del sangue e un'ecografia - che mi sarei dovuta operare e aver poi visto l'intervento sollecitato a luglio a causa delle mie condizioni, di certo ha cancellato il resto. 

Ma ora sono qui - anche se non ho proprio idea di quanto sarò costante. 

Però avevo pensato di scrivere qualche giorno prima del mio intervento perché mentre andavo al lavoro mi era successa una cosa e avevo sentito il bisogno di scriverla, ma poi non ho fatto nulla - altrimenti avreste visto un post invece del silenzio che regna da giugno. 


Non sono il tipo che normalmente gira per strada con le cuffie nelle orecchie - la mia paranoia non me lo permette, si allarma se non può monitorare ogni cosa che la circonda.  

Ma nel tragitto a piedi dalla macchina al lavoro, quest'anno avevo preso l'abitudine di ascoltare la musica per darmi la carica - e per spronarmi a mettere un piede davanti all'altro al ritorno quando ero troppo stanca e l'unica cosa che avrei voluto fare era collassare sul posto. 

La mia paranoia non l'apprezzava particolarmente, ma l'ho ignorata. 
E sono la prima a sentirmi male perché io sono la mia paranoia e non riesco a scrollarmi di dosso la fastidiosa sensazione di non essere in controllo se cammino per la strada senza l'uso di uno dei miei sensi - sì, anche se si tratta di ascoltare della musica. 

Ma un pomeriggio sono stata contenta di non aver ascoltato la mia paranoia perché, nonostante le cuffie e gli occhiali da sole, mi sono accorta benissimo di essere stata apostrofata per strada mentre camminavo. 
E sono stata più che grata di essere stata priva di uno dei miei sensi in quel momento perché a volte è meglio restare nel'ignoranza piuttosto che ascoltare cose che potrebbero fare male. 


E oggi è oggi e so perfettamente che giorno è e il fatto di essere stata anche in ospedale - lo stesso ospedale in cui sei stato operato tu, di cui ho girato i corridoi infinite volte in quei sei mesi e in cui poi ci hai lasciati - mi ha fatto pensare molto a te. 
Molto più del solito e ha anche acuito la tua mancanza.  

Non ho canzoni da dedicarti oggi - non come ai bei tempi in cui gli Yellowcard sembravano far uscire album in questo periodo che contenevano le canzoni perfette per l'occasione. 

Ma siccome quando ti scrivo per il compleanno o per l'anniversario in qualche modo la musica riesce sempre ad intrecciarsi, in questa prima metà di agosto un'altra delle mie band preferite ha fatto uscire tre singoli dal nuovo album che verrà pubblicato ad ottobre. 

E parlano un po' di me e non di te, ma non sarebbe la prima volta - vero?
So che capiresti, comunque. O almeno credo. 

I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want
I know you miss the old days, the old days are gone
Everything you've got isn't what you want

Buon compleanno, nonno. 

On air: You Me At Six - 3AM 

domenica 17 dicembre 2017

Quest'anno sono stata presa da una smania natalizia, ma questo è successo nei mesi scorsi. 
Non ricordo se stavo guardando un telefilm oppure leggendo un libro, ma improvvisamente mi era venuta voglia di fare l'albero di Natale - cosa che non facevamo da quindici anni. 

Nel 2003 non l'abbiamo fatto perché con la tradizione di fare l'albero l'8 dicembre era troppo presto e non era proprio il caso visto che mio nonno era morto il 15 novembre. 
L'anno dopo era appunto passato solo un anno e nel caso avrei dovuto farlo da sola quando invece una volta mia madre mi aiutava e la cosa mi deprimeva così tanto che alla fine ho lasciato perdere. 
E alla fine è diventata una tradizione in casa nostra non addobbare niente. 

Quest'anno invece ho sentito la voglia di tornare alle origini, di tornare un po' bambina con i regali sotto l'albero e così ho deciso di cominciare daccapo: un nuovo albero - questo un po' più piccolo di quello solito - e nuove decorazioni in aggiunta a qualcuna di quelle vecchie e meno fragili visto che non sapevo che reazione Alaska avrebbe avuto di fronte alla novità. 
E incredibilmente mia madre mi ha pure aiutata di sua spontanea iniziativa. 

Eppure già mentre organizzavo il materiale sentivo la voglia scemare e sì, l'albero è carino, però non so se sono io che guardo il tutto con il disincanto di un'adulta che non può più provare l'entusiasmo di una bambina che aspetta Babbo Natale oppure se è perché quindici anni sono tanti e non sono più abituata un albero addobbato in casa mia in questo periodo dell'anno. 

Tanto più che manca una settimana a Natale e... meh.


Venerdì sera mi sono vista con una mia amica e siamo andate a bere qualcosa. 
Da quando è finita l'estate mi sarà capitato forse solo una volta di bere alcol, quindi avendo perso un po' l'abitudine il cocktail che avevo preso aveva fatto un po' effetto - nel corso degli anni ci volevano dosi sempre più elevate per raggiungere anche solo il livello minimo in cui puoi dire di essere un po' alticcia. 
E venerdì ero in quella fase fantastica in cui l'alcol scorre nelle vene, ma è nella quantità giusta: quando senti che non sei più esattamente te stessa, ma solo un po' più allegra - quel giusto necessario per ridere e fare qualche battuta che di solito resta trincerata dietro il silenzio. 
Probabilmente è una delle mie sensazioni preferite.

Ed è andata ancora meglio quando ho finito di bere il cocktail della mia amica perché lei non aveva intenzione di finirlo. 
Mi sono sentita ancora un po' più sulle nuvole e per la prima volta ho seriamente considerato l'idea di andare dritta a dormire una volta arrivata a casa - niente computer, niente libro, niente film fino a notte fonda, quasi mattina.
E cavoli, l'ho fatto: ho letto solo un capitolo e poi ho sentito gli occhi chiudersi e ho dormito profondamente. Ho dormito così profondamente che non mi sono svegliata ogni ora e non ho fatto incubi - almeno che io ricordi. 

Ed è sempre stato questo a farmi paura, sin da quando avevo 16 anni e avevo cominciato ad esagerare con l'alcol per riuscire ad affrontare una serata fuori.
È una delle paure che ho sin da adolescente, sin da quando ho iniziato a bere - sin da quando ho capito di avere il minimo controllo sui miei impulsi più malati: la paura di diventare un'adulta che ha bisogno dell'alcol per funzionare. 
Nel mio caso di averne bisogno per dormire. 
Mi sono svegliata ieri mattina con il sapore di alcol in bocca e mi sono chiesta perché, poi ho ricordato - e la sera prima non mi ero nemmeno ubriacata, arrivata a questo punto ci vuole ben altro. Probabilmente ci vorrebbero almeno tre drink - e di quelli che hanno qualsiasi cosa dentro. 
E mi ha presa una morsa allo stomaco perché mi sono vista tra qualche anno con la pessima abitudine di bere prima di andare a letto perché apparentemente è l'unico modo per riuscire a dormire. 


Questo mese - o almeno questa metà - è all'insegna dei Boys Like Girls. 
Non perché hanno rilasciato qualcosa di nuovo - anche se sarebbe ora che lo facessero perché l'ultimo album del 2012 e avanti! Qui c'è gente che freme impaziente e dall'altra parte non riesco a credere che sia passato così tanto perché sembra ieri che sentivo per la prima volta le canzoni di Crazy World. 
Eppure in questo mese non riesco ad ascoltare altro, non voglio ascoltare altro.

Se gli Yellowcard parlano all'adulta che sono e invece i Simple Plan all'adolescente che sono stata, Boys Like Girls e A Day To Remember parlano ad entrambe le versioni a seconda delle canzoni che ascolto. 

E non vedo l'ora che torni il bel tempo e i Boys Like Girls li ho sempre associati alla primavera a causa di The Great Escape - la loro prima canzone, che ricordo ancora di averla ascoltata nel maggio 2007. 

E sai, una volta ti vedevo in ogni testo di Boys Like Girls e in metà di quelli di Love Drunk e il resto era mio. 
Ma ora mi sto riprendendo possesso di tutte quelle canzoni e tu stai sparendo - certo, non sparirai mai da The Great Escape e da Thunder, ma sai che c'è? 
Questa mattina ho ascoltato Thunder e ho trovato me stessa in quella canzone - ti ho detto di farti in là con il ritornello e in un verso mi sono vista: 

And now I'm itching for the tall grass
And longing for the breeze
I need to step outside
Just to see if I can breathe
I gotta find a way out
Maybe there's a way out

Questa sono io e mi sto riprendendo Thunder perché non esiste che io ti lasci contaminare una delle mie band preferite, non te lo permetterò mai più. 


Ah, e ho finito per sempre di vedere Person of Interest - ho finito la quinta e ultima stagione. 
E ho pianto come una fontana. 
È stata una delle mie serie televisive del cuore, la quarta stagione forse sarà sempre la mia preferita e ricomincerei a guardarla dall'inizio anche subito.

On air: Boys Like Girls - Go

venerdì 21 luglio 2017

Ci sono notizie che sul momento mi lasciano indifferente e che ci mettono parecchio tempo ad assumere una consistenza... reale. 

Ieri è morto Chester Bennington, il cantante dei Linkin Park - si è impiccato a 41 anni. 
E io ancora non me ne rendo conto, ma inizio a sentire quella sensazione di pesantezza al cuore e quando la notizia farà davvero presa su di me e mi renderò conto che è vero, allora soffrirò un sacco. 

I Linkin Park sono stati forse il primo gruppo "ribelle" della mia pre-adolescenza. 
Io, che in terza media stavo malissimo e la musica pop non mi bastava più per uscire dalla mia testa. E ricordo questo pomeriggio di inizio primavera: era sicuramente un martedì perché ricordo che ero nel cortile della scuola con i miei compagni di classe dopo il pranzo in mensa e prima delle lezioni pomeridiane. 
E non ricordo esattamente come mi ci sono avvicinata o la prima volta che ho sentito una loro canzone - forse MTV ai suoi tempi d'oro e Breaking the Habit era in rotazione. Però c'era questo mio compagno di classe che ascoltava già musica del genere e ricordo quei suoi due CD che mi sono fatta prestare come se fosse ieri: uno era Does This Look Infected? dei Sum 41 e l'altro era proprio Meteora dei Linkin Park. 

Ed era stato amore - immediatato e assoluto. 
Io ero fissata in particolare con Numb e mia madre adorava Figure.09 e in quell'estate - l'ultima di mio nonno - nessun altro album al di fuori di Meteora era entrato nel mio lettore CD. 
Ho praticamente consumato il Live in Texas a forza di guardare il DVD tutti i giorni e proprio perché così legati a mio nonno, dopo un po' è stato troppo doloroso ascoltarli. 

Minutes To Midnight del 2007 è stato il loro ultimo album che ho amato per intero e A Thounsand Suns (2010) e Living Things (2012) li ho ascoltati pochissimo - ma comunque non ho mai smesso di seguirli sui social e rispettarli per tutti i cambi di sound che decidevano di sperimentare. 

Può sembrare stupido, ma proprio perché se penso ai Linkin Park di conseguenza penso a Meteora e a mio nonno, so che quando la notizia diventerà reale per me sarà come un altro lutto. 
Non li seguivo più da vera fan, ma Chester Bennington ha cambiato il mio modo di percepire la musica - mi ha dato parole e suoni da urlare come prima nessun altro era riuscito a fare. Chester e i Linkin Park mi hanno instradata verso la musica che ascolto ancora oggi quattordici anni dopo il mio primo incontro con un genere così diverso da quello che ascoltavo prima. 

The sound of your voice
Painted on my memories
Even if you’re not with me

Ciao Chester. 
Grazie per tutto quello che mi hai dato e da oggi in poi, quando avrò la forza di riascoltare quelle canzoni, non solo penserò a mio nonno e rivedrò la quattordicenne che sono stata sotto quell'albero nel giardino della scuola media, ma sentirò anche te in ogni singola parola come forse non ho mai fatto. 

Ciao Chester. 

On air: Linkin Park - With You 

giovedì 9 marzo 2017

Non scrivo da quasi un mese, forse è un record. 
Anche quando su Splinder minacciavo ogni tre per due di sparire, riuscivo a stare lontana solo un paio di giorni prima di tornare sui miei passi. 

La verità è che bene o male non è successo nulla, a parte una sfiga cosmica che continua a perdurare e l'assoluta mancanza di voglia di scrivere. 

Una volta ho letto che su un blog non si dovrebbero raccontare i propri sogni perché essendo così personali e soggettivi nelle sensazioni che trasmettono, quelli che leggono non li potrebbero mai davvero capire e questo renderebbe il post assai noioso. 
Ma in questo quasi mese di assenza, i sogni ricorrenti sono stati i principali protagonisti del mio tempo. 

Variazioni nella sequenza degli eventi o delle situazioni o delle persone coinvolte, ma sempre il mio incubo ricorrente non mi ha mollata una singola notte. 

E allora per la prima volta ero adulta e nel mio vecchio liceo, ad una commemorazione o addirittura un funerale e io parlavo a voce alta e ridevo. 
Ridevo. 
E alla fine venivo convocata in presidenza e incedevo lungo il corridoio, familiare ma allo stesso tempo sconosciuto, con un passo arrogante che non ho mai avuto. 

La notte dopo ero ancora adolescente e mentre tutti erano chiusi nelle loro classi a lezione, io camminavo da sola per i corridoi e finivo nell'aula magna più piccola - quella con quel murales incomprensibile che sembrava dovesse essere ridipinto ogni anno, ma che immancabilmente restava lì. 

La notte dopo ancora era giugno, faceva caldo, era l'ultimo giorno di scuola e tutti festeggiavano ed entravano e uscivano dalle porte principali a proprio piacimento, ma io ancora non potevo andarmene ed ero bloccata in classe a lezione perché non avevo finito tutti i compiti. 

Qualche notte fa è tornato invece a farmi visita l'altro sogno ricorrente inerente al liceo. 
Come al solito ero in ritardo, come al solito ero in cucina a fare tre cose contemporaneamente per cercare di recuperare il tempo perduto, come al solito era un giornata di sole ma con un'aria primaverile fin troppo fresca, come al solito mio padre mi avvisava che stava arrivando il pullman, come al solito uscivo di casa con il giubbotto aperto e lo zaino mezzo sfatto. 
Stavolta però quando uscivo dal cancello di casa non c'era il pullman ad aspettarmi, ma mio nonno a bordo della Fiesta che ora guidiamo io e mia madre. 
E mi sorrideva mentre salivo e mi sedevo accanto a lui, giovane come lo ricordo visto attraverso gli occhi della bambina che sono stata e mi diceva che quel giorno mi avrebbe portata lui a scuola. Solo che poteva fermarsi fino ad un certo punto e che allo stop dell'incrocio sarei dovuta scendere e andare a piedi. 
E poi la Fiesta spariva alla mia vista dietro l'angolo. 

Uno dei ricordi più chiari che ho di mio nonno è quello successivo ad una mia marachella, quando mi ha esortata a dire la verità a mia madre. 
Chissà quanto sarebbe deluso se sapesse la quantità di bugie e omissioni che oggi escono dalla mia bocca. 

Sebbene in modi e situazioni diverse, quest'anno si sta dimostrando l'esatta replica dell'inizio di quei due anni infernali e io onestamente sono troppo stanca per fare altro che non sia aspettare e pregare che passino e che il 2018 sia già dietro l'angolo, perché se c'è una cosa che ho imparato è che so già come andrà a finire. 
Ogni tanto sento la gola stringersi da sola, come se qualcuno da dietro mi avesse stretto quella famosa cintura al collo e stesse tirando e io lotto per trovare la voglia di combattere.  

Prima parlavo con mia madre e mi ha chiesto cosa ne voglio fare del mio futuro e mi sono resa conto per l'ennesima volta che non vedo assolutamente nulla davanti a me, quindi mi sono limitata a scrollare le spalle per non dire quello che stavo davvero pensando. 

On air: Deep Insight - Hurricane Season  

martedì 15 novembre 2016

Parlo sempre dei soliti noti - Yellowcard, Simple Plan, Boys Like Girls, A Day To Remember, You Me At Six, Mayday Parade. 
Raramente parlo però di chi è con me da molto più tempo. 

Non ricordo nemmeno come l'ho scoperta, se per caso avevo visto il video del primo singolo su quello che era ancora TMC2 prima di diventare MTV. 
Era il 1999 e non la conosceva ancora quasi nessuno, non era ancora diventata così famosa da essere invitata a Top of The Pops e uno dei suoi singoli non era ancora stato così bistrattato da finire come soundtrack di uno spot di un farmaco contro il mal di testa. 
Avevo dieci anni e ascoltavo ancora musica commerciale e i CD erano ancora rari e costavano parecchio, tanto che non avevo ancora uno stereo per leggerli e così ero stata costretta a comprare l'audiocassetta e lei stava cominciando a farsi strada nel panorama di allora e io in quell'inverno tra il 1999 e il 2000 avevo fregato il numero di TamTam a mia cugina Lara quando eravamo saliti su a Bergamo perché c'era un servizio dedicato a lei. 

Ho sempre detto che nel corso degli anni ho abbandonato molti artisti e molte band - vuoi perché mi ricordavano momenti dolorosi della mia vita o perché semplicemente non mi rappresentavano più. 

E lei invece, quella cantante norvegese che non pubblica più nulla dal 2009, è comunque con me da quasi vent'anni. L'ultimo album non mi aveva fatta impazzire, ma i primi tre continuano a restare capolavori - semplice poesia messa in musica che esprimeva tutto quello che provavo verso me stessa e verso NAC all'epoca. 

Lei è con me da quasi vent'anni e non se n'è mai veramente andata, anche se non l'ascolto per lunghi periodi di tempo. 

I suoi primi tre album hanno segnato tappe fondamentali della mia vita. 

Playing My Game del 1999, l'anno in cui ha debuttato e io ho capito che la musica stava assumendo per me un significato e un'importanza diversi da quelli precedenti - la musica stava assumendo la forma della mia ancora di salvezza. 
Another Day del 2003, l'anno.. l'anno nel quale te ne sei andato. 
Lost In A Moment del 2005, l'anno nel quale l'ossessione per NAC aveva preso residenza fissa nella mia mente e vederlo quando uscivo aveva assunto un'importanza vitale. 

Another Day è tremendamente difficile da ascoltare, proprio come Meteora dei Linkin Park.
Meteora dei Linkin Park è legato all'estate di quell'anno, ma Another Day è invece legato all'autunno - a me che non avevo ancora capito come stavano davvero le cose perché ero troppo stupida, a quello stupido ragazzo che volevo vedere in piazza, a me che ero così idiota da cantarlo in macchina mentre venivo con mia madre e mia nonna a trovarti in ospedale quando invece avrei dovuto tacere e ascoltare di più.
Probabilmente ho smesso di parlare anche per espiare quelle colpe. 

Negli ultimi anni ho avuto sempre meno parole da dedicarti - tutte troppo usate, tutte troppo riciclate, tutte troppo banali. 
E non potevo neanche dedicarti la stessa canzone degli Alter Bridge anno dopo anno dopo anno - adesso non ci saranno neanche più le parole di Ryan degli Yellowcard dopo l'ultimo album pubblicato. 

Il mese scorso ho riascoltato Playing My Game e arrivata all'ultima traccia ho capito che era quella giusta - anche se per come è scritto il testo, faccio finta che il ritornello sia tu a dedicarlo a me.

Egoista ed egocentrica fino al midollo anche in questa occasione, non è vero?
Ho come la sensazione che però mi sorrideresti e alla fine mi asseconderesti. 
Ho come la sensazione che sia qualcosa che mi diresti davvero se potessi.
Faccio finta che sia una sorta di conversazione tra me e te. 
E siccome oggi sono tredici anni, ho bisogno di qualsiasi forma di conforto puoi darmi - anche se questo conforto viene dalle parole e dalle note di una canzone di diciassette anni fa di una cantante che mi farà sempre pensare a te. 

Non fare caso alle lacrime, però. 


I entered the room
Sat by your bed all through the night
I watched your daily fight
I hardly knew
The pain was almost more than I could bear
And still I hear
Your last words to me.

Heaven is a place nearby
So I won't be so far away.
And if you try and look for me
Maybe you'll find me someday.
Heaven is a place nearby
So there's no need to say goodbye
I wanna ask you not to cry
I'll always be by your side.
 
You just faded away
You spread your wings you had flown
Away to something unknown
Wish I could bring you back.
You're always on my mind
About to tear myself apart.
You have your special place in my heart.

Always heaven is a place nearby
So I won't be so far away.
And if you try and look for me
Maybe you'll find me someday.
Heaven is a place nearby
So there's no need to say goodbye
I wanna ask you not to cry
I'll always be by your side.

And even when I go to sleep
I still can hear your voice
And those words
I never will forget

Come sempre, dovunque tu sia, spero che tu stia bene. 
Ciao, nonno.

On air: Lene Marlin - A Place Nearby

lunedì 17 ottobre 2016

Una volta, tanti anni fa, io e mia madre abbiamo avuto questa conversazione sull'esistenza o meno delle coincidenze - in un contesto e su un argomento che ora non vale la pena ripetere. 

Io mi dicevo convinta che il verificarsi di alcuni eventi non potevano essere semplici coincidenze e lei ribatteva con un "ma allora che altro dovrebbero essere, un disegno di qualche genere?"
Non siamo mai giunte ad una conclusione - forse perché una conclusione non esiste. 

Il punto è che con gli anni ho smesso di pensarci e, anzi, ho iniziato a chiamare quegli eventi come "sfiga cosmica". 
Ogni tanto però accadono cose che mi fanno dubitare e tornare convinta di quella mia vecchia teoria - che, in realtà, "teoria" tanto non era quanto più un pensiero astratto. 

Alaska non è mai stata eccessivamente affettuosa o coccolona, alla faccia di chi dice che le gatte sono più propense ai gesti d'amore. 
Evidentemente nella nostra famiglia abbiamo qualcosa nel DNA che attira solo gatti asociali e pronti a staccarti una mano a morsi - Cico era così e anche Alaska non è da meno da quando l'abbiamo presa con noi. 

Oggi sarebbero stati dieci anni dall'arrivo di Cico - da quel giorno che io, tornata da scuola, sono entrata in cucina e ho trovato in una cesta vicino alla credenza quel piccolo batuffolo di pelo rosso assonnato. 
Dieci anni da quel giorno in cui è entrato nella mia vita e ha migliorato quell'anno che non mi aveva dato altro che sofferenza. 
Dieci anni da quando ho creduto di dover rinunciare a lui perché la cugina della mia vicina di casa aveva detto che era una femmina e i miei genitori non volevano in quel caso e poi la sorpresa nello scoprire che alla fine non importava, io avevo bisogno di lui e i miei lo avevano capito. 
Dieci anni da quando i nostri occhi si sono incrociati per la seconda volta e da quel momento non ci siamo più lasciati - fino a quel tragico giorno di novembre due anni fa. 

E non c'è giorno che non mi manchi. 
Amo Alaska, ma quello che avevo con Cico era qualcosa di unico - qualcosa che legava solo me e lui, che capivamo solo noi. 

Oggi sarebbero stati dieci anni e dopo pranzo io e mia madre stavamo per metterci a guardare gli episodi di Rizzoli & Isles che avevo registrato ieri sera con Alaska poco distante da noi, pronta a mettersi a dormire sulla sua sedia preferita. 
Io e mia madre ci siamo sedute in divano e ho visto Alaska osservarci e tirarsi su, saltare giù dalla sedia e saltare di fianco a me. Si è infilata sotto il mio braccio mentre sistemavo il plaid sulle mie gambe e alla fine si è distesa su di noi e in poco tempo si è addormentata. 

Come ho detto, Alaska è asociale e preferisce dormire sola - e anche quando è sveglia mantiene le distanze. 
Al massimo preferisce rannicchiarsi sul plaid di mio padre in inverno - Alaska è più affezionata ai miei genitori che a me, al contrario di come era per Cico. 
Però il fatto che proprio oggi abbia deciso di saltarmi in braccio, proprio oggi che sarebbero stati dieci anni dall'arrivo di Cico, mi ha colpita. 

Come può essere una semplice coincidenza? 
Magari è così, magari non c'è nulla di mistico o di troppo cervellotico dietro, magari è capitato e basta.

Lo stesso però mi ha fatto mancare un battito. 

On air: Saint Raymond - Never Let You Go

martedì 27 settembre 2016

Ho passato parecchio tempo in macchina con i miei genitori in questi ultimi giorni perché avevamo dei giri da fare e come sempre, quando guida mio padre e io sono nel sedile posteriore, è mia abitudine mettermi le cuffie dell'iPod. 

E perdermi nella mia testa, esattamente come i miei occhi si perdono guardando fuori dal finestrino. 

Quando avevo tredici anni ho cominciato a diventare ossessionata dalla musica perché non sopportavo più il silenzio. 
Il silenzio mi mandava in crisi, mi faceva cadere nei vortici peggiori che la mia mente fosse in grado di creare e avevo bisogno di qualcosa che coprisse - che riempisse - quel vuoto. 
E la musica è diventata la mia distrazione, la mia anestesia, la mia fuga da quei pensieri che il silenzio portava con sé. 

Cinque anni dopo la situazione era ancora più o meno quella, ma ancora più intensa perché le band che già ascoltavo non mi bastavano e avevo bisogno di scoprirne sempre di più - come una drogata in cerca di una dose consapevole che una dose ormai non è più sufficiente e che ce ne vogliono altre per far stare finalmente zitto il mondo. 

Quando sono uscita da quei due anni, la cosa pian piano ha iniziato a scemare. 
Amavo sempre la musica, ancora la ascoltavo, ancora cercavo nuovi suoni, ancora ne avevo bisogno ma non era più qualcosa di viscerale - qualcosa che mi annullava. 
Ho cominciato a sperimentare il silenzio e pian piano ho iniziato ad amarlo perché avevo bisogno di fare il punto della situazione e con la mente annegata nelle note musicali non ci sarei mai riuscita. 

Mi sto rendendo conto che la mia vita si ripete secondo sempre gli stessi cicli - ogni tot anni le cose accadono sempre nello stesso modo. 

Avevo bisogno di fare il punto della situazione e di me stessa. 
E come a quindici anni ho ricominciato a scrivere su un diario fatto di carta nel quale ho riversato tutto il veleno che avevo dentro sotto forma di inchiostro, così a venti ho messo in pausa e scelto il silenzio - silenzio che già mettevo in pratica da due anni con lo sciopero delle parole con tutti quelli che mi circondavano. 

La musica non mi ha mai abbandonata, ma da quando ho smesso di usarla come strumento per mettere a tacere tutto quanto è diventata un po' come quel silenzio che tanto temevo una volta - ovvero capace di farmi perdere nei miei pensieri in una spirale apparentemente senza fine. 

Ma con una differenza. 

Paradossalmente, nella mia ricerca ossessiva di nuove band e nuovi suoni, cercavo nuovi suoni che fossero più forti della "dose" precedente - per me la musica si era ridotta alla stessa stregua del "rumore bianco". 
Avevo bisogno di rumore, ne volevo sempre di più e immagino sia in questo modo che sono arrivata allo screamo. 

A vent'anni - ma anche prima in realtà, quando già a diciannove anni ho ricominciato a tornare me stessa, ma mai quella di una volta - ho cominciato ad ascoltare davvero le parole e a capire. 
E tutto improvvisamente era molto più chiaro, canzoni che amavo alla follia inconsapevolmente le avevo scelte perché parlavano perfettamente di me. 

Da allora la musica è diventata come quel diario scritto a quindici anni - è diventata la mia cura in un modo che prima era malato ma che ora dava segni di ripresa. 

Perdersi nel silenzio e perdersi nella musica per me sono due cose molto diverse. 
Nel silenzio ho imparato a destreggiarmi, ma a volte è molto pericoloso - a volte, se sono in un brutto periodo mi fa scivolare in quella spirale autodistruttiva che devo evitare a tutti i costi. 
Nella musica invece, nonostante il rischio di chissà quali ricordi che possono venire risvegliati, è sempre illuminante - e a volte fa male, non lo nego, ma è come sbucciarsi un ginocchio e avere subito un cerotto sulla ferita. I ricordi che le parole hanno portato con sé feriscono, ma la melodia ammorbidisce l'atterraggio. 

Perdersi nei pensieri che la musica porta a galla è come togliere veleno da una ferita, è come riversarlo sul quel diario sporcandone la pagine immacolate con l'inchiostro. 

Nel mio iPod ci sono diverse playlist, ma di solito ascolto sempre quella chiamata come il mio nickname - quella dove tengo tutte le band della mia vita. 
Poi c'è una playlist con le colonne sonore dei film e c'è un'altra playlist con altra musica che mi piace, ma che non ascolto più tanto spesso. 
E infine c'è una playlist dedicata alla band italiane emergenti che ho amato e che ho avuto la fortuna di vedere live una o più volte oppure mai. 

E qui torniamo a miei 19/20 anni, quando tutte queste band (quasi tutte romane) sono entrate nella mia vita e l'hanno segnata. 
The Electric Diorama, Hopes Die Last, Vanilla Sky, Airway, My Last Fall, The Glamour Manifesto, Your Hero - ognuna di loro speciale per un motivo, ognuna vista live (tranne gli Hopes Die Last) almeno una volta nella mia vita. 

E i miei ricordi di quei due anni sono pieni di concerti, di cotte per i cantanti e di serate in compagnia e viaggi in treno. 

Normalmente ascolto sempre la playlist rinominata con il mio nickname, ma in questi giorni ho voluto cambiare e protagonisti di questo cambiamento sono stati Hopes Die Last, My Last Fall e The Electric Diorama. 

E con i primi album degli Hopes Die Last e dei The Electric Diorama avevo davanti quella neo-diciannovenne ancora reduce da quei due anni infernali, ancora con il ciuffo di capelli troppo lungo, ancora con gli occhi troppo truccati, ancora con il bisogno di mettere a tacere il mondo, ancora troppo silenziosa, ancora troppo a pezzi, ancora troppo instabile. 
Ma è incredibile quello che sono ancora in grado di darmi queste due band. 

Ma il primo album dei The Electric Diorama non mi ricorda solo quella ragazza ancora instabile. Mi ricorda l'emozione di averli visti live la prima volta, mi ricorda l'emozione di un locale quasi vuoto in una sera di ottobre a Bologna nella quale aprivano per i Kill Hannah e la dedica della mia canzone preferita di quell'album a me a alla mia amica di Milano che eravamo sotto il palco - fedelissime. 
Mi ricorda la traccia musicale di quell'album che avevo messo come suoneria, mi ricorda l'emozione di conoscerli e di parlare con loro, mi ricorda l'emozione di quando hanno accettato la mia richiesta di amicizia su Facebook (ancora presente), mi ricorda le canzoni imparate a memoria e cantate a squarciagola. 
Mi ricorda il loro secondo concerto - ancora a Bologna, ad aprire per un'altra band straniera - ma stavolta accompagnati da un'altra band romana, i My Last Fall. 

E l'unico album dei My Last Fall mi ricorderà sempre quella tiepida serata di maggio del 2010 - quell'arrivo a Bologna nel pomeriggio, quella ricerca frenetica dell'albergo, quella cena mangiata con i nervi a fior di pelle per motivi che se ancora ci ripenso rido, quelle tre band e la loro musica e il post-concerto.

Se a quindici anni mi sentivo invincibile e padrona del mondo con tutte le possibilità ai miei piedi pronte per essere colte, ascoltando in questi giorni queste tre band mi sono resa conto che a vent'anni avevo provato la stessa vertigine e lo stesso stato di esaltazione - non ero più un'adolescente, ero all'università e me ne andavo in giro in treno con una mia amica di Milano per seguire queste band di Roma nei loro concerti. 

Queste band mi ricorderanno per sempre la ragazza uscita da quei due anni terribili che, in qualche modo, aveva ritrovato il sorriso. 
E a queste condizioni, perdersi nella propria testa non è affatto male. 

And all will see
They were wrong about me
So long good life
Is your heart still mine?

On air: My Last Fall - What Pages Hide

giovedì 15 settembre 2016

Era da un po' che non succedeva, ma l'altra notte ho fatto uno dei miei soliti incubi ricorrenti - tanto che mi sono svegliata di soprassalto e senza fiato nei polmoni. 

Era da un po' che non succedeva, ma ho sognato di essere a bordo di un treno - un treno che viaggiava troppo veloce per i miei gusti. 
Ma non ero da sola, come al solito c'erano persone che conoscevo e all'inizio c'era questa atmosfera quasi irreale di calma. 
Ben presto però mi rendevo conto che la destinazione era sbagliata, ma io sembravo l'unica ad esserne cosciente. 
Ricordo che ne parlavo prima con quelli che stavano vicino a me e poi mi alzavo e mi mettevo ad urlare e intanto il treno prendeva sempre più velocità. 
Tutti continuavano a chiacchierare come se niente fosse mentre io ero sempre più irrequieta e iniziavo ad andare avanti e indietro lungo i vagoni cercando qualcuno che mi ascoltasse, fino a quando non mi fermavo sulla piattaforma tra un vagone e l'altro e fuori dal finestrino vedevo tutte queste stazioni minuscole e sconosciute sfrecciare così veloci davanti ai miei occhi tanto che non riuscivo nemmeno a leggere il loro nome nella luce del tramonto. 

Sempre nella luce del tramonto e se questo ha un significato, proprio non lo so. 
E niente, mi sono svegliata nel momento in cui ho smesso di combattere - nel momento in cui ho accettato che stavo andando in una direzione che non volevo e verso una destinazione che non avevo chiesto. 


Sono sempre stata gelosa della mia musica, forse perché ascolto assiduamente la stessa manciata di band da anni - condite ovviamente con le canzoni di altri artisti che scopro attraverso i telefilm. 
Ne sono sempre stata gelosa perché so quello che significano per me e per me è quasi dolorosa la sola idea che qualcun altro ascolti gli Yellowcard, specialmente se è qualcuno che conosco perché so che non coglierà mai le sfumature che colgo io e allo stesso tempo temo che possa scoprire troppo di me sentendo quanto la voce di Ryan sappia farmi tremare. 
O quanto le parole di anche altre canzoni - senza tirare sempre in mezzo gli Yellowcard - sappiano descrivermi fin troppo bene.

Non starò a ripetere quando e perché ho smesso di ascoltare alcune band - ne ho parlato fin troppo in questi anni. 
Non starò a ripetere quanto mi piaccia essere in macchina da sola e ascoltare la musica con il finestrino abbassato - l'ho scritto e riscritto in numerosi post. 

La musica è qualcosa che condividevo poco e malvolentieri anche con quelle persone che consideravo amiche e con cui avevo qualche band in comune - anche prima di diventare il disastro che sono oggi. 
La musica è qualcosa che vivo in maniera così viscerale e intima da temere che se qualcuno prestasse davvero attenzione a quello che ascolto, allora capirebbe tutto quello che tento di tenere nascosto. 

Ho sempre scritto che non sono una di quelle che impone i propri gusti musicali agli altri, ho sempre scritto che sono tollerante con i gusti altrui quando io sono solo la passeggera in macchina di qualcun altro. 
Mi sono però resa conto che non riesco a fare lo stesso con me alla guida. 

Ho uno strano rapporto con il silenzio - un po' lo odio e un po' lo amo. 
Ho imparato ad amarlo quando non potevo fare altro, ho imparato a riempirlo di note e parole e melodie quando era troppo insopportabile e urlava troppo forte. 
Lo odio però quando sono in compagnia di altre persone, è come se mi sentissi sempre in dovere di riempirlo - anche quando magari per gli altri è un silenzio piacevole che non ha bisogno di essere tormentato perché sei in compagnia di persone con cui sei a tuo agio, ma per me diventa un gomito fastidioso che mi pungola il fianco. 

Il punto è che quando sono in macchina di altri e con la musica di altri non ho nessun problema a lasciare che siano le note a far da sottofondo e a riempire il silenzio tra una chiacchiera qui e una là - è un cuscinetto in quel caso, non assume la forma spigolosa di un gomito piantato tra una costola e l'altra. 
Il problema è quando ci sono io alla guida. 

Sono costretta a ricorrere alla mia musica per fare da sottofondo e riempire il silenzio tra una frase qui e una risata là, ma in questo modo - proprio perché fa da sottofondo - devo tenerla bassa e non al solito volume a cui sono abituata. 
Al volume a cui sono abituata a cantarla, a cui sono abituata come compagnia, a cui sono abituata come specchio dei miei pensieri. 
Si tratta di un qualcosa che non riesco più a fare: sento il bisogno di riempire il silenzio per deviare l'attenzione da me, ma allo stesso odio condividere la mia vita e tenerla a basso volume. 

E me ne sono resa conto l'altra sera, quando ho trascinato mio padre al cinema a vedere Jason Bourne e non ha voluto prendere la sua macchina, ma ha lasciato che guidassi io quella che condivido con mia madre. 
Ed è stato un gesto automatico, per riempire il silenzio ho messo la mia musica e nel corso di quei dieci minuti di guida ho capito tutto questo. 
Ed era strano stare in macchina con mio padre, solo io e lui e con me alla guida - sono nove anni che ho la patente e quando mi faceva esercitare, nell'abitacolo regnava il silenzio perché ero già agitata di mio e non mi servivano ulteriori distrazioni. 
Capita raramente quindi che sia io a guidare e lui sia dal lato del passeggero, ma di solito inizio a chiacchierare della prima cosa che mi viene in mente. 

Non so perché, ma l'altra sera ho acceso la musica e tutta la mia intolleranza mi è stata chiara. 
Non tanto nei confronti di mio padre, anche se è capitato nel corso degli anni che mi chiedesse che diamine stessi ascoltando quando ero in piena fase emo e non sembravano esserci abbastanza canzoni screamo per coprire il caos nella mia testa. E mentre suonava la traccia 6 della colonna sonora di Captain America - The Winter Soldier, sorridevo senza essere vista al ricordo di quelle volte e dei miei CD che non voleva nemmeno vedere e all'idea di cosa potesse pensare in quel momento sentendo proprio la theme song del Soldato d'Inverno quando compare in scena. SPOILER: c'è qualche urletto screamo. 
Come si nota, non perdo il vizio.

Il punto è che mi sono resa conto di non sopportare più la cosa, che forse preferirei sopportare il silenzio e soffrire quella terribile gomitata nelle costole piuttosto che accendere anche solo una volta di più la musica in macchina quando non sono da sola. 

Mi sono resa conto di sopportarlo solo con mia madre - un po' perché in realtà ha dei gusti simili ai miei e le piace quasi tutto quello che ascolto, un po' perché mi lascia canticchiare, un po' perché mi lascia tenere il volume ad una via di mezzo tra quello alto che tengo quando sono da sola e a quello troppo basso che sono costretta a tenere quando ho compagnia, un po' perché non mi costringe mai a parlare quando è evidente che non ne ho voglia. 
E sono almeno dieci anni che non ho voglia di parlare e in questo il silenzio è più simile ad una coperta calda in inverno. 

Ma con tutte le altre persone è qualcosa che inizia a darmi davvero sui nervi. 

On air: Rascal Flatts - Rewind 

mercoledì 7 settembre 2016

Ieri ho finito di leggere un libro che sapevo avrebbe fatto un male del diavolo. 
Però l'ho letto lo stesso perché non potevo fare altrimenti. 

È stato come avere i miei sensi di colpa sbattuti in faccia. 
È stato come avere un po' dell'assoluzione che cerco tanto da tredici anni e che comunque continuerò a cercare per tutto il resto della mia vita. 

Il libro in questione si chiama Fai buon viaggio, Rabbit Hayes di Anna McPartlin. 
Un libro dove Mia "Rabbit" Hayes sta morendo di cancro a quarant'anni e sta trascorrendo gli ultimi giorni della sua vita circondata dalle persone che ama di più. 

E per me è stato fin troppo facile scivolare nei panni di sua figlia dodicenne Juliet, capendo fin troppo bene la sua frustrazione e la sua confusione e la sua errata convinzione che presto la madre tonerà a casa perché nessuno dei nonni o degli zii o la madre stessa ha il coraggio di dirle che non c'è ritorno a casa per Rabbit. 
E ho capito fin troppo bene Juliet perché la sua frustrazione e la sua confusione e la sua errata convinzione erano uguali a quelle che avevo io a 14 anni, quando mi dissero che mio nonno era stato operato ad un'ernia e io non capivo perché ci volesse così tanto per tornare a casa. 
E solo dopo continue domande e insistenze e scenate, mia madre ha avuto il coraggio di confessarmi che si trattava di tumore - che a mio nonno era stato asportato un rene ma che era già andato in metastasi arrivando al cervello. 

Mi sono resa conto che i miei sensi di colpa non derivano dal fatto di non essere stata a trovarlo nell'ultima settimana - perlomeno, non solo da quello. 
Non chiederò mai se fosse stata un'idea di mio nonno o dei miei genitori quella di non portarmi all'ospedale in quella settimana di novembre dopo l'ictus, ma capisco il bisogno di "proteggermi" per fare in modo che lo ricordassi come sempre il nonno che mi portava a casa la cioccolata dal bar e non come l'uomo consumato dalla malattia sdraiato a letto morente. 

Nel leggere di Juliet in stanza con sua madre mi sono resa conto che la mia rabbia verso me stessa deriva da molto altro. 
Deriva da tutta quella stupida convinzione che la situazione potesse ancora risolversi e da tutto il mio egoismo di ragazzina quattordicenne. 
Oggi mi maledico perché invece di restare nella stanza ad imprimermi il suo volto nella mente e a sentire la sua voce per quanto flebile e a contraccambiare il suo sguardo quando era sveglio, da codarda ed egoista quale ero uscivo e giravo per i corridoi dell'ospedale oppure andavo a nascondermi sulla scalinata buia del terzo piano fino a quando non era ora di tornare a casa. 

Quanto tempo sprecato, quante occasioni e conversazioni e sguardi ho perso perché invece ero arrabbiata e avrei voluto essere in piazza con la mia migliore amica. 

Ed è tutto tempo con mio nonno che non avrò mai indietro ed è quello che mi porta a detestarmi perché sono stata una nipote orribile e lui non se lo meritava. 
Non c'è giustificazione che tenga. 

E continuo a sentirmi in colpa così come continuo a provare odio nei confronti della stupida ragazzina che ero e dell'adulta fondamentalmente inutile che sono oggi quando ad ogni compleanno e anniversario mi rendo conto di non sapere cosa dire perché non c'è nulla che io possa dire o fare per farmi perdonare quei sei mesi nei quali ho messo davanti alla mia famiglia persone che poi se ne sono andate per un'altra strada o che non contavano poi tanto. 

lunedì 15 agosto 2016

Oggi sarebbero stati dieci anni - sarebbe stato il tuo decimo compleanno. 

Dieci anni di miagolii, dieci anni di coccole, dieci anni di grattini dietro le orecchie, dieci anni di foto perché eri un modello assolutamente collaborativo, dieci anni di graffi, dieci anni di sguardi che dicevano molto di più delle poche parole che io pronunciavo e dei pochi miagolii che emettevi tu. 

Dieci anni da quel 2006 nel quale sei arrivato nella mia vita e mi hai salvata. 

E quando vedo una stella cadente i miei pensieri non vanno solo a mio nonno, ma anche a te e a Lancillotto che siete stati l'unica gioia nella mia vita quando tutto era uno disastro. 

Ora non riesco ad immaginare la mia vita senza la piccola Alaska, ma ciò non toglie che mi manchi come l'aria che respiro e che ti sogno abbastanza spesso da credere che tu sia ancora qui con me. 

Buon compleanno, Cico. 

sabato 13 agosto 2016

Ogni anno mi sembra di avere sempre meno parole per te e questa volta non ho nemmeno una canzone nuova da dedicarti - negli ultimi anni le mie band preferite mi avevano sempre viziata con qualcosa che era perfetto per ricordarti al meglio, con quelle parole che a me cominciano a mancare. 

Quest'anno invece non c'è nulla. 

E mi mancano le parole, mi mancano le canzoni, mi mancano le melodie, però non mi mancano i pensieri - quelli sono sempre dedicati a te in questo giorno. 

E mi mancano le parole, mi mancano le canzoni, mi mancano le melodie, però sappi che quando l'altra sera ho visto tre stelle cadenti i miei pensieri sono stati per te. 
E come tradizione da un paio di anni a questa parte, quando vedo una stella cadente l'unica cosa che desidero è che tu stia bene - dovunque tu sia. 

Buon compleanno, nonno.

venerdì 15 luglio 2016

Ogni tanto vorrei cancellare ogni cosa.
Immagini, suoni, voci che irrompono all'improvviso davanti ai miei occhi e nelle mie orecchie nei momenti meno opportuni.
Persone, luoghi, momenti, eventi che vorrei dimenticare per sempre.

Bramo quei rari momenti di quiete che sembrano capitare solo in primavera o in estate, quei momenti in cui sono sdraiata sul mio letto e la finestra è aperta e io mi limito ad ascoltare il suono del vento che si muove tra gli alberi.
Mai ad occhi chiusi, quello mai.
Sempre ad occhi aperti, a fissare quel fazzoletto di cielo azzurro con lo sguardo perso nel vuoto e finalmente il nulla nella mia testa e nelle mie orecchie.
Un silenzio così avvolgente che persino il mio cuore non sembra far rumore mentre batte.

L'altro modo per avere quei rari momenti è essere così ubriaca da fare fatica ad entrare in casa e perdere conoscenza non appena vedo il letto.
Ma ammetto che non è un metodo salutare, però io ne so qualcosa di cose tossiche - no? 



E poi spunti di nuovo tu, spunti proprio quando tento di dimenticare che alla fine di questo mese compi gli anni. 
Spunti nel momento in cui mio padre torna a casa per pranzo dal lavoro e mi dice di aver visto tua sorella e che lei l'ha riconosciuto. 
Che ha chiesto di me. 
E mi sono girata verso il cellulare che era sulla mensola della credenza e quasi mi aspettavo di vederlo illuminarsi con un messaggio. 
Cosa mi aspettavo? Un "ehi, mia sorella mi ha detto di aver visto tuo padre - come stai?"
Assurdo. Che senso avrebbe avuto? 


Ogni tanto non riesco a smettere di fingere.
Sono così abituata a mentire - agli altri, a me stessa in presenza di altri - che non riesco a smettere neanche quando sono da sola.
Trovo sempre modi per distrarmi, soffoco qualsiasi tentativo di "risveglio di coscienza" o di verità che tenta di farmi lo sgambetto all'improvviso e lo ricaccio nel suo angolo buio.
In quell'angolo buio nel quale vivono tutte le altre cose scomode che rifiuto di riconoscere e che fingo non esistano.

Non ricordo più l'ultima volta che sono stata sincera con me stessa.

A volte sento i pensieri farsi strada di prepotenza e vorrei tapparmi le orecchie e mettermi ad urlare, ma so che se mi mettessi ad urlare ci sarebbe il rischio che anche tutto quello su cui mento venga fuori e non posso permettermelo.
Quindi mento agli altri, mento a me stessa in loro presenza e mento a me stessa anche quando sono da sola.
Perché è così che funziona, l'ho imparato sulla mia pelle in tutti quegli anni di "addestramento" - basta un attimo, basta la distrazione di un momento, basta abbassare la guardia anche per un solo istante ed ecco che tutto crolla.
Crolla quel castello di carte così abilmente costruito, ma così precario.

Ed ecco che quindi non posso permettermi nessuna debolezza, nemmeno quando sono sola.
Ed ecco che quindi mi distraggo in qualsiasi modo possibile quando sento le labbra tremare per la voglia di urlare.
Ed ecco che quindi mento e se non posso mentire, evito il problema girandogli il più al largo possibile. E se non posso evitarlo, mento.

E al momento sono distrazioni blande e per fortuna funzionano.
Non c'è nemmeno un goccio di alcol di mezzo perché mi conosco - se da un lato mi fa arrivare all'incoscienza, dall'altro c'è sempre quella fase precedente in cui la mia mente e la mia lingua sembrano non avere freni e non posso permettermi di perdere il controllo su quello che potrebbero lasciarsi scappare.

Non c'è neanche quella cosa di mezzo, quella cosa nascosta nel cassetto del mio comodino.
Quel piccolo sporco segreto che condivido solo con le pareti della mia camera e con la mia pelle.
E forse perché in questo periodo mi sento fragile e perché l'altro giorno ho saputo che dovremo ospitare dei cugini in visita per qualche giorno, ho pensato alla folle eventualità che qualcuno entri nella mia stanza e frughi nei miei cassetti e la trovi.

E allora ho sognato.
Ho sognato segni vecchi e recenti, ho sognato pelle bianca sporca di rosso e quando mi sono svegliata ero convinta di aver ricominciato.
E quando mi sono resa conto che ero ancora "pulita", a quella realizzazione è seguito il fugace pensiero di una singola parola - peccato.

Ma è facile dopotutto, basta andare avanti una menzogna alla volta.

On air: Sam Hunt - Break Up In A Small Town

martedì 3 maggio 2016

Oggi ho letto un libro che mi ha fatto pensare a voi. 

A voi che mi avete lasciata - chi perché non aveva scelta e se l'avesse avuta sarebbe restato ancora per tanti anni, chi perché in fondo non sapeva nemmeno della mia esistenza e se lo sapeva si prendeva gioco di me, chi per un motivo assolutamente stupido di cui spero si sia pentita negli anni successivi. 

E mi sono resa conto che in parte sono guarita. 
Che in parte i sensi di colpa, l'infatuazione da ragazzina, il rancore bruciante sono scivolati via. 

Forse non se ne andranno mai del tutto, forse continuerò a scrivervi ancora per molto tempo o forse ad alcuni di voi smetterò di scrivere anche domani. 
Forse ora riesco a sorridere pensando a voi e ai momenti passati insieme, forse ad uno di voi auguro di stare bene dopo tutta quella sofferenza durata sei lunghi mesi e forse agli altri due auguro di aver trovato quello che cercavano. 

Quel qualcosa per il quale io evidentemente non ero abbastanza. 

On air: Oh Wonder - All We Do

martedì 22 marzo 2016

Domani si laurea Alessia nella magistrale e per l'occasione mi ha chiesto se mi va di portare la fotocamera e fare qualche foto. 
Ho accettato, ma poi mi sono sentita prendere dal panico. 

Ho messo le mani avanti dicendo che ci avrei provato perché erano mesi che non prendevo in mano la reflex e non sapevo se ero ancora in grado di fare foto decenti e ieri, quando l'ho tirata fuori, mi sono resa conto che non sapevo più da che parte cominciare con ISO ed esposizione e otturatore. 

In realtà era più di un anno che non scattavo qualche foto, altro che qualche mese. 
La memory card è ancora piena e l'ultima foto che ho fatto risale al 17 agosto 2014 e quell'ultima foto ritrae Cico. 
Probabilmente aver visto quell'ultima foto che gli ho fatto con la reflex ed essermi sentita stringere lo stomaco me l'ha fatto sognare stanotte e stamattina quasi chiedere a mia madre dove fosse. 

Mi è sempre piaciuta la fotografia, me la cavavo abbastanza anche quando usavo la vecchia macchina fotografica dei miei genitori con il rullino. 
Mi reputavo anche abbastanza bravina, di certo non ai livelli di un fotografo professionista ma di alcune mie foto ne andavo estremamente orgogliosa. 

Ieri pomeriggio mi sono esercitata, un po' in casa e un po' in giardino per riprendere la mano con la luce e tutte le funzioni manuali e Alaska non è una modella così collaborativa come lo era Cico. 
E in realtà sento la mancanza dell'obiettivo 70-300mm che mio zio Michele mi aveva lasciato per mesi prima di riprenderselo - il 18-55mm lo trovo così limitante. 
E dire che quando ho visto Michele a febbraio aveva detto che me l'avrebbe dato perché lui non lo usa più e io sto ancora aspettando. 

Domani andrò di messa a fuoco automatica perché già non mi sento più brava come credevo di essere due anni fa, ma in realtà a me piace tanto la messa a fuoco manuale - chissà, potrei anche provare nei momenti meno concitati. 

Riguardavo le foto che ho fatto ieri e boh, non mi sembra di essere più all'altezza di quella che ero - credevo di avere un qualche talento, ma forse era l'ennesima illusione che mi ero fatta. 
Queste ultime foto mi sembrano senza un'anima. 

E tanto per concludere, da quasi una settimana ho le orecchie tappate e così ieri mi sono decisa e sono andata dal dottore. 
Diagnosi: otite catarrale e sono sotto antibiotici e aerosol e solo stamattina, nel giro di cinque ore, ho mandato giù quattro pastiglie. 

Datemi tregua. 

On air: Halsey - Colors