martedì 3 novembre 2015

Dico sempre quanto io ami la primavera, ma la verità è che forse amo l'autunno un po' di più. 

Amo le promesse che la primavera porta con sé, ma amo di più la dolcezza dell'estate stemperata dall'autunno imminente e quell'aria un po' più frizzante. 

Amo uscire da un posto chiuso e respirare l'aria fresca di quell'ora particolare in cui il sole sta tramontando e c'è ancora luce ma i lampioni sono già accesi. 
L'ho sempre chiamata "ora magica", quella in cui credevo potesse accadere qualsiasi cosa e durante la quale fremevo nell'attesa di non so nemmeno cosa. 

La verità è che l'autunno mi ha sempre ricordato te. 

La prima volta che ho messo piede in piazza avevo tredici anni ed era il pomeriggio del 31 ottobre. 
Era un ottobre molto più caldo di questo e lo ricordo perfettamente. 
Le nostre "amiche" mi tenevano a distanza ma a te non interessava proprio niente - siamo uscite quel pomeriggio in piazza e mi sentivo così grande, fuori senza la mamma in paese e in compagnia di un'amica. 
In seguito mi dicesti che avevi cominciato a considerarmi la tua migliore amica proprio da quel giorno. 

E per me era stato lo stesso, sei stata la prima amica a cui ho permesso di vedere tutti i miei difetti, le mie debolezze, le cose marce che ho sempre tenuto nascoste al mondo. 

Abbiamo consumato quei marciapiedi e quei ciottoli. 
Avevamo la nostra panchina preferita, avevamo i nostri giri preferiti, avevamo i posti davanti ai quali ci vergognavamo a passare perché c'erano tutti i ragazzi più grandi - e un po' ci piacevano e un po' ci intimorivano. 

Abbiamo passato anni in quella piazza. 

Ricordo le lotte costanti con i miei genitori perché loro mi venivano a prendere appena calava il sole e tu invece avevi il permesso di stare fuori più a lungo, ma te lo facevi andare bene lo stesso. 
E in inverno il sole calava prestissimo e cercavamo di approfittare di ogni secondo possibile - specialmente quando abbiamo iniziato le superiori ed eravamo in due scuole diverse e non potevamo vederci spesso come prima. 
E poi sono cresciuta e il coprifuoco si è esteso all'orario di cena, non importava a che ora calasse il sole. 

Ma ancora ricordo quella mezz'ora di transizione tra pomeriggio e sera come un momento speciale perché quell'aria ha un odore tutto suo particolare. 
E diventate più grandi non vedevamo l'ora di diventare maggiorenni e girare in macchina con la musica a tutto volume - non ci siamo mai arrivate. 

Immagino come sarai ora e di sicuro sarai molto più adulta di me che ancora mi comporto come una bambina - perché, come non ho mai smesso di scrivere, sono ancora quella ragazzina che tenta di recuperare qualcosa dell'adolescenza che non ha vissuto. 

E non so cosa sia - ecco perché ancora scappo davanti alle situazioni difficili, ecco perché mi esalto come una bambina davanti ad un ovetto Kinder con sorpresa (e questo perché comunque mi ricorda mio nonno), ecco perché i cambiamenti non mi piacciono e mi mettono ansia. 
La verità è che non sono mai stata pronta a crescere. 

Domenica pomeriggio ho litigato con mia madre - in realtà ho discusso, perché litigare di solito è qualcosa che faccio con mio padre. 
E non scenderò in merito all'argomento, ma mi ha ripetuto una cosa che so essere vera. 

Non credi mai alle persone. 

Ed è vero, non credo mai a niente. 
Non ho mai creduto nemmeno a quando, iniziata l'università, i miei genitori mi hanno detto che capivano e che non si aspettavano tutti trenta agli esami. 
Non ci credevo perché fin dalle elementari è stata una pressione continua, una pressione continua ad essere più brava, migliore, perfetta
Ero attenta, studiosa, probabilmente intelligente, portata per le lingue e questo ha creato la base per quello che è venuto in seguito. 
Ad ogni voto che portavo a casa seguiva la frase "Così poco? Non potevi prendere di più?" e in realtà non ne volevo sapere di studiare e quindi cazzeggiavo il pomeriggio e poi la sera mi assalivano i sensi di colpa e studiavo fino a notte fonda e questo, come ho già scritto innumerevoli volte, era diventato un pilastro fondamentale della mia routine. 

Un po' lo facevo per placare i sensi di colpa, un po' era per esaurirmi e arrivare a collassare a letto pur di non fare incubi, un po' per farmi altro male insieme alla lametta. 

E ogni giorno a scuola nessuno capiva perché fossi tanto in ansia per i risultati di un compito in classe. 
Non avevo voglia - la forza - di studiare ma i sensi di colpa mi tormentavano, studiavo poco ma dopo chi li avrebbe sentiti i miei genitori? 

E invece ero la "secchiona", senza che nessuno sapesse quanta ansia ci fosse dietro perché non sono mai stata capace di prendere le cose con leggerezza o nella giusta prospettiva.

Ogni tanto ci ripenso e mi chiedo se ho fatto l'università per me stessa o per accontentare i miei genitori. 

Il punto è che all'università mia madre mi ha detto che non importavano i voti, l'importante era laurearsi e io non le ho creduto nemmeno per un secondo. 

Il punto è che io non credo alle persone perché sono sempre stata troppo ingenua - stupida - da credere sempre a quello che mi veniva detto. 

Ignoro sempre i problemi, li ignoro fino a quando non scompaiono da soli. 
E se non scompaiono, io cerco di correre il più lontano possibile da loro. 
E negare è uno dei miei strumenti di difesa. 

Negare. 
Negare sempre. 
Negare anche di fronte all'evidenza

On air: The Used - The Taste Of Ink

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